Fare «tutto il possibile». Anche se non è ancora ben chiaro quali siano i margini per la ripresa di una iniziativa «diplomatica», perché «le parti tornino al dialogo», Giorgia Meloni fa sapere che il governo ce la sta mettendo tutta. La guerra in Medio Oriente, scatenata dalle operazioni americane e israeliane contro l'Iran, spaventa le opinioni pubbliche di mezza Europa e la premier già di primo mattino si fa sentire, via social, per assicurare che l'attenzione del governo è massima. Così come massimo è lo sforzo di «coordinamento» con i principali partner europei, sugellato da una call nel formato E4 (Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna), di cui lei stessa, raccontano, aveva parlato con Frederich Merz e che si è tenuta, nel pomeriggio, per fare il punto con i Paesi che più di altri hanno relazioni, interessi, e connazionali, nell'area del Golfo.

Si guarda con attenzione ai sondaggi, commissionati anche nelle ultime ore, che registrano un forte distacco dei cittadini rispetto all'offensiva di Donald Trump. A differenza di quella in Ucraina, ragionano nel centrodestra, questa guerra «gli italiani non la capiscono e non la vogliono». Una variabile non secondaria per chi ha puntato molto finora sul rapporto con Washington e deve affrontare a breve il test referendario. Prima della call con lo stesso Merz, Emmanuel Macron e Keir Starmer, Meloni parla con Recep Tayyip Erdoğan. Intanto per fare avere alla Turchia, "partner strategico dell'Italia e alleato Nato", la solidarietà italiana dopo "l'ingiustificato attacco missilistico" dei giorni scorsi. E poi per valutare le evoluzioni di una situazione regionale che, nessuno lo nasconde nel governo italiano, preoccupa non poco la vicina Europa. L'impatto "a livello globale della crisi" è quello che viene analizzata poi anche nel formato E4.

Una call che Roma avrebbe sollecitato, e che è occasione per scambiarsi le reciproche informazioni, le reciproche impressioni, anche alla luce degli aggiornamenti costanti con i diversi attori mediorientali. Bisogna lavorare insieme per «la diplomazia e il coordinamento militare», fa sapere dopo la call Downing Street, sottolineando il «coordinamento sullo stretto di Hormuz preoccupazione» per la situazione in Libano.

I quattro condannano «i gravi attacchi dell'Iran» ma non ci sono accenni, almeno resi pubblici, a Stati Uniti e Israele. Tantomeno giudizi, perché adesso è il momento di mettere in campo «pragmatismo e concretezza», sintetizzano ai piani alti del governo. La premier finora ha evitato accuratamente di entrare nel merito, salvo avere più volte denunciato il rischio caos se si abbandona il multilateralismo (processo innescato, nel suo ragionamento, dall'aggressione russa all'Ucraina). Anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha preso alla larga il tema nei giorni scorsi (la posizione italiana "è quella europea") e il solo Guido Crosetto ha detto senza edulcorare il concetto, che l'intervento in Iran è scattato «fuori dal diritto internazionale». Ma non è il cuore della conversazione dei 4 leader europei - che sul punto hanno sensibilità diverse - che si concentra non solo sul coordinamento militare (a livello di capi di Stato maggiore) ma anche sulle operazioni di rimpatrio dal Golfo, sulla gestione delle ambasciate.

Roma ha trasferito quella in Iran in Azerbaigian, ma i rapporti diplomatici «non sono interrotti"», ribadisce Tajani. E si lavora «senza sosta insieme ai nostri principali partner e alleati, per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un ritorno alla diplomazia», assicura la premier.