Tra talk show, social network e leader da prima serata, il politainment ha sostituito le decisioni con le performance e il consenso con la responsabilità
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Una volta i politici governavano. Male o bene, ma governavano. Oggi invece recitano. E spesso pure male. Il politainment non è una deriva: è il sistema. La politica non è più l’arte di prendere decisioni impopolari, ma la disciplina olimpica del consenso facile. Vince chi parla di più, non chi fa di più. Chi buca lo schermo, non chi risolve i problemi.
Il Parlamento è diventato un set secondario. Il luogo vero del potere è lo studio televisivo, meglio se con luci soffuse, pubblico plaudente e conduttore che “incalza” senza mai mordere. Lì si governa a colpi di slogan, si legifera per titoli e si riforma tutto in tre minuti scarsi, inclusa la Costituzione.
Il politico moderno non deve conoscere i dossier: deve saper fare la faccia giusta. Indignata al momento opportuno, rassicurante quando serve, aggressiva se l’avversario è in difficoltà. Le competenze sono un optional, la presenza scenica un requisito.
Così il consenso diventa l’unica ideologia rimasta. Non importa cosa si decide, ma come suona. Non conta se una misura funziona, ma se è “spendibile” sui social. Il risultato è una politica che promette sempre, rinvia spesso e decide raramente.
Nel frattempo il cittadino viene promosso a spettatore. Non partecipa, commenta. Non valuta programmi, fa il tifo. Non chiede conto dei risultati, ma delle battute. È la democrazia ridotta a televoto, con la differenza che qui il premio lo paghiamo tutti.
E guai a disturbare lo show con fatti noiosi: numeri, dati, conseguenze reali. Quelli abbassano l’audience. Meglio una polemica costruita, un nemico del giorno, una frase mal tagliata da far girare in loop. Il problema non va risolto: va raccontato fino allo sfinimento, poi sostituito con un altro.
Il politainment ha un enorme vantaggio: deresponsabilizza. Se tutto è spettacolo, niente è colpa di nessuno. Se la politica è solo comunicazione, il fallimento diventa percezione. Basta cambiare messaggio e il disastro sparisce.
Ma mentre i leader collezionano like e ospitate, fuori dallo studio restano le cose serie: salari fermi, sanità in affanno, servizi che crollano. Quelle però non fanno share. Il politainment non ha abolito la democrazia. L’ha svuotata con il sorriso. E quando ce ne accorgeremo davvero, lo show sarà già finito. E il conto, come sempre, resterà a noi.

