Satira sullo sbandamento di Fratelli d'Italia dopo il referendum: tra dimissioni tardive, fughe sceniche e politiche, con Giorgia Meloni, Daniela Santanchè e Andrea Delmastro Delle Vedove, il partito dei “fratelli” si scopre popolato soprattutto da fratellastri
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La cronaca politica, nella sua involontaria vocazione alla caricatura, supera la più audace invenzione satirica e si consegna, con disarmante naturalezza, al registro del buffo. Le istituzioni mantengono l’aria grave, i comunicati si rivestono di un lessico inflazionato di responsabilità e patriottismi, ma sotto la superficie solenne si agita un teatrino di fughe, smottamenti, dimissioni differite e improvvisi soprassalti di dignità che ricordano più la concitazione di una compagnia di avanspettacolo, che non la compostezza di una classe dirigente.
Ed eccoci dunque allo spettacolo offerto da Fratelli (e fratellastri) d’Italia, compagine che da qualche giorno sembra aver smarrito la bussola della narrazione epica con cui amava raccontarsi, per approdare, invece, suo malgrado, alla più sonora delle commedie nazionali.
Il referendum sull'ordinamento della giustizia, ha avuto la sgarbata abitudine di non seguire il copione. L’esito, lungi dall’incoronare la virtù dei promotori, ha prodotto un tonfo politico di quelli che costringono gli interpreti a uscire di scena con passo laterale, fingendo che si tratti di una pausa prevista. Ancora peggio, chi ha scelto di votare SÌ, adesso lo rinnega: «potevamo fare di più», «non è un male estremo che abbia vinto il No» e così via. A Napoli direbbero: "Fanno ’e guappe e po’ s’annasconnono".
Tuttavia, è iniziata la danza delle dimissioni.
Una danza lenta, prudentissima, timorosa di disturbare il fragile equilibrio della narrazione governativa. C’è chi lascia per senso dello Stato, chi per amore degli elettori, chi (formula ormai classica) per “consentire una riflessione serena”. Che nella grammatica della politica significa, con elegante perifrasi: la nave imbarca acqua e qualcuno ha trovato la scialuppa.
La scena, tuttavia, assume tratti francamente comici quando entra in campo Daniela Santanchè, la quale, afferrando la sua immacolata borsetta di Yves Saint Laurent, sembra intonare il celebre refrain di Mina: «non gioco più, me ne vado». E se ne va davvero, con quell’andatura risentita e scenografica che, nei salotti politici, equivale a uno sbattere la porta.
Dietro di lei, come in una gag di varietà anni Sessanta, si agita Andrea Delmastro Delle Vedove, il quale, con aria di complice malinconia, parrebbe canticchiare sottovoce il vecchio tormentone: «vengo anch’io? no, tu no». Un dialogo musicale immaginario, certo, ma non meno verosimile della realtà parlamentare degli ultimi giorni.
Nel frattempo, al centro della scena, resta la direttrice d’orchestra dell’intera sinfonia: Giorgia Meloni.
La presidente osserva il fuggi-fuggi come una sovrana stoica che alterna inflessioni epiche e inflessibilità narrativa. E mentre la compagnia si dirada tra dimissioni, distinguo e silenzi tattici, pare quasi di sentirla, nel silenzio delle stanze di Palazzo Chigi, modulare il celebre verso di Ranieri: «...e adesso andate via, voglio restare sola».
Una solitudine politica, beninteso, tutt’altro che ascetica. Piuttosto, la solitudine di chi, nel pieno di una tempesta, continua a sostenere che il mare è appena increspato.
E poi vi è la compagine calabrese di Fratelli d'Italia. Qui, veramente, possono essere definiti "fratellastri". I convegni per le ragioni del sì, organizzati con zelo liturgico, hanno raccolto platee che definire "raccolte" sarebbe già un’iperbole statistica: otto presenti, talvolta nove se si conta il moderatore. Platee, peraltro, già devotamente persuase della necessità di votare sì, dunque riunite non per discutere, bensì per annuirsi reciprocamente con quella compostezza da assemblea condominiale che precede l’approvazione del bilancio. Del confronto con le ragioni del no, invece, neppure l’ombra: non un dibattito, non un contraddittorio, non una minima increspatura dialettica che disturbasse l’oleografia dell’unanimità. E come se non bastasse, l’intera compagine di FdI calabrese ha mostrato un talento singolare anche nell’arte della sottrazione mediatica, disertando (ancorchè sollecitati a presenziare) la trasmissione politica di punta della regione, ovvero "Perfidia". Una scelta che sicuramente non ha giovato a loro. Del resto la trasmissione della Grippo è sdrucciolevole, scivolosa, poco accomodante. Tuttavia, sottrarsi al confronto con i giornalisti seri, inevitabilmente, vuol dire fallire. Di tutt'altro avviso la prima fila nazionale del Partito, che ha sempre accettato di farsi intervistare.
Il paradosso più esilarante di questa vicenda resta, tuttavia, la liturgia della responsabilità evaporata. Tutti rivendicano le intenzioni nobili, le battaglie ideali, l’amor patrio declamato con enfasi quasi barocca, ma quando si tratta di individuare la paternità della disfatta referendaria, l’evento sembra essersi prodotto da sé, come un temporale estivo sorto per autocombustione.
La fraternità di Fratelli d'Italia resta proclamata. Gli stinchi, sotto il tavolo, assai meno. E mentre i dimissionari sfilano con l’aria contrita degli attori che salutano il pubblico dopo una prima disastrosa, il Paese assiste allo spettacolo con quel riso largo, quasi liberatorio, che nasce quando la retorica, gonfiata oltre misura, si affloscia (ergo, ammosciarsi) all’improvviso, come un pallone da festa. Un sibilo breve. Poi la risata. Quella, almeno, non si dimette (speriamo).

