Il mare non ha ideologia.

Non vota, non governa, non partecipa ai talk show. Il mare entra. Avanza. Demolisce. E quando si ritira lascia dietro di sé ciò che siamo stati davvero: rinvio, superficialità, incuria, disorganizzazione, irresponsabilità travestita da fatalità.

In Calabria il mare ha parlato. In Sicilia ha urlato. E come sempre, noi abbiamo fatto finta di non capire.

Il giorno dopo il ciclone è il più osceno, perché è il giorno in cui la normalità torna a occupare la scena. Le onde si placano, le immagini scompaiono dai telegiornali e dai social. Resta il paesaggio violato. Un paesaggio che non è solo naturale, ma umano, politico, morale. Una costa e un territorio ferito come un corpo lasciato senza cura, esposto, consumato.

Ci si affretta a dire: nessuna vittima. Come se bastasse questo a lavarci la coscienza.

Ma è proprio qui l’inganno. Una società che misura il proprio fallimento solo contando i morti è una società già sconfitta. La vera tragedia non è l’eccezione, è la continuità. È l’abitudine al danno. È la rassegnazione elevata a sistema. Da anni sappiamo.

Sappiamo che il clima non è più un’ipotesi ma una condizione. Sappiamo che il Mediterraneo è diventato un laboratorio violento. Sappiamo che le terre più fragili, più esposte, più sfruttate sarebbero state le prime a pagare. Calabria e Sicilia, non sono state colpite perché sfortunate, ma perché vulnerabili. E la vulnerabilità, in questo Paese, è sempre una colpa.

I piani ci sono. I fondi ci sono. Le relazioni tecniche si accumulano negli uffici come una burocrazia della coscienza sporca. Ogni progetto non realizzato è una scelta politica. Ogni cantiere mai aperto è una resa. Ma nessuno vuole dirlo apertamente, perché è più comodo parlare di emergenza che di responsabilità.

E intanto il mare avanza.

Avanza senza attendere bandi, senza rispettare i calendari, senza concedere proroghe. Avanza come una pedagogia brutale, che insegna senza parole. Distrugge ciò che è stato costruito male. Smaschera l’illusione di uno sviluppo senza manutenzione, di una modernità che consuma e poi abbandona.

Ma c’è qualcosa di ancora più inquietante della devastazione: il silenzio.

Il silenzio dei media nazionali, che hanno raccontato poco, distrattamente, in fretta. Il silenzio che cala quando a essere colpite sono terre che vivono già in uno stato permanente di emergenza. Come se l’emergenza cronica non facesse notizia. Come se il dolore, quando è reiterato, perdesse diritto di cittadinanza nel racconto pubblico.

Calabria e Sicilia pagano anche questo: non solo l’erosione delle coste, ma l’erosione dello sguardo.

Sono territori talmente abituati alla crisi da non sembrare più degni di racconto quando la crisi esplode davvero. È una forma sottile di violenza: trasformare l’eccezione in normalità, il disastro in paesaggio, la ferita in sfondo. Ma attenzione: nulla di tutto questo è “meridionale”. È italiano. È europeo. È occidentale.

Calabria e Sicilia non sono periferie folkloristiche: sono avanguardie tragiche. Qui si vede prima ciò che altrove si preferisce ignorare. Qui il corpo della terra reagisce alla disattenzione del potere che ha smesso di prendersene cura.

Il mare non chiede il permesso. Non negozia. Non aspetta le conferenze stampa. Arriva. E quando arriva racconta una verità che noi abbiamo smesso di raccontarci. Se non impariamo ad ascoltarla, non potremo dire che è stato un disastro naturale. Sarà stato, semplicemente, un disastro umano.