L’ottima iniziativa promossa dal presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, di destinare un contributo economico ai giovani affinché scelgano di iscriversi e permanere nelle università calabresi, talvolta, si inscrive entro una più ampia strategia di contrasto allo spopolamento intellettuale del Mezzogiorno. Tuttavia, essa appare viziata, alla radice, da un equivoco di prospettiva che merita di essere discusso con franchezza e rigore.

Non è, infatti, sul terreno della formazione universitaria che la Calabria sconta una carenza strutturale. Le nostre istituzioni accademiche, rappresentano da anni un presidio di eccellenza riconosciuto ben oltre i confini regionali. I loro dipartimenti ospitano figure di levatura internazionale, studiosi il cui nome circola con autorevolezza nei circuiti scientifici globali, come Georg Gottlob, tra i massimi esperti mondiali nel campo della logica computazionale e delle basi di dati. Accanto a lui, una costellazione di docenti, tanto nelle discipline umanistiche quanto in quelle scientifiche, contribuisce quotidianamente a mantenere alto il prestigio dell’offerta formativa calabrese.

Ergo, è fuorviante immaginare che i giovani evitino le università della Calabria per mancanza di attrattività: i numeri stessi dimostrano il contrario. Gli atenei calabresi non solo trattengono una quota significativa di studenti locali, ma attraggono anche iscritti da altre regioni e dall’estero, segno tangibile di una qualità ormai consolidata. L’università, in Calabria, non è il problema: è, semmai, una delle poche soluzioni già pienamente operative.

Il nodo autentico, drammaticamente irrisolto, si colloca altrove: nel dopo. È il tempo successivo alla laurea che segna la frattura, spesso irreversibile, tra i giovani e la loro terra. La Calabria non perde studenti, perde laureati. Perde intelligenze formate, competenze raffinate, energie vitali che, una volta completato il percorso accademico, sono costrette a cercare altrove ciò che qui non trovano: lavoro, stabilità, prospettive.

È su questo crinale che la politica dovrebbe concentrare i propri sforzi. Non servono incentivi per trattenere gli studenti nei luoghi della formazione, occorrono politiche strutturali capaci di creare un ecosistema produttivo in grado di assorbire e valorizzare quel capitale umano. Senza un tessuto economico dinamico, ogni intervento rischia di ridursi a un palliativo, a un gesto simbolico privo di reale incidenza.

Le opportunità, peraltro, non mancano. La Calabria possiede un patrimonio agricolo di straordinaria ricchezza, ancora in parte inesplorato nelle sue potenzialità più innovative. L’agricoltura, se sostenuta da investimenti mirati e da una visione moderna – che integri tecnologia, sostenibilità e filiere corte – può divenire un volano occupazionale di primaria importanza. Non si tratta di un ritorno nostalgico alla terra, ma di una sua reinterpretazione contemporanea, capace di attrarre anche giovani altamente qualificati nel settore agricolo, o anche, nel settore ingegneristico.

Parallelamente, è imprescindibile un investimento deciso nel settore culturale. La Calabria è un deposito stratificato di storia, arte e memoria: dai Bronzi di Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, custodi di una classicità immortale, ai paesaggi sospesi del Parco Nazionale della Sila, fino ai borghi antichi che punteggiano l’entroterra, scrigni di tradizioni e identità. E ancora, il patrimonio bizantino, le architetture normanne, i segni profondi lasciati dalla Magna Grecia.

Investire nella cultura non significa generare futuro: turismo qualificato, industrie creative, nuove forme di imprenditorialità giovanile. Significa trasformare la bellezza in risorsa economica, senza svilirne il valore simbolico.

In questa prospettiva, la vera sfida non è convincere i giovani a restare per studiare – essi già lo fanno, e lo fanno in istituzioni universitarie di alto livello – ma creare le condizioni affinché scelgano di restare dopo gli studi, o di tornare, per vivere e lavorare. È una differenza sottile solo in apparenza, ma sostanziale nella sua portata politica ed esistenziale.

Restare per studiare è una parentesi, restare per lavorare è una scelta di vita che si può fare solo se ce ne sono le condizioni. Una terra che non sa offrire ai propri figli la possibilità di immaginare il proprio futuro, entro i suoi confini, è una terra che, lentamente, si svuota non solo di abitanti, ma di senso.