Domenico Pane è un giovane artista originario di Caccuri, nel cuore dell’Alto Crotonese. Studia al Nord, a Milano, ma torna spesso nel suo paese, dove ritrova le proprie radici e quelle immagini, quei colori e quelle emozioni che continuano ad alimentare la sua ricerca. Ha già realizzato circa un centinaio di opere e dipinge da una decina d’anni, dopo aver scoperto nella pittura il linguaggio più sincero per raccontare se stesso e la realtà che lo circonda.

Il suo percorso non è però quello di un artista che vuole rinchiudersi dentro uno stile definito. Domenico preferisce sperimentare, cambiare, mettersi continuamente in discussione. Il blu, il cielo, il mare, la terra, i colori della Calabria diventano elementi di una pittura fatta di sensazioni, ricordi e ricerca. E proprio dalla Calabria, dice, vuole partire per arrivare a un messaggio il più possibile universale.

Lo abbiamo intervistato

Domenico Pane, la pittura tra radici calabresi e ricerca del mondo

Partiamo dal tuo nome d’arte: Domenico Pane. È un nome nato quasi per caso, ma oggi identifica il tuo percorso artistico. Come è successo e che significato ha assunto per te nel tempo?

Pane è nato in modo poco serio, senza alcun significato particolare, senza pretese. Non ricordo con esattezza, ma credo all’incirca una decina di anni fa io e mio cugino stessimo scegliendo un nome da darmi per un videogioco. Così nasce “Panino”. Crescendo ho deciso di cambiarlo in “Pane” e da lì, spesso e volentieri, mi firmavo ovunque con questo nome, tanto che le persone ormai mi chiamavano e mi riconoscevano così. È diventato ormai un simbolo distintivo per me, anche se è nato senza pretese.

Sei un giovane calabrese di Caccuri che studia al Nord, a Milano, e che in questi giorni è tornato nel suo piccolo paese dell’Alto Crotonese. Quanto conta per un artista tornare nei luoghi delle proprie origini? Caccuri entra nelle tue opere, nei tuoi colori, nelle tue emozioni?

Innanzitutto penso sia necessario, per un pittore o per chiunque si occupi di arte, uscire fuori dai confini della propria casa. Forse mentre ero ancora a scuola non capivo bene dove mi trovassi: ero totalmente immerso e quella routine ormai non aveva alcun effetto specifico su di me.

È da quando sono andato a Milano che ho cominciato a fare confronti tra le cose, tra le persone, i modi che hanno di vivere e di relazionarsi. Forse, diventando un po’ più analitico verso la realtà che mi circondava, ho iniziato a sentire il bisogno di portare casa mia nella pittura, anche se non sempre in modo esplicito.

Quindi sì, tornare a casa è importantissimo, ma prima di tornare bisogna partire.

Hai già realizzato circa un centinaio di opere. Quando hai capito che la pittura non era soltanto una passione, ma qualcosa che poteva diventare una parte importante della tua vita e forse anche il tuo futuro?

Iniziai da piccolo a scrivere brevi storie su fogli trovati in giro per casa. Mi chiudevo in stanza, lontano dagli occhi di tutti, e guardando dalla finestra scrivevo questi racconti. Poi avevo una strana mania nel costruire degli oggetti o smontarli. Prendevo dello scotch, cartoni e pennarelli e davo vita ogni giorno a qualcosa di diverso.

Solo più tardi mi sono appassionato al disegno e da lì provai la pittura, che non ho mai più abbandonato, circa dieci anni fa.

Quasi da subito ho capito che non era solo un passatempo. Le giornate passate a provare e imparare non riesco più a contarle. Spesso saltavo scuola per avere la mattinata per dipingere. Volevo dire qualcosa, anche se ancora non era chiaro neanche a me stesso di cosa si trattasse.

Ho sempre avuto la necessità di conoscere me stesso, di capire cosa mi piacesse e da dove venissi. La pittura è diventata molto più di un semplice passatempo quando ho deciso che poteva essere la forma più sincera con la quale definirmi.

Come definiresti il tuo stile? C’è un filo conduttore che unisce le tue opere oppure senti il bisogno di cambiare, cercare, sperimentare continuamente?

Non mi piace definirmi con uno stile. Sono in continuo movimento, come tutte le cose che mi stanno intorno. Esploro, provo nuovi mezzi, scavo a fondo ogni giorno per capire meglio. La mia pittura è cambiata e continuerà a farlo.

Certamente c’è un filo che lega vecchi e nuovi lavori, anche se non è per forza obbligatorio che si veda. Diciamo che tendo a essere sincero con me stesso su quello che voglio fare. Spesso cambio e forse qualcosa di più interessante sta pian piano uscendo fuori.

Quanto sono importanti per te i colori? Hai colori che senti più tuoi, tonalità che ricorrono nelle tue opere o accostamenti che utilizzi per esprimere stati d’animo e sensazioni?

Direi che sono fondamentali. Non ho particolari preferenze per i colori, a eccezione del blu. Mi rendo conto che in ogni quadro è presente, forse troppo, ma quando vedo un tubetto di blu non riesco a fare a meno di premerlo sulla tavolozza e iniziare a dare una campitura da qualche parte o magari ad accennare un volto.

