C’è una ragione molto concreta, e politicamente scivolosa, dietro la scelta del governo di presentarsi alle Camere all’inizio della prossima settimana per riferire sulla crisi dello Stretto di Hormuz. Non è soltanto un passaggio formale, non è una semplice informativa di rito e non serve solo ad aggiornare il Parlamento sull’ennesimo quadrante infuocato del Medio Oriente.

La questione è molto più urgente: Francia e Regno Unito hanno chiesto agli alleati europei, Italia compresa, di mettere in movimento la macchina militare e avvicinare navi, fregate e cacciamine al Golfo Persico. Perché se Stati Uniti e Iran dovessero davvero arrivare a una tregua, il giorno dopo bisognerebbe essere già pronti a garantire la sicurezza della navigazione in uno degli snodi energetici più sensibili del pianeta.

Il pressing di Parigi e Londra sulla missione navale

A muoversi sono gli Stati maggiori, ma la decisione finale spetta alla politica. Parigi e Londra, che guidano la cosiddetta coalizione dei volenterosi, vogliono organizzare una spedizione navale per mettere in sicurezza Hormuz e hanno chiesto alle principali capitali europee di non aspettare l’ultimo minuto.

Il messaggio arrivato a Roma è semplice: bisogna avvicinare le unità militari all’area di crisi. Non significa ancora entrare in missione operativa, né partecipare subito a un dispositivo difensivo vero e proprio.

Significa però prepararsi, perché i tempi della diplomazia e quelli della Marina non coincidono. Un’intesa tra Washington e Teheran può arrivare in una notte. Una nave italiana, invece, per raggiungere il Golfo può impiegare settimane.

Meloni sceglie la cautela: prima il Parlamento

Quando la richiesta è arrivata a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni ha scelto la linea della prudenza. Prima serve un passaggio parlamentare. Non solo per autorizzare una partecipazione attiva alle operazioni nello Stretto, che richiederà un voto vero e proprio in Aula su una risoluzione, ma anche per informare le forze politiche e il Paese che unità italiane potrebbero muoversi verso il quadrante di crisi.

È questo il senso dell’informativa che Antonio Tajani e Guido Crosetto porteranno mercoledì davanti alle commissioni Esteri e Difesa. Il governo vuole evitare di dare l’impressione di avere già deciso tutto nei tavoli militari o nelle stanze delle cancellerie europee.

Le navi italiane e il problema dei tempi

Sul piano operativo, l’Italia potrebbe mettere in campo due navi di scorta già presenti in aree relativamente vicine. Una è impegnata nella missione Aspides nel Mar Rosso, l’altra con Atalanta nell’Oceano Indiano. Entrambe potrebbero raggiungere Hormuz in tempi non lunghissimi, almeno rispetto all’urgenza dello scenario.

Il vero problema riguarda però i cacciamine, considerati asset fondamentali per bonificare e rendere sicura la navigazione nello Stretto.

Sono il fiore all’occhiello della Marina, ma al momento si trovano in Italia. Uno è a La Spezia. Per arrivare nel Golfo servono circa quattro settimane. E quattro settimane, in una crisi internazionale, possono essere un’eternità. Continua a leggere su La Capitale.