Intellettuali, politologi e filosofi come Louis Rougier da anni predicono la fine della democrazia. Il blitz delle forze speciali Usa a Caracas, che hanno posto la fine del regime di Nicolas Maduro in Venezuela dopo 25 anni di chavismo, sembrano aver dimostrato plasticamente questa idea. Trump ha agito non solo violando la sovranità di uno Stato e la sua autodeterminazione, ma l’ha fatto bypassando addirittura il Congresso americano . Lo ha fatto in nome di una rinnovata dottrina Monroe in base alla quale può e deve fare tutto quello in suo potere per tutelare gli interessi nazionali degli Usa. Anche fare carta straccia del diritto internazionale.

La cosa ancora più grave è che il magnate non pare abbia intenzione di fermarsi qui. Ha detto chiaramente che il suo prossimo obiettivo è la Groenlandia «perché ci serve» , ha spiegato senza troppi giri di parole.

Solo che la regione, ricca di idrocarburi, grafite uranio e terre rare, appartiene alla Danimarca ovvero ad un paese membro della Nato. Come pensa Trump di allargare la sua influenza sulla regione? Di certo non come ha fatto in Venezuela anche perché l'articolo 5 della Nato recita che «un attacco armato contro uno o più» Paesi che fanno parte della NATO in Europa o nell'America settentrionale «sarà considerato come un attacco diretto contro tutti» i membri dell'Alleanza. In altre parole, se viene colpito anche solo un Paese NATO, tutti gli altri devono considerarsi coinvolti. Quello che non prevede l'articolo è cosa succede nel caso in cui l'aggressore sia esso stesso un membro della Nato (gli Usa, appunto) . Il ricorso della forza come strumento di risoluzione delle controversie internazionali sembra prendere il sopravvento.

Ma il tema principale del nostro ragionamento resta la democrazia che sembra soffrire persino dei Paesi che si sono sempre vantati di esserne la culla. Abbiamo già detto della decisione di Trump di colpire il Venezuela senza nemmeno passare dal Congresso americano.

In Italia

Anche in Italia la democrazia sembra non passarsela benissimo. Basti pensare al sogno della premier Giorgia Meloni, la madre di tutte le riforme che ha in testa è il premierato. Un nuovo sistema di Governo cioè in cui la figura terza e di garanzia del Presidente della Repubblica viene messa in secondo piano. Questo fa il paio con un'altra tendenza parlamentare di cui abbiamo già discusso ovvero il continuo ricorso ai decreti legge . Secondo i dati di Openpolis Dal 2022 a oggi, Giorgia Meloni ha chiesto la fiducia al Parlamento 91 volte. È un record. Draghi si era fermato a 55 voti di fiducia, il Conte II a 50, Renzi a 68.La presidente del Consiglio pone in media 2,85 domande di fiducia al mese, più di Draghi (2,68), più di Conte (2,22). Dietro questi numeri c'è il ricorso massiccio ai Decreti legge che secondo la nostra Costituzione sono giustificati solo per “casi straordinari di necessità e urgenza”. Ma oggi, anche i provvedimenti più controversi — come il “decreto sicurezza” o le norme sull'Albania e sulla cittadinanza — passano per decreto e fiducia. Sotto questo aspetto si capisce perché il sogno proibito della Meloni sia quello della riforma del premierato mentre si sta ragionando su una riforma elettorale che prevede un premio di maggioranza che accecherebbe ancora di più il Governo . Una serie di meccanismi che tagliano fuori di fatto il dibattito parlamentare e quindi la sua funzione. Del resto un'espressione sempre più ricorrente nel dibattito pubblico italiano (o almeno di quello che resta) è la rivendicazione dei “pieni poteri”.

In Calabria

Naturalmente questa tendenza rischia di irrorasi anche nelle periferie. In Calabria è un fenomeno che conosciamo benissimo. Diverse pronunce della Corte costituzionale, ad esempio, vietano al Parlamento il ricorso alle cosiddette “leggi omnibus” ovvero quelle norme in cui dentro vi è di tutto. Questo in nome della trasparenza e della possibilità di comprensione da parte dei cittadini e di chi quelle norme è chiamato a votarle.

Nella scorsa legislatura regionale, invece, il ricorso a questo tipo di leggi è stato massiccio e ha riguardato più temi. Sempre sotto questo profilo ci sono state anche una serie di leggi elaborate dalla giunta regionale che sono approvate direttamente in aula senza nessun dibattito nelle apposite commissioni.

La nuova legislatura è iniziata più o meno sotto lo stesso segno, con la modifica dello Statuto regionale (modulata in modo da allargare la giunta fino a nove membri) portata in aula prima ancora che venissero formate le commissioni regionali , luogo deputato al dibattito politico ma anche luogo dove gli uffici della Regione danno il loro parere tecnico-giuridico.

In questo quadro si spiegano anche alcune dichiarazioni di esponenti della maggioranza di centrodestra. Da ultime quelle del capogruppo di Forza Italia, Domenico Giannetta . Questi, che nella scorsa legislatura è stato presidente della commissione Vigilanza e controllo (di prassi appannaggio delle minoranze) oggi arriva a dire che «chi ha fallito ieri non ostacoli chi sta costruendo oggi» . Come dire l'opposizione ci lasci lavorare in pace, senza creare troppo disturbo.

La sortita non è affatto inedita . Il forzista Giacomo Pietro Crinò, vicepresidente del consiglio regionale, nel suo intervento in aula, nel secondo consiglio regionale della legislatura, ha ribattuto in modo alquanto singolare a Pasquale Tridico. Questi in aula aveva snocciolato i drammatici dati macroeconomici della Calabria. A Crinò la cosa non è andata affatto giù e ha detto che gli interventi del genere, addirittura, non dovrebbero essere consentiti. Perché sarebbe un'offesa ai calabresi che hanno confermato la fiducia al centrodestra. L'opposizione, a suo giudizio, dovrebbe piuttosto limitarsi a vigilare sugli atti della maggioranza e poi tirare le somme alla prossima campagna elettorale. Sempre se riuscirà ad avere il consenso dei calabresi.

Certo paragonare Trump, Meloni e Occhiuto è una forzatura ovviamente. Ma quella che abbiamo voluto descrivere è una tendenza che forse spiega più di mille analisi, ad esempio, perché l'astensionismo continua a crescere. Inevitabile se si restringono gli spazi di rappresentanza e discussione.

È la democrazia, bellezza?