«Meloni infiamma il comizio di Vox: “Anche in Spagna un governo di patrioti. Fermare il fanatismo ultra-ecologista”. »

Titolava così la Repubblica nel luglio 2023.

La scelta di campo di Meloni è apparsa chiara da subito: preferire ovunque l’estrema destra, personaggi politici discussi e discutibili, come ad esempio Orbán in Ungheria, Marine Le Pen in Francia, ovviamente Trump negli Stati Uniti. E perfino Javier Milei in Argentina.

E così Meloni ha perso l’occasione storica di dare un volto nuovo alla destra europea. Ma prima di tutto alla destra italiana. L’occasione è persa per sempre. E il giudizio, ormai, è politico prima ancora che storico.

La nostra presidente del Consiglio, leader di Fratelli d’Italia, aveva tra le mani una possibilità che capita una volta sola nella vita politica: rifondare la destra italiana, renderla definitivamente europea, liberarla da ambiguità e nostalgie nere, portarla dentro la cultura piena della democrazia liberale. Non un aggiustamento. Una svolta.

Purtroppo non ha capito. Forse non ha voluto capire. O forse le stava bene quel mondo fatto di nostalgici che guardano al passato, incapaci di fare i conti con la storia.

E così ha scelto la linea più facile: tenere insieme tutto e il contrario di tutto. Bruxelles e Budapest. Governo e propaganda. Atlantismo dichiarato e ammiccamenti sovranisti. Una strategia che può reggere in campagna elettorale, ma non alla prova della storia.

Quello che Meloni non ha capito – e che invece aveva capito Gianfranco Fini – è che non si costruisce una destra moderna stringendo rapporti con Orbán (oggi, grazie al voto di milioni di elettori, politicamente archiviato). Lo stesso Orbán che, come portavoce di Putin, da anni ha svuotato pezzo dopo pezzo lo Stato di diritto nel cuore dell’Europa.

Ma era davvero così difficile capire che non si diventa credibili inseguendo la destra più radicale del continente? E che non si rafforza la propria statura internazionale mostrando indulgenza verso uno come Trump? Un presidente sempre più fuori controllo, sempre più incompatibile con l’equilibrio delle democrazie occidentali.

Lo stesso presidente che, brutalmente, in questi giorni ha umiliato Meloni dopo aver insultato mezzo mondo, a partire dal Papa. Era davvero così difficile capire che inseguire un uomo in pieno delirio di onnipotenza non poteva che portare a un vicolo cieco?

Ma il punto è proprio questo: Meloni aveva capito tutto, ma non ha voluto rompere con nessuno di questi impresentabili dell’estrema destra europea. E senza rottura non c’è leadership. Non c’è prospettiva. Non c’è futuro.

Avrebbe potuto essere una sorta di Margaret Thatcher. Ma ha dimostrato di non averne le capacità.

Ha provato a stare su più tavoli, a non scegliere mai fino in fondo, a rinviare il momento della verità. Ma la politica, quella vera, presenta sempre il conto.

Oggi quel conto è sotto gli occhi di tutti. Orbán non c’è più. Trump non è una sponda: è un’incognita pericolosa e permanentemente instabile.

L’Europa si muove in un’altra direzione. E modelli alternativi – dalla Spagna ad altri Paesi – occupano quello spazio politico che Meloni avrebbe potuto guidare.

Il risultato è una leader forte in patria (ma fino a quando?), della quale i più importanti leader europei non si fidano più.

L’errore è stato di fondo: non capire che il tempo della storia non è infinito. Che le occasioni non aspettano. Che quando arriva il momento di cambiare, bisogna farlo senza esitazioni.

Meloni ha visto passare quel momento. Lo ha lasciato andare. E adesso non guida il vento: lo subisce.