Gettiamo uno sguardo panoramico sulle manifestazioni contro l’aggressione militare americana ed israeliana all’Iran, che in Italia si vanno svolgendo in tutto il paese.

Cinquecento persone hanno partecipato ad un presidio democratico organizzato da Cgil, Anpi ed Arci davanti al consolato degli Stati Uniti, in Via Turati, contro questa ignobile aggressione.

Alcuni esuli iraniani, ascrivibili all’area monarchica e dei sostenitori dello Scià, hanno contestato la manifestazione, secondo loro a sostegno della dittatura islamica del loro paese.

Dal palco Primo Minelli, presidente dell'Anpi della provincia di Milano, ha risposto: “Nessuno di noi è a favore del regime sanguinario degli ayatollah, anzi in passato abbiamo organizzato manifestazioni con le ragazze iraniane contro la repressione, ma la guerra è davvero inaccettabile”.

Ma gli iraniani erano favorevoli all’intervento militare. Ostentavano infatti uno striscione con la scritta “Thank you, Trump” (“Grazie, Trump”): “L'attacco degli Stati Uniti e di Israele è un aiuto”, hanno spiegato.

La sinistra è scesa in piazza anche a Torino, in Piazza Castello, con un presidio democratico contro la guerra in Iran promosso dalle Acli, dall’Anpi, dall’Arci, dalla Cgil e dall’associazione “Donna, Vita, Libertà”. Lo slogan della manifestazione è stato “Fermiamo la guerra, per la pace e per il diritto dei popoli”. Partito Democratico, Alleanza Verdi Sinistra ed altre componenti della sinistra torinese, parlamentare ed antagonista, hanno aderito a questa manifestazione.

Anche qui ci sono state contestazioni da parte di esuli iraniani, che come a Milano hanno accusato i manifestanti di sinistra di essere “solidali col regime degli ayatollah” ed hanno chiesto loro dove fossero mentre era in atto la repressione di Khamenei, facendo facilissima ironia con una domanda che, per quanto retorica, resta priva di senso.

A questa saccente stupidità si è unito il consigliere comunale “radicale” Silvio Viale di Più Europa, che ha giudiziosamente esclamato: “Che vergogna! Sono le stesse sigle che avevano aderito alla manifestazione del 31 gennaio per il centro sociale Askatasuna!”. Viale non ha chiarito quale sia il legame, probabilmente “torbido”, tra il centro sociale Askatasuna e l’Iran, ma da lui si è sentito altro e di peggio: “Parlare di 'aggressione all’Iran' significa rinnegare Mahsa Amini”, ha dichiarato. Proprio così! Manifestare per la pace significa ripudiare una povera ragazza assassinata a Teheran nel 2022 e divenuta simbolo della lotta del popolo iraniano contro la repressione. Che malvagità!

Manifestazioni al grido di “No alla guerra contro l’Iran” si sono svolte a Bologna e a Piacenza, in Piazza Cavalli, le uniche senza contestazioni iraniane, mentre a Firenze una giovane iraniana di nome Leila Farahbakhsh ha bloccato sul Lungarno il corteo per la pace in Medio Oriente promosso da varie sigle della sinistra pacifista: “Perché scendete in piazza contro la guerra all’Iran e non siete scesi in piazza contro lo sterminio di migliaia di Iraniani?”, ha chiesto ai manifestanti con tutta l’enfasi del caso ma senza discernimento, “Dove eravate mentre il regime reprimeva, torturava, uccideva? Dov’eravate mentre decine di migliaia di giovani venivano arrestati, mentre le donne venivano violentate, mentre le famiglie piangevano i loro figli?
Oggi chi si dichiara per la pace è contro l’attacco degli Stati Uniti e di Israele. Ma quell’attacco è stato chiesto dal popolo iraniano che non ha più voce, che vive sotto una dittatura sanguinaria e che vede nella fine del regime l’unica possibilità di libertà. Gli Stati Uniti hanno aiutato il popolo iraniano! Non si può invocare la pace ignorando l’oppressione. Non si può parlare di diritto internazionale senza guardare ai quarantamila morti, alle carceri, alle esecuzioni, al silenzio imposto con la paura. Essere oggi in piazza significa stare con chi lotta per liberarsi. Significa dire che la libertà degli iraniani conta. Che la loro richiesta di aiuto non può essere ignorata. Che un Iran libero non è uno slogan, ma una responsabilità. La guerra deve andare avanti finché non ci sarà un vero cambio al potere”.

