È morto all’età di 91 anni uno dei cantautori italiani più celebri. Nel 1963 tentò di togliersi la vita ma il proiettile si fermò vicinissimo al cuore, da allora restò lì: simbolo della seconda possibilità che la vita gli concesse. La poesia nelle sue canzoni e l’amore con Ornella Vanoni che lo ha preceduto qualche mese fa
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Ci ha lasciato quest'oggi Gino Paoli.
Alcune vite esordiscono con una ferita. Quella di Gino Paoli sembra sorgere proprio da lì, da una fenditura nell’anima, da una malinconia primordiale che non fu mai semplice tristezza, ma una forma più segreta del sentire. Un’inquietudine antica, ancestrale, che gli abitava dentro come una marea che non trova mai quiete. E che mai ha trovato riposo.
Gino Paoli portò sempre con sé quella pena silenziosa, quella notte dell’anima che, talvolta, gli serrava il petto. Non fu un artista nato dall’euforia del mondo, ma dalla sua incrinatura. E forse proprio per questo la sua musica seppe parlare così intimamente al cuore degli uomini. Ogni sua parola sembrava nascere da un punto di rottura.
Amò molto, e amò con quella dedizione inquieta che solo gli spiriti cordiali conoscono. Gli amori gli passarono addosso come tempeste luminose. In una sua canzone lo disse con una nudità quasi dolorosa: "Averti addosso". Non soltanto possedere un corpo o stringere una presenza, ma sentire qualcuno vivere sopra la propria pelle, dentro il proprio respiro, come un destino che pesa e salva insieme.
Gli amori lo sollevarono e lo ferirono. E poi ci fu il gesto più oscuro. Una stanza chiusa.
Un silenzio che pesava come piombo. Una pistola. Nel 1963 Gino Paoli tentò di togliersi la vita. La pallottola entrò nel suo petto e si fermò vicino al cuore, troppo vicina per poter essere estratta. Da allora rimase lì, custodita dentro di lui come un piccolo pianeta di metallo, un segreto, un monito, un compagno di esistenza.
È raro che la vita conceda una seconda possibilità così letterale, così poetica e straziante.
Gino Paoli visse il resto dei suoi anni con quella pallottola accanto al cuore, una presenza muta, una memoria incarnata della disperazione attraversata. Forse anche per questo la sua voce portava sempre un tremito speciale, come se ogni nota fosse stata salvata all’ultimo istante.
Eppure, prima ancora di quella notte, aveva già compiuto un miracolo. Aveva scritto "Il cielo in una stanza". Era il 1960. E quella non fu una semplice canzone, fu un piccolo terremoto culturale, una crepa luminosa nella morale dell’Italia del dopoguerra.
Quando Paoli la scrisse, alla fine degli anni Cinquanta, il paese viveva ancora sotto l’ombra lunga di una moralità severa, quasi ottocentesca: l’amore doveva essere disciplinato, vigilato, contenuto dentro confini rispettabili. Il desiderio era una cosa da non nominare, da chiudere nelle pieghe della discrezione. E invece Paoli fece qualcosa di inaudito.
Prese una stanza — una stanza qualunque, probabilmente una stanza di bordello a Genova, dove il giovane cantautore era entrato più per solitudine che per passione — e la trasformò in un cosmo. Non c’è più il soffitto. Non ci sono più le pareti. La stanza si dissolve. L’amore non è più peccato, né scandalo, né clandestinità. L'Amore diventa una forza cosmica che spalanca lo spazio. Due presenze che allargano il mondo fino all’infinito, e non due corpi vuoti. Un amore improbabile, una prostituta e un giovane ragazzo.
L’intuizione poetica è vertiginosa. L’intimità non restringe, ma dilata. Il desiderio non chiude, ma apre il cielo, vivibile anche nei confini fisici di una stanza.
Forse tutta la poesia di Gino Paoli sta dentro una piccola intuizione antica, custodita in una citazione del poeta giapponese Mizuta Masahide. Scrisse: «Il tetto si è bruciato: ora posso vedere la luna.» È un’immagine minima e vertiginosa insieme. La rovina che diventa rivelazione, la perdita che spalanca l’infinito. Anche la stanza di Gino Paoli compie lo stesso prodigio poetico. Le pareti svaniscono, il soffitto non esiste più, e sopra due amanti improvvisamente si apre l’immensità. Come se bastasse l’amore — o forse il dolore — a bruciare il tetto del mondo, lasciando finalmente apparire il cielo.
Per un’Italia ancora trattenuta, quasi impaurita dalla propria sensualità, fu una rivelazione. Gino Paoli compì qualcosa di sottile e rivoluzionario. Trasfigurò l’amore fisico in una dimensione metafisica. Lo sottrasse alla vergogna e lo restituì alla poesia.
Quando la canzone esplose — soprattutto nella voce di Mina — qualcosa nella mentalità italiana cambiò davvero. L’amore smise di essere soltanto una faccenda morale e tornò ad essere, come nei poeti antichi, un’esperienza di espansione dell’anima.
E tutto questo nacque da una stanza.
Una stanza povera, forse anonima, forse persino triste. Ma Paoli seppe vederci il cielo. Questo è il compito degli artisti: non inventare il mondo, ma rivelarlo.
Ora che la sua voce si è spenta nella dimensione terrena, qualcuno potrebbe pensare che sia giusto essere tristi. Ma la musica possiede una strana forma di eternità: non appartiene al tempo lineare degli uomini. Una canzone non muore. Continua a vibrare negli anni, nelle case, nelle radio dimenticate, nelle notti in cui qualcuno cerca parole per rivelare l’amore.
L’arte non è soltanto memoria. È una forma di eternazione. E allora, forse, Gino Paoli non è davvero andato via. Forse si trova semplicemente in quel grande altrove dove le voci non si consumano più, dove i suoni non conoscono usura. Un luogo in cui i cantanti non invecchiano e le melodie restano sospese come stelle.
Là, nell’immaginazione di chi lo ha amato, c’è sicuramente anche Ornella Vanoni. Si rivedono, forse sorridono di quella vecchia canzone cantata insieme, Come si fa. Ornella lo avrà accolto: "Vedi per me perdere te vuol dir che poi… perdo anche me."
In quel celebre momento dal vivo lei gli domandava con ironica malinconia:
- Mi aspetteresti ancora, il tempo di una sigaretta lunga?
E lui rispondeva di sì.
Ma forse, questa volta, la scena si è capovolta.
Forse è stata lei ad aspettare lui.
Ci sono gli amori che non appartengono alla terra ma al tempo infinito, come quello, imprendibile e ardente, tra Gino Paoli e Ornella Vanoni. Un amore mai posseduto del tutto, sempre sul punto di svanire. E proprio per questo immenso, come certe maree che non si lasciano trattenere da alcun porto.
Perché talvolta l’amore più grande non è quello che resta tra le mani, ma quello che continua a vivere, ostinato e luminoso, per tutta una vita. Gino Paoli resta — nei giradischi che si accendono la sera, nelle stanze dove qualcuno ama, nelle parole sussurrate di una canzone — perché l’arte possiede questa misteriosa capacità di opporsi al nulla. Gli uomini passano, ma certe melodie rimangono sospese sopra di noi come cieli interiori: e finché qualcuno le canterà, nessuna assenza sarà davvero definitiva.
E mentre sulla terra qualcuno ascolta ancora Il cielo in una stanza, loro due, da qualche parte nell’immenso teatro dell’eternità, stanno ricominciando a cantare.
Perché gli artisti non scompaiono davvero.
Si trasformano in voce. In eco. In cielo.



