Tra murales, una libreria libera e il recupero di abitazioni abbandonate, lo spazio s’inserisce in un più ampio progetto di rigenerazione del borgo. L’ideatore Giuseppe Caruso: «Molti avrebbero preferito restare»
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Il Museo delle Partenze, nato a Petilia Policastro da un’idea di Giuseppe Caruso, è uno spazio culturale dedicato alle storie dell’emigrazione e della “restanza”. Inserito in un progetto più ampio di rigenerazione del borgo — tra murales, una libreria libera e il recupero di abitazioni abbandonate — rappresenta un’esperienza concreta di resistenza allo spopolamento attraverso la cultura.
L’intervista a Giuseppe Caruso
Tornare in un paese che si svuota è una scelta controcorrente: lei lo ha fatto anni fa ed è diventato simbolo di una rivoluzione culturale che vuole salvare i borghi calabresi dall’abbandono definitivo. Se n’è mai pentito?
«In realtà, da allora non ho mai smesso di sistemare piccole cose, come ad esempio case non più abitate che diventano luoghi di condivisione e, allo stesso tempo, spazi educativi. L’esperienza di Libri Liberi, la piccola libreria gratuita di Manuela, ci ha insegnato tanto: ora infatti è gestita dai ragazzi del liceo e stiamo cercando una soluzione per tenerla sempre aperta. Non è semplice, ma sicuramente andremo avanti».
Il Museo delle Partenze nasce da un’idea semplice: quando è diventato un vero progetto? E qual è l’obiettivo?
«La gente mi scrive, viene a trovarci e ci racconta la propria storia. Molti avrebbero preferito restare, ma non è stato possibile. Sono storie belle, ma soprattutto sono le nostre storie. Da tutte queste testimonianze è nato un piccolo disegno su un muro che poi la direttrice del Museo del Tartufo, Olga Urbani — da poco nominata tra “Le Marianne d’Italia” dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella — ha valorizzato, e da allora siamo andati avanti con ancora più convinzione. L’obiettivo è creare uno spazio dove insegnare queste storie ai ragazzi: le storie della nostra gente. Ci riusciremo».
C’è una storia raccolta nel museo che più di altre racconta il dolore — e magari la speranza — dell’emigrazione?
«Ne stiamo collezionando diverse, ma la storia di Laura Beth Anderson e della sua famiglia è davvero eccezionale. Quando la bisnonna arrivò in Canada, i genitori morirono e lei crebbe da sola in un orfanotrofio. Una bambina piccolissima, in un Paese lontano, senza conoscere nessuno. Dopo 50 anni, grazie a una foto, scoprì che era originaria di Caccuri e da allora tornano ogni anno a trovare i parenti. Scoprire dopo mezzo secolo di avere una grande famiglia dall’altra parte del mondo è qualcosa di straordinario».
In Calabria si parte da sempre. Ora però siamo davanti a una vera e propria fuga di massa, nel silenzio delle istituzioni. La Calabria rischia di morire. Ma crede davvero che la cultura possa invertire questa tendenza?
«La cultura fa tanto, ma la vita ci insegna che bisogna vivere, quindi bisogna lavorare. Come diceva mio padre in una canzone, se non c’è lavoro la gente continuerà a partire e noi possiamo fare tutta la cultura che vogliamo, ma resteranno case vuote. Forse la cultura, come la intende lei, nel nostro contesto potrebbe essere protagonista di una svolta importante, insegnando ai nostri ragazzi — con esempi concreti — che anche qui, nei nostri paesi, è possibile fare. Partire va bene, il ritorno invece è sempre incerto. In ogni caso, la cultura fa tanto».
Libreria, murales, recupero delle case: sta nascendo una nuova comunità a Petilia? Lei e sua moglie siete dei veri combattenti.
«Abbiamo realizzato dei semplici “giocattoli” in un vicoletto che porta il nome del nostro amato Papa, di cui proprio in questi giorni si parla tanto: vico Leone. Una piccola libreria e un piccolissimo museo. Tutto molto piccolo. Più che combattenti, siamo due semplici giocatori».
Ai giovani che oggi preparano la valigia, cosa direbbe per convincerli che c’è un futuro in Calabria?
«Ne ho visti tanti partire e purtroppo continuano a partire ancora oggi. Davvero non saprei cosa rispondere: conosco troppe storie di partenze. Cosa direbbe lei a un amico che ogni 21 giorni parte per andare a lavorare in galleria, o a quello che guida un treno e torna a casa solo due giorni l’anno? Ai giovani direi: fermatevi e investite nei vostri paesi, nelle nostre città. Ma prima di tutto, formatevi».