Mi piace tanto anche l’arancione o, comunque, gli accostamenti tra colori caldi e freddi. Probabilmente ciò che vedo in Calabria ogni giorno mi porta ad apprezzare questi colori. Sono incantato dal cielo e dal mare, poi dalla terra arida e dai frutti dai colori accesi.

Associo ai colori anche gli odori o particolari momenti, le stagioni e gli stati d’animo, ma non so perché e come succeda esattamente.

La pittura per te è soprattutto espressione, ricerca, libertà o anche un modo per raccontare la realtà? Quando inizi una tela, hai già in mente quello che vuoi rappresentare oppure lasci che l’opera si costruisca strada facendo?

Sicuramente è sia espressione, sia ricerca, sia libertà e, ancora di più, un racconto della realtà. In fin dei conti la pittura è uno dei tanti modi che l’essere umano ha per dire il suo punto di vista sulle cose, siano esse personali o meno.

Quando inizio una tela devo avere già in mente cosa fare. Diciamo che sono abbastanza metodico nell’esecuzione, anche se l’idea nasce sempre senza una regola ben precisa. Vivo di sensazioni e di ricordi: è questa la base di ciò che faccio.

Ti piace sperimentare? Tecniche, materiali, forme, contaminazioni con altre arti: c’è qualcosa che ancora non hai fatto e che vorresti provare?

Ho iniziato con la pittura a olio e da lì ho sempre continuato. Il mio rammarico è quello di aver iniziato a sperimentare solo recentemente, non perché non lo volessi, ma perché penso che bisogna prima conoscere un minimo la materia prima, studiarla e cercare una decenza nel risultato; poi forse si può pensare di aggiungere dell’altro.

Spesso il mezzo può fare la differenza: si può trovare una soluzione comunicativa efficace solo cambiando il linguaggio.

Sono molto autocritico e vedo ancora tante lacune nella mia pittura, ma continuerò a portarla avanti con umiltà e curiosità, cercando anche di uscire dalla pittura stessa, se necessario, un giorno.

Che cosa significa per te la parola “arte”? E che ruolo dovrebbe avere oggi l’arte nella società, soprattutto in una realtà come quella calabrese dove spesso cultura e creatività faticano a trovare spazio e attenzione?

Dire che cosa sia l’arte per me è sempre stato difficile. È un po’ come un sentimento: quando si chiede a dieci persone cosa sia l’amore, le risposte saranno dieci, tutte diverse.

Ciò che credo è che ci sia una forza che tiene tutto in piedi, che in qualche modo fa funzionare le cose, una forza misteriosa e antica, la cui origine è sconosciuta perché troppo remota, però si sente, è inevitabile.

L’arte ha trovato il suo spazio in ogni epoca della storia e non è esclusa quella in cui viviamo. Forse l’esagerazione, gli infiniti stimoli che abbiamo quotidianamente, ne hanno fatto un po’ perdere il sapore, almeno per me, ma nella realtà in cui vivo assume un’importanza diversa.

È difficile far emergere quest’aspetto, ma il mio obiettivo è proprio partire dal luogo che mi ha dato la vita per poi poter espandere il messaggio anche altrove, in modo più forte.

Sei un giovane artista e, come molti giovani, stai cercando di costruire il tuo futuro. Quanto è difficile oggi pensare di poter vivere di pittura? E cosa dovrebbe cambiare perché un ragazzo calabrese possa coltivare il proprio talento senza essere costretto ad andare lontano?

Mi piacciono le sfide. Qualche anno fa dissi che avrei preferito morire di fame piuttosto che fare un lavoro che mi desse uno stipendio fisso. L’idea di vivere di pittura si è insinuata già da un po’ nella mia testa.

Ovviamente, crescendo, ho capito delle cose. Non dimentichiamoci di dover fare i conti anche con la realtà che abbiamo di fronte. Il mercato di oggi è diverso, le richieste sono diverse, gli artisti sono diversi.

Penso che un ragazzo calabrese possa benissimo coltivare il proprio talento a casa sua. Ciò che invece lo costringe ad andare lontano, collegandomi alla seconda domanda, è proprio il bisogno di poter scoprire di più e di dare valore a ciò che si ha guardando ciò che sei dall’esterno.

Non credo sia un problema regionale. Chi si occupa di arte deve poter viaggiare e scoprire luoghi e persone: è fondamentale.

Infine, immagini il tuo futuro davanti a una tela? Se dovessi raccontare oggi il pittore Domenico Pane tra dieci anni, dove vorresti trovarlo e soprattutto che cosa vorresti che le tue opere riuscissero a dire di te, della Calabria e del mondo che stai vivendo?

Tra dieci anni vorrei poter trovare a casa le persone che amo e i miei amici. Io continuerò sicuramente a occuparmi di questo e ciò che desidero è continuare a spremermi fino alla fine per vedere quante cose posso dire.

Non vorrei fossilizzarmi troppo e diventare monotematico. La Calabria è la matrice, ciò da cui vengo e che lega un po’ tutto ciò che faccio, ma vorrei diventare più universale possibile.

Penso che ci sia un inconscio collettivo: se lo sento io, puoi sentirlo anche tu. Per questo vorrei anche farmi capire da persone che non hanno mai mangiato la ’nduja. Sarebbe il mio sogno.