Quando le strutture chiudono, il segnale è inequivocabile: quell’area è considerata sacrificabile. Continuare su questa strada, soprattutto in Calabria, non è razionalizzazione: è una resa culturale e civile
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Il dimensionamento scolastico, sul quale si è recentemente espresso anche l'antropologo Vito Teti, è un processo di riorganizzazione della rete scolastica che non riguarda solo la Calabria. Mira all'accorpamento di istituti per ottimizzare le risorse e rispondere ai cali demografici, con l'obiettivo di creare istituzioni scolastiche più grandi. Queste spesso superano i mille alunni, perché frutto della fusione di scuole dell'infanzia, primarie e secondarie di primo grado in istituti comprensivi, con decisioni attuate tramite delibere regionali e decreti degli uffici scolastici regionali, come già evidenziato dai piani per gli anni scolastici 2024/2025 e 2025/2026.
Quando una scuola chiude, non viene semplicemente meno un servizio. È da questa affermazione, ribadita più volte da Teti, che conviene ripartire per capire cosa sta accadendo oggi in vaste aree del Paese e, in modo particolarmente evidente, in Calabria, avamposto di ogni disagio. Perché la chiusura di una scuola non è mai un fatto neutro: interrompe una funzione pubblica essenziale che tiene insieme istruzione, cittadinanza e coesione sociale.
Ridurre la scuola a un edificio o a una voce di bilancio significa fraintenderne il ruolo. La scuola è una delle strutture attraverso cui lo Stato rende concreti i diritti, soprattutto nei territori più fragili. Valutarne l’esistenza solo in termini di convenienza economica rivela una concezione riduttiva del bene pubblico e una sottovalutazione sistematica delle conseguenze che certe scelte producono nel tempo.
Le politiche di chiusura, spesso giustificate in nome della razionalizzazione e dell’efficienza, mostrano ancora una volta il loro limite. Il risparmio immediato si traduce in una perdita collettiva: la soppressione di un presidio educativo indebolisce il tessuto sociale, accelera lo spopolamento, rende più vulnerabili aree già segnate da marginalità economica e ambientale. È un processo circolare: meno servizi producono meno abitanti, meno abitanti legittimano nuovi tagli.
In Calabria questo meccanismo è ormai strutturale. Nei paesi dell’interno la scuola è spesso l’ultimo presidio pubblico rimasto. Quando chiude, il segnale è inequivocabile: quel territorio è considerato sacrificabile. Le famiglie sono spinte a partire, i paesi perdono vitalità, il paesaggio umano e naturale entra in una fase di incuria progressiva. Il dissesto idrogeologico, l’abbandono dei terreni, la fragilità ecologica non sono fenomeni separati, ma l’esito di una lunga sottrazione di presenza e di cura.
Allo stesso tempo, la chiusura delle scuole alimenta una concentrazione forzata verso centri urbani che non riescono più a includere. Si producono città sempre più selettive, segnate da esclusione sociale e da costi crescenti di urbanizzazione, mentre le aree interne vengono espulse dall’orizzonte delle politiche pubbliche. Il presunto risparmio ottenuto con i tagli all’istruzione viene ampiamente compensato da costi sociali, ambientali e infrastrutturali che nessuna contabilità riesce davvero a misurare.
Si invoca spesso il fallimento della scuola di massa ma, come osserva Teti, il problema non è l’idea di una scuola per tutti, bensì un modello che ha confuso l’uguaglianza con l’uniformità. Quando l’istruzione ignora i contesti, le differenze, le storie individuali, perde senso. La risposta, però, non può essere la chiusura, ma il ripensamento radicale del ruolo della scuola nei territori.
Nei contesti fragili, classi poco numerose e relazioni educative più strette non rappresentano uno spreco, ma una risorsa. L’idea che un insegnante assegnato a pochi alunni sia un costo inutile riflette una visione puramente contabile dell’istruzione. Al contrario, proprio lì l’educazione può tornare a essere relazione, accompagnamento, costruzione di responsabilità. Dove il numero è ridotto, la possibilità di incidere sulle traiettorie di vita è maggiore.
Continuare a chiudere scuole in Calabria significa accettare come inevitabile l’estinzione di intere comunità. Significa trattare gli ultimi abitanti come un problema da rimuovere, anziché come una risorsa da sostenere. Eppure, proprio in quei territori sopravvivono saperi, legami, forme di vita che potrebbero costituire la base di nuove comunità, se solo fossero riconosciute e accompagnate.
Tenere aperta una scuola non è, dunque, un gesto meramente simbolico: è una scelta politica. Significa affermare che la cittadinanza non dipende dalla densità abitativa né dalla redditività economica di un luogo. Come ricorda Teti, chiudere una scuola equivale a dichiarare superfluo un territorio. Continuare su questa strada, soprattutto in Calabria, non è razionalizzazione: è una resa culturale e civile.