Leila Farahbakhsh vive a Firenze da quindici anni ed è un'attivista dell'associazione “Donna, Vita, Libertà”, che peraltro ha aderito alle manifestazioni contro la guerra. Per giunta la comunità iraniana di Firenze è spaccata al suo interno. C’è infatti chi dice che gli Stati Uniti devono andare avanti e chi risponde che le bombe non porteranno la libertà. Nasrin, a Firenze da quasi vent’anni, ha spiegato: “Ho festeggiato la fine di Khamenei, ma solo dieci minuti. Questa guerra mi fa tanta paura. Io in Iran ho tutta la mia famiglia. Trump e Netanyahu non sono le persone giuste per portare democrazia”.

Infine la manifestazione di Roma, in Piazza Santi Apostoli e davanti all’ambasciata degli Stati Uniti, in Via Veneto, dove ha parlato Paolo Rizzi di Potere al Popolo, che ha dichiarato: "Stati Uniti ed Israele stanno creando una guerra totale. Chiediamo lo stop (…) ad ogni forma di riarmo, sia a livello europeo che nazionale. Le amministrazioni locali che dicono di volere interrompere i rapporti con Israele devono passare dalle parole ai fatti. Un esempio concreto? La concessione del porto di Ravenna alla compagnia israeliana Zim, coinvolta nel traffico di armi".

L’attivista iraniana Sohyla Arjmand ha però protestato per la presenza della bandiera della repubblica islamica dell’Iran nel corteo: "Non mi hanno concesso il microfono perché ho detto la verità”, ha detto…dal palco, “Quella bandiera non rappresenta il popolo iraniano, ma un regime che da quarantasei anni uccide ed opprime. Anche ieri mattina in Iran ci sono state esecuzioni. Mio fratello e mia sorella sono stati impiccati. Come si può sventolare il simbolo di quel regime in una manifestazione per la giustizia?"

La bandiera è stata ritirata.

Che cosa ci dicono le manifestazioni di questi giorni?
Sostanzialmente tre cose: 1) la sinistra italiana rappresenta ancora la migliore cultura civile e politica del nostro paese, 2) le comunità degli esuli iraniani in Italia fanno un uso contundente del dramma politico-sociale del proprio paese per lanciare messaggi sbagliati ed, in qualche caso, addirittura barbarici, 3) gli Italiani “nazionali” hanno colto la palla al balzo per criminalizzare la sinistra, facendo proprie le bugie e le corbellerie che di fronte alla guerra hanno detto gli esuli iraniani.

Ma non è tanto in piazza quanto sui social che Iraniani ed Italiani “nazionali” hanno dato il peggio di sé stessi. Qualche esempio: “Abbiamo avuto la dimostrazione che in Italia la stragrande maggioranza delle proteste di piazza sono esclusivamente guidate da un’ideologia ostile nei confronti di USA ed Israele. Poco importa se il popolo dell’Iran ha festeggiato ovunque la dipartita fisica dell’ayatollah. Quando finiremo di essere schiavi di certi pregiudizi ideologici?”,

