Dopo le puntate del format online e le accuse incrociate, il gruppo televisivo si rivolge alla Procura di Milano e alla Dda chiedendo misure di prevenzione drastiche. Domani l’udienza civile
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La frattura tra Mediaset e l’ex agente fotografico Fabrizio Corona, protagonista del format online Falsissimo, si è trasformata in un contenzioso aperto. Il gruppo televisivo ha depositato in Procura a Milano una denuncia per diffamazione e minacce, chiedendo contestualmente l’intervento della Direzione distrettuale antimafia per valutare misure di prevenzione che possano inibire l’uso dei social network, di altre piattaforme telematiche e persino del telefono cellulare per la diffusione di contenuti ritenuti lesivi. È una mossa rara e significativa, che alza l’asticella dello scontro oltre il perimetro del diritto di cronaca e della polemica mediatica.
La decisione arriva dopo la pubblicazione di due puntate di Falsissimo in cui viene denunciato un presunto “sistema” legato all’accesso a programmi di punta e, soprattutto, dopo la querela presentata da Antonio Medugno, ex concorrente del Grande Fratello Vip, che ha accusato il conduttore del programma di violenza sessuale ed estorsione. In questo filone, nelle ultime ore è emerso l’ingresso nel registro degli indagati di Alessandro Piscopo, chiamato in causa nel racconto del modello in merito a presunte pressioni. Piscopo ha respinto le accuse, producendo una chat in cui invitava l’ex talent a interrompere ogni interazione qualora non si sentisse più a suo agio.
Sul piano comunicativo, lo scontro si è ulteriormente irrigidito con messaggi pubblici dai toni di sfida che hanno spinto l’azienda a muoversi anche sul terreno cautelare. L’obiettivo dichiarato è impedire la reiterazione di contenuti ritenuti diffamatori e minacciosi, in un contesto in cui la viralità digitale amplifica l’impatto reputazionale ben oltre la platea televisiva tradizionale.
A difesa dell’ex agente fotografico è intervenuto l’avvocato Ivano Chiesa, che ha parlato apertamente di rischio di “censura preventiva”, richiamando il principio costituzionale della libertà di pensiero e di parola. Secondo il legale, le iniziative giudiziarie mirerebbero a silenziare un racconto scomodo prima ancora che un giudice ne valuti nel merito la fondatezza. Una linea che promette di diventare centrale nel dibattito pubblico dei prossimi giorni, perché chiama in causa l’equilibrio delicatissimo tra tutela della reputazione e libertà di espressione nell’ecosistema digitale.
Parallelamente, anche Alfonso Signorini ha presentato un’istanza analoga in sede civile. Per domani pomeriggio è fissata al Tribunale civile di Milano l’udienza sul ricorso d’urgenza che chiede un provvedimento inibitorio per bloccare la messa in onda sul web della prossima puntata di Falsissimo. Signorini è stato ascoltato dai pm il 7 gennaio, su sua richiesta, nell’ambito dell’indagine scaturita dalla denuncia di Medugno: ha respinto le accuse; il modello, due giorni fa, ha confermato davanti ai magistrati il contenuto della propria querela.
Il quadro giudiziario è reso ancora più complesso da un ulteriore filone d’indagine per revenge porn, aperto su denuncia dello stesso Signorini e che vede coinvolto l’ex agente fotografico, già interrogato a fine dicembre. Una costellazione di procedimenti che si intersecano e che rende la vicenda un banco di prova per la risposta delle istituzioni a conflitti mediatici ad alta intensità, dove il confine tra racconto, accusa e spettacolarizzazione è sempre più sottile.
Ora la parola passa ai giudici. Sul tavolo non c’è solo la verifica delle singole condotte contestate, ma anche una questione più ampia: fino a che punto, nell’era delle piattaforme, è possibile intervenire per prevenire danni reputazionali senza scivolare in limitazioni generalizzate della libertà di parola. La risposta, attesa già nelle prossime ore sul fronte cautelare, rischia di fare giurisprudenza.



