L’erba nel campo sportivo di Alessandria del Carretto ha un sapore diverso da quella dei parchi cittadini. È un’erba spessa, sfacciata, che non chiede permesso. È il sudario verde che la natura cala sopra i luoghi dove non si corre più. Dove il pallone Super Santos non rimbalza da stagioni che si sono fatte decenni. Quando arrivai qui per la prima volta, alla fine degli anni ottanta, ero un giovane studente di antropologia con lo zaino troppo pesante e lo sguardo troppo pulito. Cercavo forse il “mondo magico” di De Martino e mi scontrai, invece, con una realtà fatta di granito e di fango, di una bellezza che ti schiaffeggia perché non ha nulla di pittoresco. È una bellezza che morde.

Oggi, tornando su questa dorsale del Pollino da documentarista che ha consumato ormai occhi e pellicola sulle relazioni umane, trovo che la geografia del dolore non sia cambiata. Anzi, si è fatta più aspra. La strada che sale da Trebisacce, inerpicandosi oltre Albidona, è un nastro d'asfalto che sembra soffrire di una malattia degenerativa. Le frane non sono eventi eccezionali, ma sono la punteggiatura di un discorso che la terra rivolge agli uomini per dirgli che vuole restare sola. Ogni crepa, ogni sagoma, ogni dosso deformato è un avvertimento. Qui la stasi è un privilegio che lo Stato non concede.

Eppure, in questo isolamento che Vittorio De Seta nel 1959 fissò in quella pellicola abbacinante de “I dimenticati”, vibra ancora un nervo scoperto. Una resistenza che ha la forma di un tronco di abete: la “Pita”. Domenica scorsa, mentre il paese si preparava al rito come ogni anno, mi è sembrato di sfogliare un album di famiglia mai chiuso. Ho ritrovato compagni di strada che non vedevo da un’eternità, volti che hanno scavato nel solco della memoria dei luoghi con la stessa ostinazione dei contadini di quassù. C’era Danilo Gatto, che ha trascinato una schiera di allievi del conservatorio di statale Nocera Terinese in un laboratorio a cielo aperto, trasformando il rumore del vento in un’armonia di organetti, surdulina e canti “ad aria”. Ho incrociato lo sguardo di Cristian Ferlaino, esperto di pratiche e processi di partecipazione musicale inclusiva, improvvisatore, compositore e suonatore di strumenti tradizionali come la surdulina (zampogna calabrese).

Poi, Eugenio Attanasio, che con la Cineteca della Calabria continua a tessere, attraverso interessanti pubblicazioni, il filo rosso lasciato da Vittorio De Seta. Pino e Domenico Iannelli con lo sguardo patinato di Geo&Geo. C’era anche Angelo Maggio, il testimone oculare, colui che dai tempi della mia giovinezza universitaria ferma il tempo con l’obiettivo, documentando ogni singola goccia di sudore che cade durante il trasporto dell'albero.

Vederli tutti lì, insieme, è stata la prova che Alessandria del Carretto non è solo un paese che muore, ma un centro di gravità permanente per chiunque voglia capire cosa resti dell’umano quando gli togli il superfluo. La “Pita” non è una festa. È un’insurrezione. È l’atto collettivo di un popolo che decide di schienare la gravità e lo spopolamento attraverso uno sforzo fisico brutale, quasi erotico nel suo rapporto con il legno e la montagna. Quando gli uomini trascinano l’abete, non stanno solo portando un albero in piazza per issarlo al cielo; stanno piantando le radici in un terreno che scivola via. È l’ultimo avamposto contro l’abbandono. È la risposta viscerale a chi vorrebbe questo paese ridotto a un deserto di case di pietra silenziose.

C’è un paradosso crudele in tutto questo. Mentre gli studiosi si interrogano e i musicisti accordano gli strumenti, il campo sportivo continua a essere mangiato dall’erba alta. Quella vegetazione è il timer di una bomba demografica che nessuno sembra voler disinnescare. I giovani studiano altrove, lavorano altrove, sognano altrove. Eppure, per la “Pita”, tornano e ritornano. È un richiamo ancestrale, un cordone ombelicale che la politica e l'economia non sono riuscite a recidere del tutto. Ma quanto può reggere un’identità basata unicamente sul rito, se il lunedì mattina la quotidianità è fatta di servizi negati e strade che franano sotto i piedi?

L’isolamento di Alessandria del Carretto non è più quello romantico di settant’anni fa. Non è l’assenza di contatti, è l’assenza di volontà. È una dimenticanza colpevole, un oblio burocratico che trasforma un presidio antropologico culturale in una zavorra. Ma finché ci sarà qualcuno pronto a sporcarsi le mani di resina, finché Danilo Gatto insegnerà a un ragazzo come far suonare una zampogna e Angelo Maggio consumerà un altro rullino - o un altro sensore - per bloccare l'attimo in cui l'albero svetta sulla piazza, Alessandria resterà il centro del mondo. Almeno per un giorno o due. Almeno finché l'erba del campo sportivo non diventerà così alta da nascondere anche le montagne. E allora, forse, non ci sarà più nessuno a raccontare che qui, una volta, la vita aveva la forma di un abete e la forza di mille braccia.

*Documentarista Unical