La separazione delle carriere giudiziarie non risolve gli errori investigativi. Il caso Zuncheddu dimostra che il problema risiede nella qualità delle indagini preliminari
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Trentatré anni. Un numero che non si pronuncia, si mastica come cenere. È il tempo che intercorre tra una giovinezza bruciata nelle campagne sarde e un ritorno alla libertà che sa di sconfitta per tutti, non solo per chi l’ha subita. Beniamino Zuncheddu è uscito dal carcere con il volto scavato da una giustizia che ha scambiato un’intuizione per un dogma. Ora, quel volto stanco, quelle rughe che sono solchi di una storia atroce, finiscono plastificati su una card social. Un colpo di Photoshop, uno slogan a effetto, il simbolo di un "Sì" al referendum che brilla accanto a una vittima sacrificale. È l'ultima umiliazione. Trasformare un uomo che ha perso la vita tra le sbarre in un manifesto elettorale per una riforma che, nel suo caso specifico, non avrebbe spostato di un millimetro il peso della bilancia.
La propaganda è un animale affamato e poco raffinato. Si nutre di carne umana e sputa sentenze semplificate. Il mantra dei sostenitori della separazione delle carriere è ormai un disco incrinato che ripete la stessa nota: se il Giudice non avesse preso il caffè con il PM, se non avessero condiviso lo stesso organo di governo, se fossero stati “estranei” per legge, quel pastore non sarebbe rimasto in cella per tre decenni. È una narrazione suggestiva. Funziona perché solletica il sospetto atavico verso il "palazzo". Peccato che sia una menzogna tecnica, un feticcio giuridico sventolato davanti a una tragedia che ha radici molto più sporche, molto più terrene.
L’errore che ha annientato Zuncheddu non è nato in un’aula di tribunale né durante un concorso di magistratura. È nato nel buio di una caserma, nel chiuso di un ufficio dove la verità è stata torturata fino a farle dire quello che gli inquirenti volevano sentire. C’è un poliziotto che mostra una foto. C’è un testimone ferito, confuso, forse terrorizzato, che riceve un suggerimento neanche troppo velato: “È lui il colpevole”. In quel preciso istante, la giustizia muore. Non muore per colpa di un’architettura ordinamentale, ma per un inquinamento biologico della prova. Quando il fascicolo arriva sul tavolo di un magistrato, che sia un collega di corridoio o un perfetto estraneo appartenente a un altro ordine planetario, quel fascicolo è già avvelenato. Il processo diventa una recita su un copione falso.
Pensare che la “terzietà” del giudice sia un amuleto magico capace di fiutare la manipolazione di un verbale di polizia è un’illusione infantile. Un giudice, per quanto separato, giudica sulle carte. Se le carte dicono che il testimone ha riconosciuto l’imputato senza esitazioni, il giudice condanna. La separazione delle carriere è una riforma che riguarda la geografia del potere, non la qualità dell'investigazione. Eppure, la card social insiste. Usa il dolore di Zuncheddu come un grimaldello per scardinare il sistema, suggerendo che un voto nel segreto dell'urna avrebbe potuto restituirgli quei trentatré anni. È una forma di sciacallaggio istituzionale che ignora deliberatamente la realtà dei fatti. L'ingiusta detenzione in Italia è quasi sempre figlia di indagini fatte male, di pigrizia investigativa e di una fede cieca nel riconoscimento oculare, la più fallace delle prove umane.
Se avessimo davvero a cuore i “Zuncheddu” del futuro, non parleremmo di carriere separate, ma di telecamere accese. Di obbligo di registrazione per ogni singolo respiro scambiato tra un investigatore e un testimone. Di protocolli scientifici che impediscano a un agente di inquinare la memoria di chi ha visto il sangue. Ma la tecnica non scalda il cuore degli elettori. La procedura è noiosa. Molto meglio puntare il dito contro la casta dei magistrati, evocando un complotto di corridoio che, nel massacro di Sinnai, semplicemente non è esistito. Quello che è esistito è stato un errore umano, burocratico e probabilmente doloso da parte di chi doveva proteggere la prova e l'ha invece fabbricata.
La propaganda del “Sì” sta vendendo un placebo per curare un'emorragia interna. Zuncheddu non è la prova che serve la separazione delle carriere, ma è la prova che il sistema di controllo sulle indagini preliminari è un guscio vuoto, che la difesa spesso non ha i mezzi per smontare il castello di bugie della polizia giudiziaria e che la revisione di una sentenza è una scalata dell'Everest a piedi nudi. Strumentalizzare quel volto, quella sofferenza che grida ancora giustizia, per una battaglia di organigrammi è un atto di cinismo che non onora la verità.
Alla fine, resta l'immagine di un uomo che ha attraversato l'inferno e che ora si ritrova, suo malgrado, a fare da testimonial per una televendita politica. La giustizia è una cosa seria, troppo per essere ridotta a uno slogan da scrollare distrattamente su uno smartphone tra un caffè e un’imprecazione. Beniamino è tornato a vedere il mare della sua Sardegna, ma quel mare non cancellerà il sospetto che la sua storia venga usata non per impedire nuovi errori, ma per regolare vecchi conti tra poteri dello Stato. Forse la vera separazione di cui avremmo bisogno non è quella tra le carriere dei magistrati, ma quella tra la realtà dei fatti e l'opportunismo di chi non sa più distinguere un uomo da un simbolo elettorale.
Sarebbe interessante chiedersi se, una volta spenti i riflettori del referendum, qualcuno si ricorderà ancora di come si costruisce una prova onesta in una stanza d'interrogatorio. O se aspetteremo semplicemente il prossimo innocente per stampare una nuova card di propaganda.
*Documentarista Unical

