Il caso di studentesse di Mestre a cui una professoressa ha tagliato una ciocca di capelli riporta al centro del dibattito pubblico una questione: la qualità del rapporto tra docenti e ragazzi
Tutti gli articoli di Opinioni
PHOTO
Due studentesse di una scuola secondaria di primo grado di Mestre si sono viste tagliare una ciocca di capelli con un paio di forbici da una professoressa, in aula, dopo aver chiesto spiegazioni su come svolgere un riassunto. L’episodio ha riportato con forza al centro del dibattito pubblico una questione che troppo spesso resta invece sullo sfondo: la qualità della relazione educativa tra docente e studente.
L’insegnante, in servizio da poche settimane come supplente, ha reagito in modo sproporzionato, arrivando a compiere un gesto che ha suscitato immediata indignazione tra studenti e famiglie. Ciò che è accaduto in classe e sotto gli occhi degli altri compagni ha determinato comunque una rapida risposta da parte dell’istituzione scolastica. La dirigente dell’Istituto Comprensivo Spallanzani ha, infatti, disposto la sospensione cautelativa dell’insegnante, in attesa degli esiti di un’indagine interna già avviata nei giorni immediatamente successivi ai fatti. Parallelamente, è stato convocato un incontro straordinario con i genitori, segno di una volontà di affrontare la vicenda sul piano educativo e pubblico oltre che su quello disciplinare.
A colpire è la sproporzione tra la domanda iniziale – un chiarimento su un compito assegnato – e la reazione della docente che dà origine a un vero e proprio cortocircuito nella gestione dell’autorità in classe. Due studentesse che non comprendono la consegna, un’insegnante da poco arrivata, una richiesta di orientamento che resta senza risposta e si trasforma, agli occhi di chi insegna, in un elemento di disturbo. Questo scarto interroga il modello pedagogico implicito in certe pratiche scolastiche. Quando il gesto simbolico – o, peggio, fisico – prende il posto della parola e dell’ascolto significa che la relazione educativa è in crisi.
Non si tratta di un caso isolato. Episodi analoghi, verificatisi in altre città italiane negli ultimi anni, indicano una fragilità diffusa nel modo in cui viene gestita l’autorità in classe, spesso oscillante tra una funzione regolativa (mantenere l’ordine, far rispettare le regole) e una funzione epistemica (guidare l’apprendimento e chiarire i contenuti) che finiscono per sovrapporsi senza distinzione. Il rischio è che l’autorità si trasformi in autoritarismo e che una semplice richiesta venga intesa come una provocazione da contenere.
Eppure, ancor più negli anni della scuola media – nella delicata fase di passaggio tra infanzia e adolescenza – la relazione tra insegnante e studente dovrebbe essere improntata a principi diversi. Occorrerebbe riconoscere che anche la richiesta più semplice può esprimere un bisogno più profondo e che affrontarla richiede non solo padronanza dei contenuti e capacità di strutturare il compito, ma anche una capacità relazionale che riesca a orientare, rassicurare e prendere sul serio chi si ha davanti, ad esempio riformulando la consegna, esplicitando i passaggi richiesti o offrendo un modello concreto di svolgimento.
Se la scuola vuole essere davvero un luogo di formazione integrale della persona non dovrebbe interrogarsi su ciò che insegna e sul modo in cui lo fa? Quale tipo di relazione costruisce ogni giorno tra chi insegna e chi apprende? È bene e forse scontato chiarire che non c’è apprendimento autentico senza una relazione fondata sul rispetto reciproco e ogni gesto che la incrina, anche se compiuto con un maldestro tentativo di farsi capire meglio, rischia di produrre l’effetto opposto. È su questo “come”, spesso relegato a dettaglio metodologico, che si decide invece la possibilità stessa dell’apprendimento.
Alessandro Gaudio