“Signore e signori della sinistra in Italia, smettetela di sostenere il regime islamico sanguinario. Vergognatevi! Con che coraggio vi permettete di parlare a nome del popolo iraniano? Per quarantasette anni il regime islamico ha massacrato la nostra gente. E voi dov’eravate in tutto questo tempo? Adesso che gli Stati Uniti e Israele ci hanno dato un aiuto militare vi dà fastidio? Noi Iraniani ringraziamo gli Stati Uniti ed Israele e da ieri stiamo festeggiando in tutte le città dell’Iran e in tante città del mondo! Pensate ai vostri problemi! Viva l’Itan! Viva l’America! Viva Israele!”, “Leila ha perfettamente ragione!”,

“La sinistra fa una manifestazione contro la liberazione dell’Iran (sic) e gli Iraniani scappati dal regime sanguinario si incazzano. Oggi, col regime che massacra le donne che si tolgono il velo, la sinistra organizzerà la festa delle donne senza neanche essersi cambiata le mutande. Iran libero! Viva Trump!”, “Mentre in Italia vi strappate i capelli scambiando un’operazione di salvataggio congiunta di Stati Uniti ed Israele contro il regime islamico per un’invasione, gli Iraniani, in tutto il mondo, festeggiano la morte di Khamenei e l’inizio dell’intervento militare”, “La sinistra arriva a provocare gli Iraniani mentre festeggiano per la liberazione del proprio paese con la bandiera della repubblica islamica. Quella stessa bandiera che ha privato di ogni diritto i cittadini iraniani. La sinistra ancora una volta è dalla parte sbagliata della storia”.

Non è un po’ triste tutto questo? Non è un po’ triste sentire tutte queste bugie? E poi i cosiddetti “pregiudizi ideologici” sarebbero di chi e nei confronti di chi? E di cosa dovrebbe vergognarsi la sinistra italiana? E soprattutto quale “liberazione” da festeggiare ci sarebbe stata in Iran con l’inizio dei bombardamenti americani? 
Non è un po’ triste vedere un popolo, o quanto meno qualche suo singolo esponente nostalgico dello Scià, così impegnato a liberarsi dalle sue catene di oggi ed, al tempo stesso, così attaccato alle sue catene di ieri? L’esito della Rivoluzione iraniana dovrà dunque essere il ritorno ad un'altra monarchia?
Non è un po’ triste vedere un popolo, o quanto meno qualche suo singolo esponente, invocare l’“aiuto” di un intervento militare straniero contro sé stesso?
Non è un po’ triste delegare ad altri il processo rivoluzionario della propria Liberazione? La feroce repressione degli ayatollah giustifica dunque qualsiasi cosa?

Ma, al di là del senso immediato di avvilimento che prende in maniera spontanea - ed anche legittima - di fronte a questa cattiva e falsa coscienza, è necessario comunque dire qualcosa. Israele e Stati Uniti hanno scelto la guerra non certo per nobili principi democratici, visto che a Netanyahu e a Trump della Rivoluzione iraniana non può importare di meno e Trump sarebbe disposto anche a lasciare gli ayatollah esattamente dove sono se fossero in grado di garantirgli il controllo diretto dei loro – nel senso degli Iraniani - pozzi petroliferi. 
Gli squallidi motivi che hanno spinto Stati Uniti ed Israele ad intraprendere questa dissennata avventura militare sono invece una incontrollata volontà di potere assoluto ed uno spicciolo calcolo economico.

Ad ogni modo con questa guerra l’intera regione mediorientale è precipitata di nuovo nel baratro. Secondo la CNN a Minab si contano centoquarantotto morti e novantacinque feriti a causa del bombardamento di una scuola elementare femminile. Anche questo fa parte della avvenuta “liberazione” del popolo iraniano? Anche questo fa parte dell’“aiuto” americano per cui dire “thank you,Trump”?

Lo diciamo da sempre, ma grazie a Netanyahu e Trump siamo ancora qui a ripeterlo, le bombe "in nome della libertà" non esistono e nessun obiettivo geopolitico giustifica la violenza militare ed il suo inevitabile carico di morti, feriti e distruzione tra le popolazioni civili. L’attacco di Stati Uniti e di Israele contro l’Iran non aiuterà la società civile iraniana a liberarsi dal retrogrado e sanguinario regime teocratico degli ayatollah, ma darà nuove motivazioni al governo di Teheran per accelerare la propria corsa agli armamenti e rafforzare la repressione interna.

