Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu si sentono quasi ogni giorno dall’inizio del conflitto. «Stiamo lavorando molto bene insieme», ha dichiarato Trump ad Axios.

Dietro questa sintonia, però, i funzionari americani intravedono possibili divergenze sugli obiettivi finali e sulla tolleranza al rischio man mano che la guerra, giunta al diciannovesimo giorno, prosegue.

Diversi esponenti dell’amministrazione descrivono Trump come la figura più determinata alla Casa Bianca nel sostenere l’opzione militare contro l’Iran. Il presidente appare inoltre più vicino alle posizioni massimaliste di Netanyahu rispetto a molti dei suoi consiglieri.

Strategie militari coordinate ma priorità differenti

Stati Uniti e Israele stanno operando in stretta coordinazione sul piano militare e dell’intelligence, ma con obiettivi parzialmente diversi.

Washington concentra le proprie operazioni quasi esclusivamente su obiettivi militari, mentre Israele affianca a queste azioni operazioni più ampie, tra cui omicidi mirati ai vertici iraniani e iniziative che sembrano preparare il terreno a un possibile cambio di regime.

Secondo funzionari americani, Trump considererebbe un cambio di regime «un bonus», ma intende porre fine alla guerra una volta raggiunti gli obiettivi principali: indebolire il programma missilistico e nucleare iraniano, colpire la marina e interrompere i finanziamenti ai gruppi alleati di Teheran.

«Israele ha altre priorità e lo sappiamo», ha ammesso un funzionario della Casa Bianca. Un altro ha aggiunto: «Israele punta a eliminare la nuova leadership iraniana, è molto più interessato a questo rispetto a noi».

Il nodo petrolio e le prime tensioni tra alleati

Nonostante la forte cooperazione, un punto di attrito è emerso quando Israele ha colpito depositi petroliferi iraniani.

Per gli Stati Uniti la stabilità del mercato energetico globale è una priorità maggiore rispetto a Israele. La Casa Bianca avrebbe quindi chiesto a Tel Aviv di evitare nuovi attacchi alle infrastrutture petrolifere senza un esplicito via libera da Washington.

«Israele non teme il caos quanto noi. Noi vogliamo stabilità. Netanyahu meno, soprattutto quando si tratta dell’Iran», ha spiegato un funzionario americano.

Un rapporto rafforzato dalla guerra

Nonostante queste differenze, Trump e Netanyahu appaiono oggi più allineati che mai. La guerra di dodici giorni dello scorso giugno ha rafforzato significativamente il loro rapporto.

Trump ha considerato quel conflitto un successo, attribuendo a Netanyahu un ruolo decisivo. Dopo quella fase, il presidente americano ha anche sostenuto pubblicamente la necessità di concedere al premier israeliano una grazia, chiedendo la fine del processo per corruzione a suo carico.

Se alcuni funzionari della Casa Bianca guardano con sospetto alle intenzioni del leader israeliano, Trump sembra invece in piena sintonia con lui.

Escalation e obiettivi politici: cosa può cambiare

Alcune scelte di Israele, come l’uccisione del capo della sicurezza iraniana Ali Larijani, hanno sollevato dubbi tra gli analisti, secondo cui si trattava di una figura potenzialmente aperta a negoziati con gli Stati Uniti. Trump, tuttavia, ha espresso soddisfazione per l’operazione.

Netanyahu ha lasciato intendere che le operazioni continueranno. Avrebbe persino mostrato all’ambasciatore statunitense in Israele una sorta di elenco dei leader iraniani già colpiti o nel mirino.

Intanto, le dimissioni del direttore del National Counterterrorism Center, Joe Kent, che ha accusato Israele di aver spinto Trump verso una guerra non necessaria, hanno evidenziato un problema politico interno per l’amministrazione.

«Siamo consapevoli della percezione di agire su impulso di Israele. Non è così, ma sappiamo che questa immagine esiste e non aiuta», ha dichiarato un consigliere di Trump.

Le incognite sul futuro del conflitto

Trump ha ammesso pubblicamente che gli obiettivi israeliani potrebbero essere «leggermente diversi» da quelli statunitensi.

Anche fonti europee riferiscono che il segretario di Stato Marco Rubio ha riconosciuto, in colloqui con partner europei, l’esistenza di divergenze tra Washington e Tel Aviv.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha chiarito che sarà comunque gli Stati Uniti a stabilire tempi e conclusione del conflitto: «I nostri obiettivi sono i nostri obiettivi. Saremo noi a decidere quando saranno raggiunti».