La storia della 39enne che ha attraversato tre Paesi a piedi, perso il marito per cancro e ora cresce i suoi figli a Cassano tra la speranza e il dolore
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C'è una strada che nessuna mappa sa descrivere. Non ha nome, non ha segnali, si percorre di notte, tenendosi per mano nel buio, sapendo che il giorno porta pericolo e la luce è un nemico. Ouattara Gnerewa Djeneba quella strada la ricorda a memoria, nel corpo e nell’anima. L’ha camminata per settimane, incinta, con il marito Yaya al fianco.
Oggi ha 39 anni, vive a Cassano All’Ionio e quella strada è il filo invisibile che lega ogni giorno del suo presente. Djeneba è originaria della Costa d’Avorio, ufficialmente République de Côte d’Ivoire, uno Stato dell’Africa occidentale bagnato dal Golfo di Guinea. Le ragioni che l’hanno spinta a partire appartengono alla categoria delle cose che non si raccontano facilmente, e che infelicemente sono la quotidianità di milioni di persone. Con il marito Yaya Dubois Zou Gbogbo ha deciso che restare non era più possibile. Davanti a loro, la sola alternativa di andare via, di partire verso una migliore vita.
Il viaggio ha seguito le rotte che migliaia di famiglie percorrono ogni anno attraverso l’Africa subsahariana. Dal paese d’origine verso nord, prima la Repubblica semipresidenziale del Burkina Faso, poi la Repubblica del Mali, infine l’Algeria, ufficialmente Repubblica Democratica Popolare di Algeria, dove li attendeva lo scafo per la traversata del Mediterraneo. Un cronoprogramma rigido, senza margini di errore, senza spazio per il cedimento fisico o morale.
Eppure, proprio il corpo di Djeneba imponeva i suoi tempi, era in dolce attesa. Ogni ora di cammino costava il doppio, ogni chilometro pesava il triplo e quando nei momenti in cui le gambe non rispondevano più, Yaya era lì, a sorreggerla, a rincuorarla con parole basse, a convincerla che il punto di arrivo esisteva davvero. Il suo sostegno non è mai venuto meno, nemmeno quando tutto, la stanchezza, la paura, il buio, spronava a tornare indietro. Giunsero al luogo d’imbarco sulle coste algerine. Ma il loro destino, come spesso accade in queste storie, non era ancora scritto. Nella ressa che accompagna ogni imbarco clandestino, corpi che si affollano, il buio, l’urgenza, Djeneba e Yaya salirono su due barconi diversi. Separati, lei con la figlia in braccio, lui su un’imbarcazione che avrebbe attraccato altrove. Non si sà il perchè, non gli mai stato detto ma Djeneba sbarcò a Crotone e Yaya, il marito si ritrovò a Firenze. Due città a quasi ottocento chilometri di distanza, due percorsi burocratici paralleli, una famiglia divisa da un mare che doveva essere la salvezza.
Fu Yaya a non arrendersi e, dai centri di accoglienza di Firenze, con la tenacia di chi ha attraversato un deserto, spiegò alle autorità la situazione della moglie. Attraverso il Servizio Centrale gestito dal Ministero dell’Interno, Djeneba fu rintracciata a Crotone. Fu allora che entrò in gioco il progetto SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione, un programma del Ministero dell’Interno italiano che coordina l’accoglienza dei richiedenti asilo attraverso i comuni) del Comune di Cassano All’Ionio, gestito da CIDIS Impresa Sociale ETS. Grazie a questo percorso, il ricongiungimento avvenne e la famiglia tornò ad essere unica. Dopo poco tempo dal ricongiungimento a Cassano, Djeneba diede alla luce il secondo figlio, un maschietto. Per qualche mese la vita sembrò aprirsi. Yaya aveva trovato un lavoro con contratto a tempo indeterminato, i bambini crescevano, la quotidianità cominciava ad avere una forma riconoscibile. Troppo bello (o almeno così sembrava). Yaya accusava dolori e la cosa continuò per diverse settimane fino a quando decise di sottoporsi a indagini mediche. Nulla lasciava presagire quello che investiva il futuro prossimo, tutto sembrava procedere nel verso giusto. Ma arrivò la diagnosi. A Yaya fu riscontrato “il male del secolo”, il cancro, che non chiede da dove vieni né quanto hai già sofferto. Il periodo della malattia fu devastante, per lui, che aveva attraversato continenti in cerca di futuro, e per la famiglia che intorno a lui si stringeva. Nel dicembre 2024, Yaya Dubois Zou Gbogbo, tra preghiere e cure amorevoli all’Hospice “San Giuseppe Moscati” di Cassano, si è dovuto arrendere, è morto. Ha lasciato Djeneba, la bambina e il bambino nato in Italia. Ha lasciato un vuoto che nessuna burocrazia sa misurare.
Oggi Djeneba continua a vivere a Cassano come richiedente asilo politico. È seguita dal CIDIS, ma è la comunità locale ad averla accolta con quel calore che i numeri delle statistiche non restituiscono mai del tutto. I cassanesi l’hanno avvolta in un abbraccio fatto di gesti concreti, di sguardi gentili, di quella solidarietà silenziosa che spesso non finisce sui giornali. Djeneba è una donna che la vita ha segnato in profondità.
Ha perso la patria, ha rischiato di perdere sé stessa nel deserto, ha perso il marito a una malattia che non ha volto. Eppure, ogni mattina si sveglia, guarda i suoi figli, e sceglie di andare avanti. La sua speranza, quella di assicurare loro un futuro migliore, non è un sentimento astratto. È la ragione concreta per cui continua a mettere un piede davanti all’altro, esattamente come ha fatto nel buio di quelle notti in marcia verso nord. E in un certo senso, è la personale “resurrezione” dopo aver visto la morte in faccia che, seppur risparmiandola, le ha fatto conoscere il nuovo, vero, volto della vita.
La storia di Djeneba è una storia come molte altre, ci dicono spesso. Ed è vero, nel senso peggiore, troppe persone percorrono le stesse strade, subiscono le stesse separazioni, portano gli stessi lutti. Ma è anche una storia unica, irripetibile, che appartiene a lei sola. A lei e ai suoi bambini che crescono a Cassano, tra due lingue e due mondi, con un padre che non c’è più e una madre che non ha smesso di lottare.

