Mentre il mondo è al collasso, l’edizione delle 13.30 si apre con un servizio sullo straordinario successo del Giubileo. Il vero scandalo però è il fatto che tutto questo non faccia più rumore
Tutti gli articoli di Opinioni
PHOTO
C’è un gesto che si ripete ogni giorno, sempre uguale, sempre più vuoto. È il gesto di accendere il televisore all’ora del pranzo, quando il pane è già sul tavolo e il mondo dovrebbe bussare alla coscienza. Invece no. Il mondo crolla, ma il Tg1 apre con il trionfo. Non la tragedia, non il conflitto, non la ferita ancora aperta della Storia. Il successo. L’autocompiacimento. La liturgia dell’ordine che si racconta da solo come inevitabile e persino benefico.
Il mondo è al collasso, e non è una metafora, ma l’edizione delle 13.30 si apre con un servizio sullo straordinario successo del Giubileo. Successo di chi. Per chi. A quale prezzo. Non importa. Importa dirlo. Importa mostrarlo. Importa ribadirlo come un mantra. Il potere ama i riti perché nei riti non c’è contraddittorio. E quando il rito incontra la televisione pubblica nasce la forma più elegante della propaganda, quella che non alza mai la voce, che non mente apertamente, che non urla. Si limita a scegliere cosa mostrare e cosa tacere.
Questa non è informazione. È catechismo laico. È una messa celebrata senza Dio, dove l’altare è occupato dallo Stato e il messale è scritto dagli uffici stampa. Il Giubileo diventa così non un evento spirituale, ma una vetrina politica. Una grande scenografia rassicurante mentre tutto intorno si sbriciola. La povertà, le guerre, le fratture sociali vengono sospinte ai margini come comparse scomode. Il messaggio è chiaro. Va tutto bene. O almeno deve sembrare che vada tutto bene.
Poi, come sempre, arriva la cronaca nera. Perché il dolore individuale è innocuo. Non disturba il sistema, non lo interroga. Il delitto isolato rassicura più della giustizia sociale, perché trasforma la tragedia in eccezione e non in struttura. Dopo il sangue arriva finalmente la politica estera. Ma in forma compressa, semplificata, sterilizzata. Stati Uniti, Venezuela, Ucraina, Iran. Nomi pronunciati come etichette, ridotti a slogan, incastrati nella solita narrazione filoamericana che non ammette complessità, dubbi, ambiguità. Tutto in pochi minuti, perché il tempo del pensiero è pericoloso. Il tempo della riflessione genera domande. E le domande sono sempre sovversive.
Questa non è fretta. È scelta. È la scelta di non educare, ma di addestrare. Di non informare, ma di orientare. Di non aprire finestre sul mondo, ma di chiuderle una dopo l’altra, lasciando passare solo l’aria consentita. È una pedagogia del consenso costruita con parole neutre e immagini levigate, che produce cittadini stanchi, assuefatti, incapaci di indignarsi davvero. È la nuova mutazione antropologica del telespettatore. Non più spettatore critico, ma corpo seduto, che consuma notizie come consuma il cibo, senza più distinguerne il sapore.
Eppure continuiamo a guardarlo. Ogni giorno. Come un vizio che sappiamo nocivo ma al quale non sappiamo rinunciare. Il Tg1 diventa così un feticcio quotidiano, una forma sottile di autolesionismo civile. Ci ferisce, ma lo accettiamo. Ci umilia, ma lo giustifichiamo. Ci tratta come bambini, e noi fingiamo di essere adulti.
Questo è il vero scandalo. Non la propaganda in sé, che è vecchia quanto il potere. Ma la sua normalizzazione. Il fatto che non faccia più rumore. Che non provochi più rabbia. Che venga consumata tra un boccone e l’altro, come parte della digestione. Il potere vince davvero quando non ha più bisogno di difendersi. Quando può permettersi di essere noioso, paternalista, prevedibile.
E allora sì, guardare il Tg1 diventa un atto rivelatore. Non per quello che dice, ma per quello che siamo diventati mentre lo ascoltiamo. Una società che scambia la tranquillità per verità, l’ordine per giustizia, la narrazione per realtà. Una società che preferisce una bugia ben raccontata a una verità scomoda. Una società che ha smesso di pretendere.
Forse il mondo non finisce quando cadono le bombe. Forse il mondo finisce quando, mentre cadono, il telegiornale apre con un successo. E noi, in silenzio, annuiamo.