La insultante e provocatoria favoletta di comodo della sinistra insensibile e muta sulla repressione in Iran, o peggio ancora “amica” degli ayatollah, va poi respinta con la massima determinazione. Sono anni che in Italia si fanno manifestazioni a sostegno della protesta sociale iraniana, sono anni che si realizzano lavori artistici e perfino spettacoli teatrali studenteschi sulle donne iraniane nelle nostre scuole. Il sindacato italiano è sempre stato al fianco delle Iraniane e degli Iraniani che lottano per la democrazia, la libertà ed i diritti civili. In questi anni ha sostenuto con convinzione il movimento “Donna, Vita, Libertà” e si è mobilitato per la liberazione dei sindacalisti vittime di repressione e violenza.

Personalmente ricordo inoltre che nel 2009 il presidente brasiliano Luis Ignacio Lula - guarda caso, di sinistra - offrì asilo politico alla dissidente iraniana Sakineh Mohammadi Ashitiani, condannata a morte per adulterio mediante lapidazione. E, dopo il fallimento dell’accordo tra Brasile ed Iran, che vide Teheran eseguire la sentenza, la sinistra aprì una polemica con Lula di cui fu protagonista la comunista iraniana Mina Ahadi (sì, da non credere, perfino in Iran esiste qualche comunista, o almeno esisteva), che invitò Lula a non limitarsi ad offrire asilo politico ma a promuovere un appello internazionale per l’abolizione della lapidazione. Un’altra attivista iraniana, Shirin Ebhadi, Premio Nobel per la pace, disse che tuttavia l’intervento di Lula era stato comunque “un potente messaggio alla repubblica islamica dell’Iran”.

Al di là di quello che ognuno può pensare delle componenti politiche interne del Movimento iraniano per la democrazia - sulle quali forse non siamo nemmeno informati a dovere - la sinistra di questo nostro paese ha espresso, sempre e comunque, solidarietà al popolo iraniano. La richiesta di libertà, diritti, giustizia e democrazia degli Iraniani è infatti la richiesta comune a tutti i popoli che lottano per rompere le catene dell’oppressione e dell’ingiustizia, in ogni parte del mondo. Ma queste conquiste, va ricordato anche a taluni Iraniani, si ottengono con la forza del diritto e non con le operazioni militari o con nuove forme di colonialismo, anche culturale, o con la realizzazione di un protettorato petrolifero americano.

Quello che sarà l’Iran del futuro non lo deve decidere Trump o Netanyahu, ma il popolo iraniano. Ci sono ottime ragioni per essere contentissimi della fine di Khamenei, ma Khamenei avrebbe voluto essere processato da un tribunale internazionale. L’attacco americano non solo non è legittimo, ma rischia di fare arrivare il potere nelle mani di una dittatura militare a stelle e strisce che potrebbe essere anche molto peggio degli ayatollah. Speriamo dunque che il popolo iraniano faccia un uso ragionato della libertà che prima o poi conquisterà.

Per il momento siamo tutti in guerra. Contro che cosa? Contro il tempo della fine, cioè con la morte quotidiana, contro i missili americani ed israeliani, che ad ogni esplosione, ci dicono che tutto deve rimanere com’è, contro l’angoscia del carnaio ridotto a bollettino notarile e contro la logica della “fermezza” armata, che trova terreno fertile nelle speranze false, o adulterate, delle masse.

Abbiamo bisogno di nuovi occhi per guardare la realtà ed immaginare non solo quanto potrebbe essere diversa e migliore, il che non è poi così difficile, ma quale potrebbe essere la sua verità

Perché, come si diceva una volta, la verità è sempre rivoluzionaria. La realtà quasi mai, o forse solo qualche volta.