Il nuovo progetto si concentra su borghi, tradizioni, cibo e Made in Italy: il rischio è quello di impoverire ulteriormente una televisione che già da tempo ha rinunciato a una parte della sua funzione più nobile
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Il canale 57 del digitale terrestre cambia volto. Dal 1° ottobre, al posto di Rai Scuola, arriverà “Italiana”, il nuovo canale Rai dedicato ai borghi, all’artigianato, all’enogastronomia, alle tradizioni, al turismo, alla natura e al Made in Italy.
Presentato a luglio dall’amministratore delegato Rai Giampaolo Rossi come un progetto capace di «attivare emozioni identitarie e personali», il canale sarà diretto da Angelo Mellone e si ispirerà al modello di “Linea Verde”. Sono previste 720 ore l’anno di programmi, organizzate in diversi filoni: “Il Paese che cambia”, “Ritorni, borghi, nuovi abitanti”, “Sapori, Storie, Comunità”.
Tutto molto italiano. Ma anche molto preoccupante.
Perché dietro il nuovo progetto resta una domanda difficile da ignorare: che cosa perdiamo sostituendo Rai Scuola con un canale che racconta soprattutto il Paese delle tradizioni, dei borghi e del Made in Italy?
La preoccupazione è già esplosa. Il 23 agosto Silvia Bencivelli, divulgatrice scientifica e per anni collaboratrice di Rai Scuola, ha pubblicato un messaggio di saluto agli spettatori. In poche ore il post ha raggiunto quasi 700 mila visualizzazioni. Poi è arrivata una petizione su Change.org, che in pochi giorni ha sfiorato le 25 mila firme.
I promotori chiedono alla Rai di tornare a investire nei contenuti educativi e scientifici e denunciano il rischio che cultura e sapere vengano sacrificati alle logiche di mercato e alle convenienze politiche.
Ma la questione viene da molto più lontano.
La Rai, da anni, ha progressivamente abbandonato una parte importante della sua missione culturale. Il teatro, i grandi concerti, la divulgazione, i libri, la storia dell’arte, la musica colta, le grandi opere: interi territori della cultura sono stati progressivamente marginalizzati perché considerati poco redditizi in termini di ascolti.
È una scelta che dice molto di come è cambiata la televisione pubblica.
La Rai sembra guardare sempre più agli indici di ascolto e sempre meno agli indici di gradimento. Ma soprattutto sembra aver dimenticato che il servizio pubblico non dovrebbe limitarsi a inseguire ciò che il pubblico vuole vedere: dovrebbe anche offrire ciò che il pubblico ha bisogno di conoscere.
Perché ci sono programmi che fanno grandi numeri e programmi che fanno grande qualità. E non sempre le due cose coincidono.
Un concerto, uno spettacolo teatrale, un grande documentario, una lezione di scienza, un approfondimento su un libro o sulla storia di un Paese possono non conquistare milioni di spettatori. Ma possono lasciare qualcosa. Possono formare, educare, incuriosire, far crescere una società.
La televisione pubblica dovrebbe avere anche questo coraggio: fare cultura quando la cultura non fa ascolti.
Raccontare borghi, tradizioni, cibo e Made in Italy è certamente importante. Ma se al posto della conoscenza mettiamo soltanto il racconto rassicurante dell’identità nazionale, il rischio è quello di impoverire ulteriormente una televisione che già da troppo tempo ha rinunciato a una parte della sua funzione più nobile.
E allora il problema non è soltanto che cosa arriverà sul canale 57.
Il problema è che cosa la Rai ha smesso, da anni, di voler essere.
E questo, più che preoccuparci, dovrebbe francamente imbarazzarci.

