Il deputato socialista, ucciso dai fascisti nel 1924, divenne simbolo della difesa delle libertà democratiche e delle istituzioni. Una targa sul suo storico scranno ricorda l’intervento con cui denunciò intimidazioni e violenze, pagandone il prezzo con la vita
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Il 30 maggio 1924 è una data che occupa un posto centrale nella storia della democrazia italiana. In quella giornata alla Camera dei Deputati Giacomo Matteotti pronunciò il suo ultimo intervento parlamentare, destinato a diventare uno dei simboli della resistenza al nascente regime fascista.
Il deputato socialista denunciò con fermezza il clima di violenza, intimidazione e sopraffazione che aveva accompagnato le elezioni politiche svoltesi poche settimane prima. Nel suo discorso chiese l’annullamento della convalida in blocco dei deputati della maggioranza fascista, presentando una dettagliata ricostruzione dei brogli e delle aggressioni che, a suo giudizio, avevano compromesso la libertà del voto e alterato il risultato elettorale.
Le sue parole provocarono immediate reazioni nell’Aula di Montecitorio. Il presidente della Camera, Alfredo Rocco, cercò di richiamarlo alla prudenza con una frase rimasta celebre: «Onorevole Matteotti, se ella vuole parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente». La risposta del parlamentare socialista fu altrettanto memorabile: «Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente!».
Nel clima sempre più acceso del dibattito intervenne anche il vicepresidente della Camera, Giunta, che rivendicò la propria appartenenza allo squadrismo definendosi «squadrista della prima ora» e persino «squadrista del Parlamento». Riferendosi agli esponenti dell’opposizione, tra cui Giovanni Amendola e lo stesso Matteotti, parlò della necessità di «mettere a posto quella masnada di uomini». Le tensioni degenerarono in tumulti che portarono alla sospensione della seduta.
Quel discorso rappresentò l’ultimo grande atto pubblico di denuncia contro le violenze del fascismo. Pochi giorni dopo, il pomeriggio del 10 giugno 1924, Giacomo Matteotti venne rapito nel centro di Roma da una squadra di sicari fascisti. Il suo assassinio segnò uno dei momenti più drammatici della storia nazionale e divenne il simbolo del soffocamento delle libertà democratiche da parte del regime.
A oltre un secolo di distanza, il ricordo di quel 30 maggio resta una testimonianza di coraggio politico e di difesa delle istituzioni parlamentari. Le parole pronunciate da Matteotti continuano ancora oggi a richiamare il valore della libertà, della verità e del confronto democratico, anche nei momenti più difficili della vita di un Paese.
Una targa in memoria
"Le parole di Giacomo Matteotti risuonano ancora oggi come un accorato appello in difesa della libertà contro qualsiasi deriva autoritaria". Così il Presidente della Camera, Lorenzo Fontana, introducendo la commemorazione di Giacomo Matteotti. Nell'occasione è stata svelata una targa affissa allo scranno che fu del deputato socialista, in attuazione di uno specifico ordine del giorno al bilancio interno della Camera presentato dal deputato Devis Dori.
La targa reca la scritta: "Da questo banco il deputato socialista Giacomo Matteotti pronunciò lo storico discorso del 30 maggio 1924, in difesa del libero parlamento e contro le intimidazioni e le violenze fasciste, che gli sarebbe costato la vita".
Chi era Matteotti?
Giacomo Matteotti (1885-1924) fu una delle figure più autorevoli e coraggiose del socialismo italiano del primo Novecento. Nato a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, si laureò in Giurisprudenza e fin da giovane si dedicò all’attività politica e amministrativa, distinguendosi per il rigore morale, la competenza e la costante attenzione ai problemi delle classi lavoratrici e dei ceti più deboli.
Militante del Partito Socialista Italiano, fu eletto più volte deputato e divenne uno dei principali esponenti del socialismo riformista. La sua azione politica si caratterizzò per la difesa della legalità democratica, dei diritti dei lavoratori, delle libertà civili e delle istituzioni parlamentari. A differenza di altri dirigenti politici del suo tempo, Matteotti comprese molto presto la natura violenta e autoritaria del fascismo e ne denunciò pubblicamente i metodi quando ancora molti osservatori ne sottovalutavano la pericolosità.
Accanto all’attività politica, Matteotti fu anche uno studioso e autore di importanti opere di carattere economico e sociale. Tra i suoi scritti più significativi figurano Un anno di dominazione fascista (1924), una severa denuncia delle violenze e delle illegalità del regime, e numerosi studi sulle condizioni dei lavoratori agricoli, sull’amministrazione pubblica e sulle questioni fiscali. Le sue pubblicazioni testimoniano una profonda preparazione giuridica ed economica e una concezione della politica fondata sullo studio e sulla competenza.
Il suo assassinio, avvenuto il 10 giugno 1924 per mano di sicari fascisti, trasformò Matteotti in un simbolo universale della lotta per la libertà e la democrazia. A oltre cento anni dalla sua morte, la sua figura continua a rappresentare l’esempio di un uomo delle istituzioni che non rinunciò mai alla verità, alla coerenza e al coraggio delle proprie idee, anche quando ciò significò mettere a rischio la propria vita.

