Ieri festeggiavano. Bari, dirette social con la spunta blu, fanfare di partito per il traguardo simbolico. Il governo più lungo della storia repubblicana. Quattro anni. Un’eternità in un Paese che cambiava ministri con la stessa frequenza con cui si cambia il calendario al muro. Eppure, fuori dai saloni di Palazzo Chigi e dal rumore bianco dei telegiornali di ordinanza, la vita reale scorre con un altro passo, meno trionfale e parecchio più faticoso. Quando le luci dei talk show si spengono, restano soltanto i registri contabili. E i numeri non votano, non applaudono, non cercano consenso. Picchiano forte.
Guardi il Prodotto interno lordo e ti raccontano la favola del treno italiano che corre più dei competitor europei. Poi vai a stringere il dato ed esce la miseria dello 0,7 % per cento medio all'anno. Una lumaca con la scocca lucidata a festa. Ti dicono che stiamo volando, ma si dimenticano di precisare che nelle casse dello Stato sono piovuti centinaia di miliardi del PNRR, un’iniezione di liquidità mai vista dal dopoguerra a oggi. Per capire l'entità del bluff basta sporgersi oltre il confine. La Spagna, con molti meno quattrini europei in tasca, nello stesso arco di tempo è cresciuta a un ritmo del 2 % ogni dodici mesi. Noi abbiamo tenuto il motore al minimo pur avendo il serbatoio pieno di benzina altrui. Chi parla di miracolo economico o si accontenta di poco o sta palesemente mentendo alla platea.
Sulle tasse la narrazione diventa acrobazia pura, quasi arte da giocoliere. In campagna elettorale la promessa era scolpita nella pietra: via le accise, giù le aliquote, sforbiciata secca per riportare la pressione fiscale sotto la soglia psicologica del 40%. Poi subentra la realtà amministrativa e il palloncino si sgonfia. La pressione fiscale non solo non è scesa, ma è salita al 43,1%. Può capitare che qualche giornale d’area tenti il maquillage contabile citando un 42,9%, ma la sostanza non cambia di un millimetro: oggi si paga più di quando l'esecutivo si è insediato. Gli slogan da palco si sono infranti contro la cassa del Ministero dell'Economia, dove le fatture si saldano con i soldi veri, non con i post su Facebook.
Ma c'è un dato che più di ogni altro fa tremare i polsi a chi conosce la materia viva del Paese. E’ la produzione industriale. Qui il crollo è matematico, spietato, netto. Meno 5%. Certo, la congiuntura internazionale batte in testa, la Germania frena, le materie prime oscillano e nessuno ha la bacchetta magica. Però le scelte di politica industriale di questo governo hanno finito per esasperare la caduta anziché ammortizzarla. Le fabbriche che chiudono i cancelli o riducono i turni non sono un'astrazione statistica, ma sono capannoni vuoti lungo la Statale, cassa integrazione, filiere che si spezzano. Per recuperare cinque punti di produzione servono anni di investimenti veri, non rettili comunicativi o propaganda di giornata.
Nel frattempo, il debito pubblico continua a lievitare come pasta madre. Per pagare gli interessi sul nostro enorme buco di bilancio stiamo sborsando cinque miliardi e mezzo di euro in più ogni anno. La favola del momento è che lo spread sta scendendo perché i mercati si fidano ciecamente di noi. È un tragico equivoco ottico. Lo spread cala semplicemente perché la Germania sta facendo una marea di debito e i suoi rendimenti salgono, riavvicinandosi ai nostri. Non siamo noi a essere diventati virtuosi d'incanto; sono gli altri che sono temporaneamente scesi al nostro livello di rischio.
Infine arriva la gemma della propaganda, si tratta dei dati sull'occupazione. L'algoritmo del consenso macina record su record, sbandierando milioni di occupati in più. Ma basta scavare un millimetro sotto la superficie per scoprire l'inganno contabile. Per la statistica ufficiale basta aver lavorato un'unica ora o un solo giorno in un intero mese per essere catalogati come “occupati”. Stiamo creando occupazione senza creare ricchezza. Il PIL resta piatto mentre i lavoratori aumentano, ma significa solo che stiamo moltiplicando i posti di lavoro a basso o nullo valore aggiunto. In parole povere, stiamo legalizzando e certificando il lavoro povero.
Guardate chi sono questi nuovi occupati. Per la stragrande maggioranza si tratta di over 50. La tanto vituperata riforma Fornero, che doveva essere smantellata al primo Consiglio dei Ministri, sta facendo, invece, benissimo il suo lavoro costringendo le persone a restare in ufficio o in fabbrica fino a tarda età. Ecco spiegato l'aumento degli occupati anziani. E i giovani? Agli under 35 vengono offerti in dote contratti con una durata media di tre mesi. Un trimestre di respiro, poi di nuovo nell'arena del precariato.
Resta sul tavolo la grande domanda che qualsiasi cittadino dovrebbe porsi quando apre il portafoglio alla cassa del supermercato: la stabilità politica è davvero un valore se il Paese rimane immobile? Un governo che dura quattro anni è una notizia eccellente per la biografia dei suoi ministri. Ma se a quella stabilità corrispondono stipendi fermi, fabbriche al palo, debito in crescita e giovani che continuano a fare le valigie per cercare dignità altrove, allora quella stabilità assomiglia maledettamente alla quiete di una sala d'attesa. E noi, in quella sala, ci siamo seduti da troppo tempo. La propaganda sulle testate di regime e sui social lascia il tempo che trova.

*Documentarista