Federico Del Libano ha 24 anni, è cantautore e studente di Scienze dell’educazione e della formazione all’Università di Firenze. Vive a Lucca, ma le sue radici sono calabresi: il papà è nato a Crotone, la mamma è Toscana, di Lucca. Lui stesso si sente sia toscano, ma anche calabrese, e ogni estate torna a Crotone e alla sua Cutro, i luoghi che più sente suoi. Grande tifoso del Crotone, ha fatto della musica una passione che negli ultimi anni sta diventando sempre più un percorso di vita.
Proprio in questi giorni ha vissuto una tappa fondamentale: a Scandale, nel Crotonese, ha aperto il concerto di Franco Simone, uno dei cantautori italiani più amati e, secondo Pippo Baudo, “il poeta della canzone italiana”.

Com’è stato aprire il concerto di Franco Simone a Scandale?
«È stata un’emozione enorme, diversa da tutte le altre che ho provato nella mia vita. Ho vissuto momenti forti, come la maturità, risultati personali importanti o persino partite giocate in stadi professionistici con la mia squadra. Ma quella sera con Franco Simone è stata davvero speciale: davanti a migliaia di persone, con un artista che ha ascoltato le mie canzoni e le ha apprezzate tutte. Mi sono sentito frastornato, e trasformato, ma anche felice come mai prima».

Franco Simone è stato definito da Pippo Baudo “il poeta della canzone italiana”. Cosa rappresenta per te?
«Franco Simone è stato, ed è ancora, un poeta. Penso a brani come Tentazione, Sogno della galleria, Cara droga: veri capolavori della musica italiana. Credo sia stato sottovalutato negli anni, così come altri grandi artisti: Vecchioni, Zarrillo, Mango. Sono tutti poeti della musica che meritavano più riconoscimento».

Dove trovi l’ispirazione per scrivere i tuoi testi? Ti senti poeta anche tu?
«Io cerco sempre di essere sincero con chi mi ascolta. Però non mi definirei assolutamente un poeta. Anzi, un parroco di Lucca a cui sono legato, don Mauro, mi chiama “paroliere”, e penso sia un termine giusto per un ragazzo della mia età. Forse a livello di testo ho raggiunto un buon livello in pezzi come Tu o Lettera di una mamma, ma per me la poesia è un’altra cosa. La poesia è De André, è Guccini che canta dieci minuti su una locomotiva, è Vecchioni che scrive Sogna ragazzo sogna. La poesia è tutto, è nella nostra quotidianità più nascosta, è amore, qualcosa che non si lascia definire, e che capisce solo chi è capace di coglierla».

Vedi il tuo futuro più come educatore o come cantante?
«Credo che le due cose possano andare insieme. Essere interprete significa anche essere educatore. Nella vita ho fatto tanti errori, alcuni rimediabili, altri no. Però nello studio delle scienze umane e nella scrittura delle canzoni ho dato tutto me stesso, sia a livello di energie che economicamente: quasi tutto lo stipendio del tirocinio l’ho investito nella musica. Ho scritto pensando di lasciare un’emozione, un segno. Penso a quando ho dedicato i miei brani alle mie nonne o al mio amico Luca Giannecchini, morto sul lavoro. In questo senso sento di aver messo dentro tutto. E mi torna in mente una frase bellissima di Troisi: “La poesia non è di chi la fa, ma di chi se ne serve”».

In “Crotone è” parli della tua terra. Come hai trovato la città durante le tue ultime vacanze?
«Crotone è sempre bellissima, ma si può e si deve migliorare. La cosa che mi colpisce ogni anno è l’assenza totale delle istituzioni in alcuni paesi del Crotonese. E questo non dovrebbe accadere. Crotone ha un lungomare che lascia senza fiato, è la città di Rino Gaetano e della mia squadra del cuore. Però il mio legame è forte anche con Cutro, che più che un paese è quasi una città visti i tanti residenti. Negli ultimi anni l’ho trovata più pulita e organizzata. Anche lì, come a Crotone, ci sarebbe la possibilità di valorizzare molto di più il lungomare, penso a San Leonardo e Steccato di Cutro: posti meravigliosi».

Hai dedicato canzoni a Pantani, Cipollini e ora a Paolo Rossi. Quanto conta lo sport nella tua vita?
«Lo sport è stato fondamentale per me. Ho dedicato e forse dedicherò altri brani ai grandi campioni. Nel tempo libero gioco a calcio e pratico nuoto. Ho avuto la fortuna di incontrare persone che hanno creduto in me, come Alfredo Chelini, il presidente della Folgore Segromigno, e Riccardo Francesconi, il preparatore atletico. Li ringrazio per avermi fatto scoprire le mie possibilità e dato fiducia».

Hai sangue calabrese ma vivi a Lucca. Come vivi questa doppia appartenenza?
«Mi sento cittadino lucchese, perché sono nato e cresciuto lì. Ma ogni estate torno in Calabria, e quella terra è parte di me. Se potessi voterei sia a Lucca che a Cutro o Crotone. A livello calcistico la Lucchese rappresenta la mia città, ma il mio cuore batte solo per il Crotone. Mi vengono in mente allenatori come Juric, Nicola, Gasperini, e anche Stroppa che ho apprezzato. Sul piano artistico non so, sarà la gente a giudicare: ho scritto pezzi dedicati sia a luoghi toscani che a luoghi calabresi».

E Rino Gaetano?
«Rino è unico. Lo ascolto tantissimo, soprattutto quando mi sento giù: spesso metto le sue canzoni sul lungomare. È ancora amatissimo, nonostante sia morto tanti anni fa. Fonte di ispirazione? Si, ma difficilmente imitabile, perché lui è stato irripetibile e fuori dagli schemi. Impossibile da riconoscere in altri».

Nelle tue canzoni parli di gioie, ma quali sono stati i tuoi dolori più grandi?
«La vita è fatta di entrambe le cose. Al di là dei lutti e delle mancanze, che ho già raccontato nei miei brani, il dolore più grande per me è sempre stata la diversità che mi apparteneva in certi lati. Strano nel carattere, ma anche fisicamente. Non corrispondo ai canoni estetici comuni: parlo di altezza, corporatura, metabolismo. È la prima volta che lo dico pubblicamente, ne ho parlato solo con pochi amici. È stato un peso, ma anche un modo per maturare presto. Ho capito che quella “croce” faceva parte di me, e che Dio affida le croci solo a chi sa tenerne il peso».