Una bambina a Teheran stanotte si è svegliata pensando che il mondo stesse finendo.

A Tel Aviv un’altra è corsa nel rifugio stringendo la mano di sua madre.

Nessuna delle due sa chi sia Ali Khamenei. Nessuna delle due conosce le strategie regionali, le dottrine militari, i precedenti giuridici. Eppure entrambe stanno pagando per decisioni prese molto lontano da loro.

È da qui che bisognerebbe cominciare.

Gli Stati Uniti e Israele hanno colpito l’Iran. L’Europa ha preso atto. L’Italia è stata informata. Le diplomazie parlano di operazione mirata, di sicurezza, di deterrenza. Nel frattempo a Teheran si alza il fumo, a Tel Aviv suonano le sirene, nel Golfo le basi americane vengono messe in allerta, Mosca osserva, Pechino calcola.

Il mondo non è più multipolare. È multipaura.

Il cosiddetto board of peace evocato da Donald Trump, destinato nelle sue parole a sostituire l’ONU nella gestione del mondo, non è una provocazione folcloristica. È un programma politico. È l’idea che le regole condivise siano un ostacolo, che il multilateralismo sia un ingombro, che la legittimità internazionale sia una formalità superata.

Non si discute. Si aderisce.
Non si costruisce consenso. Si esibisce fedeltà.
Non si informa. Si convoca.

Essere informati a attacco iniziato non è esercizio di sovranità. È il suo contrario.

Ma la questione non è difendere il regime iraniano. Il regime iraniano è una teocrazia repressiva. È un sistema che perseguita le donne, punisce l’omosessualità, discrimina le minoranze religiose, utilizza la pena di morte come arma politica, reprime artisti e giornalisti, sorveglia, arresta, tortura. È un fatto.

Proprio per questo la questione è più tragica.

Perché la libertà non si esporta con i bombardamenti. La democrazia non è una bomba intelligente. La giustizia non è un missile guidato.

L’Iran non è isolato in senso assoluto. È isolato strutturalmente nella sua regione. Non è arabo, è persiano. Non è sunnita, è sciita. È una potenza ideologica che ha costruito la propria influenza attraverso milizie e proxy, da Hezbollah in Libano alle milizie sciite in Iraq, dagli Houthi in Yemen fino a Hamas a Gaza. Strumenti di pressione, non alleanze statali paritarie.

Il Golfo non è con Teheran. Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Bahrain, Kuwait non hanno alcun interesse a legare formalmente il proprio destino a quello iraniano. Anche dopo la riapertura diplomatica tra Riyadh e Teheran, la diffidenza strategica resta intatta.

La Russia è un partner politico e militare opportunista. La Cina è un partner economico prudente. Nessuno sembra disposto a condividere fino in fondo il rischio.

Eppure tutto questo non trasforma la guerra in soluzione.

Stanotte è stato ucciso Ali Khamenei. Un tiranno sanguinario? Sì. Un regime che ha impiccato, torturato, oppresso? Sì. Il mondo è automaticamente migliore senza di lui? Forse.

Ma la storia non si giudica solo dal bersaglio. Si giudica dal precedente che crea.

Il precedente è semplice e brutale. Chi ha la potenza di fuoco decide chi vive e chi muore.

Nessuna regola. Nessun tribunale. Nessun limite. Solo la legge del più armato.

Perché se oggi puoi bombardare Teheran perché il bersaglio lo meritava, domani la stessa logica varrà per chiunque altro. Valeva ieri per Putin che voleva denazificare l’Ucraina. Varrebbe domani per la Cina che decidesse che Taiwan va riunificata. Varrebbe dopodomani per qualsiasi potenza nucleare con un pretesto sufficientemente presentabile.

Il diritto internazionale o esiste per tutti o non esiste per nessuno.

Non può essere invocato contro i nemici e sospeso per gli amici. Non può essere un principio elastico. Non può essere una morale selettiva.

E qui entra la risposta iraniana, che non è un dettaglio. È il cuore della catena. Perché la guerra non si limita mai al punto in cui comincia. L’Iran ha risposto e continuerà a rispondere. Missili su Israele. Minacce dirette alle basi americane nel Golfo. Allerta negli Emirati, timore concreto per snodi come Dubai e Abu Dhabi, che non sono soltanto città, ma infrastrutture globali, finanza, porti, rotte, commerci.

Il messaggio è chiaro: se mi colpisci, io allargherò il costo della tua scelta.

E sopra tutto incombe lo Stretto di Hormuz. Se viene bloccato, se viene reso instabile, se anche solo diventa un punto di rischio permanente, non si parla più di geopolitica come gioco tra grandi. Si parla di benzina, bollette, inflazione, logistica, vita quotidiana. Si parla di Europa.

E noi?

Noi, l’Europa, l’Italia, il cosiddetto Occidente dei diritti e delle regole, cosa abbiamo fatto?

Abbiamo espresso preoccupazione. Abbiamo preso atto. Abbiamo dichiarato sostegno alla sicurezza.

Ma essere informati a cose fatte non è alleanza. È subordinazione.

L’Italia, per storia e geografia, avrebbe potuto essere ponte nel Mediterraneo. Avrebbe potuto tentare una linea autonoma, una diplomazia attiva, una voce riconoscibile. Oggi si limita a certificare decisioni altrui.

Non è una questione ideologica. È una questione di sovranità.

Nel frattempo si promette ai cittadini iraniani la liberazione attraverso il fuoco. Si parla di opportunità storiche create dai bombardamenti. È un linguaggio che abbiamo già sentito. È il linguaggio delle guerre giuste, delle missioni salvifiche, delle bombe intelligenti. È il linguaggio che promette libertà e consegna instabilità.

Intanto l’Iran risponde. Missili su Israele. Minacce alle basi nel Golfo. Allerta negli snodi emirativi. L’ombra di Hormuz. Le sirene. Il fumo.

La differenza tra ordine e caos non è la bontà del vincitore. È l’esistenza di regole condivise.

Stanotte non è stato sepolto solo Khamenei sotto le macerie di Teheran. È stato sepolto un principio.

Il principio che la forza fosse l’ultima ratio e non il primo argomento. Il principio che anche i potenti dovessero rispondere a qualcosa di più grande della loro volontà.

Quando la legge diventa facoltativa, la guerra diventa legittima.

Se quel principio cede, non restano solo macerie in Medio Oriente. Restano macerie nel diritto, nella diplomazia, nella politica.

E quando le sirene smetteranno di suonare e i titoli scivoleranno in fondo ai telegiornali, resterà una domanda molto più scomoda.

In un mondo in cui il diritto vale solo quando conviene, chi proteggerà quella bambina a Teheran? Chi proteggerà quella bambina a Tel Aviv? Chi proteggerà noi, quando non saremo noi i più forti?

Nessuno merita di morire nella guerra dei potenti.

E nessuna civiltà può sopravvivere a lungo se decide che la forza è più importante delle regole che dice di difendere.