L’infanzia in Calabria appare, nelle pagine dei grandi che ne hanno scritto, come un luogo insieme reale e mitico: memoria che tiene insieme povertà, giochi, paura e una forza immaginativa sorprendente capace di trasformare il dolore in racconto. Emerge un paesaggio dell’infanzia segnato dalla fatica e dalla presenza viva delle cose – il paese, i campi, il mare – ma anche da una sorta di leggenda che continua a nutrire l’affetto per la terra natale. «I calabresi – osservava Corrado Alvaro nel 1936 – mettono il loro patriottismo nelle cose più semplici, come la bontà dei loro frutti e dei loro vini. Amore disperato del loro paese, di cui riconoscono la vita cruda, che hanno fuggito, ma che in loro è rimasta allo stato di ricordo e di leggenda dell'infanzia».

Anche nelle opere di Saverio Strati l’infanzia è spesso al centro di una narrazione che non la edulcora: emerge come tempo intenso e corporeo, fatto di dialoghi, giochi e prime ferite. Nella vicenda di Tibi e Tàscia, fitta di cose piccole e necessarie, affiorano a più riprese delle istantanee di un'esperienza infantile fatta di toni contrastanti, come nella frase che segue tratta dalle ultime pagine del romanzo: «Oh come gridava ora la macchina, si muoveva, correva, alzava una nuvola di polvere e portava Tibi chi sa dove, chi sa in quale mondo straordinario e tutti rimanevano lì, a guardare; e lei, Tàscia, si sentiva serrare la gola dai singhiozzi, si sentiva la bocca più amara del fiele».

La narrativa, anche quella meno celebrata, parla di bambini costretti a crescere presto, di famiglie ridotte dalla miseria, di comunità in cui l’infanzia convive con la durezza del lavoro e la precarietà delle aspettative. Se la memoria letteraria conserva immagini potenti, la condizione presente sembra invece troppo spesso dimentica dei diritti e delle prospettive dell’infanzia: scuole sotto pressione, servizi sociali insufficienti, opportunità scarse. Eppure la letteratura ci ricorda che l’infanzia non è solo vittima della storia ma può essere anche risorsa per immaginare una prospettiva diversa.

Secondo l’attuale fotografia demografica calabrese, la fascia di età compresa tra 0 e 14 anni rappresenta soltanto il 12,5 % della popolazione regionale: si tratta di un segnale drammatico. Negli ultimi cinque anni la Calabria ha perso 24.675 giovani sotto i 19 anni e, dal 2002 al 2024, i minori sono diminuiti di oltre 136.000 unità. Ma, al di là del quantitativo di gioventù da recuperare, l’infanzia rischia concretamente di scomparire perché trattata come un mero passaggio verso l’età adulta, senza lo spazio reale per essere vissuta come tale. Se i bambini sono considerati adulti in miniatura non possono diventare la linfa di cui una terra fragile come la Calabria ha bisogno per non rinunciare ancora una volta alla possibilità di un futuro migliore.