Le scorte globali di petrolio si stanno riducendo rapidamente e potrebbero raggiungere entro poche settimane il livello più basso dal 2016. È l’allarme lanciato dagli analisti di UBS mentre prosegue la crisi nello stretto di Hormuz, uno dei principali snodi mondiali per il trasporto di greggio.

Secondo le stime della banca svizzera, entro la fine di maggio le riserve mondiali potrebbero scendere a circa 7,6 miliardi di barili, contro gli 8,2 miliardi registrati a febbraio.

Un calo che, secondo gli esperti, rischia di avere conseguenze molto più ampie rispetto al semplice aumento dei prezzi del carburante.

Il blocco di Hormuz e il rischio scarsità

A preoccupare i mercati è soprattutto la situazione nello stretto di Hormuz, dove il traffico delle petroliere continua a procedere a rilento.

Gli analisti sottolineano che il problema non riguarda soltanto il rincaro delle quotazioni, ma anche la possibile scarsità fisica di petrolio in alcune aree del mondo. Le scorte infatti non sono distribuite in modo uniforme e alcuni Paesi potrebbero trovarsi più esposti di altri.

Secondo UBS, le misure adottate dai governi — come il rilascio delle riserve strategiche — e il rallentamento della domanda registrato ad aprile non sarebbero sufficienti a compensare il rapido drenaggio delle scorte.

Brent oltre i 100 dollari, Wti a quota 110

Dall’inizio del conflitto nel Golfo Persico i prezzi del greggio hanno registrato un forte rialzo.

Il Brent è salito di circa il 50%, superando i 100 dollari al barile, mentre il Wti americano viaggia attorno ai 110 dollari.

Secondo gli operatori del settore, nelle prossime settimane il mercato potrebbe entrare in una fase di forte volatilità, con nuovi aumenti dei prezzi legati alla difficoltà di approvvigionamento.

Le pressioni geopolitiche sul mercato energetico

A complicare ulteriormente il quadro ci sono anche le tensioni geopolitiche internazionali.

Secondo indiscrezioni riportate dai media internazionali, l’amministrazione Trump avrebbe lasciato scadere la deroga alle sanzioni che consentiva a Paesi come l’India di acquistare petrolio russo trasportato via mare.

Nel frattempo, gli attacchi dei droni ucraini starebbero mettendo sotto pressione le infrastrutture energetiche russe, aumentando i timori per nuove riduzioni dell’offerta globale.

Nei giorni scorsi anche il ceo di Exxon, Darren Woods, ha avvertito che il mercato petrolifero “non ha ancora risentito pienamente dell’impatto della perdita di forniture”. Secondo Woods, se le scorte commerciali dovessero scendere ulteriormente, “continueremo a vedere un aumento dei prezzi sul mercato”.

Inflazione, tassi e rischio rallentamento economico

L’impennata del petrolio sta già avendo effetti sull’inflazione globale, soprattutto attraverso il rincaro dei trasporti e dei costi energetici.

Una dinamica che sta spingendo le banche centrali a mantenere una linea restrittiva sui tassi d’interesse. La Banca centrale europea, in particolare, è intervenuta con nuovi rialzi per cercare di contenere la pressione inflazionistica.

Il rischio, secondo gli analisti, è l’innesco di un circolo vizioso: energia più cara, consumi in calo, investimenti rallentati e crescita economica più debole.

L’Eurozona e l’Unione europea stanno già registrando segnali di rallentamento del Pil, con prospettive che potrebbero peggiorare ulteriormente se la crisi nel Golfo dovesse prolungarsi nei prossimi mesi.