L’impressione è che le coalizioni esistano solo sulla carta e che si viva perennemente in campagna elettorale. A destra si cerca di trasformare il generale da un problema in una risorsa, a sinistra si fatica a scegliere chi dovrà guidare il campo largo mentre rifanno capolino vecchie conoscenze
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L’Italia politica è oggi più che mai avvolta nella nebbia. Una nebbia fitta, tanto che nessuno vede la strada, nessuno sa quale sarà il prossimo approdo.
L’impressione netta è che le coalizioni esistono sulla carta, molto meno nella realtà. E in questo momento, la sofferenza più forte è proprio quella della maggioranza che da quattro anni governa il paese.
Ma in effetti i due schieramenti, sembrano essere quattro: due ufficiali e due paralleli, attraversati da rivalità, sospetti e ambizioni personali che, alla prima occasione, riemergono con tutta la loro forza.
La politica italiana avvolta nella nebbia, è anche già in campagna elettorale, una campagna elettorale lunghissima e rumorosa. Si governa guardando già al prossimo voto, mentre i problemi del Paese attendono risposte che faticano ad arrivare. Prima di tutto si attendono risposte sul caro carburanti, sull’inflazione reale, sugli stipendi sempre più da morti di fame, sullo spopolamento del Sud che si sta facendo drammatico soprattutto in Calabria.
Nel centrodestra il convitato di pietra ha un nome preciso: Roberto Vannacci.
È davvero incredibile quello che ha fatto l’ex Generale, che piaccia o no, è diventato il fattore politico che più di ogni altro sta ridisegnando gli equilibri della maggioranza. Anzi la sta sconvolgendo: nel giro di pochi mesi ha toccato punte del 7% di consenso in tutti i sondaggi.
Ma c’è qualcuno all’interno della maggioranza, qualcuno che conta molto, che ha capito che Vannacci va trasformato da un problema in una risorsa elettorale.
Una risorsa elettorale capace di intercettare consenso in un’area ben definita dell’elettorato. Questo passaggio è molto delicato perché la risorsa Vannacci può diventare anche l’elemento destinato a incrinare definitivamente un equilibrio già fragile. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo sa perfettamente.
Per cui ha intenzione di raccogliere la sfida di Vannacci, immaginando una formula politica che impedisca la dispersione di quei consensi e li mantenga nell’orbita del centrodestra.
È una strategia comprensibile dal punto di vista elettorale, ma ricca di incognite sul piano politico. Perché incorporare una leadership così caratterizzata significa inevitabilmente modificare gli equilibri della coalizione. Spostarla pericolosamente su temi urticanti di estrema destra, con importanti connotazioni razziste.
E qui emerge il primo grande paradosso. Si può anche vincere la prossima scadenza elettorale, ma certamente con Vannacci dentro sarà praticamente impossibile governare. Anzi, il rischio è quello di costruire una maggioranza che, una volta insediata, scopra di essere più fragile di quella precedente. Anzi, potrebbe venire fuori una maggioranza solo numerica e certamente non politica.
Le difficoltà della coalizione di governo sono già visibili. I dossier internazionali continuano a mettere in evidenza sensibilità differenti: il sostegno all’Ucraina, il rapporto con Israele, la politica europea, le scelte economiche, il bilancio dello Stato. Sono temi sui quali le differenze esistono e, finora, sono state gestite con equilibrio. Ma ogni equilibrio, in politica, dura finché non arriva la prova decisiva.
Poi c’è da fare i conti con Forza Italia. Dopo la stagione del fondatore Silvio Berlusconi, il partito sta cercando una nuova identità, più moderata, liberale, europeista e attenta alle questioni sociali. Una prospettiva destinata a scontrarsi con una presenza politicamente forte ma decisamente ingombrante come quella di Vannacci. È un passaggio che il centrodestra dovrà affrontare senza poterlo rinviare all’infinito.
Ma sarebbe un errore pensare che soltanto la maggioranza attraversi una fase di difficoltà.
Anche il centrosinistra continua a rincorrere un’unità che, almeno per ora, appare più proclamata che costruita. Elly Schlein considera naturale candidarsi alla guida dell’alternativa di governo. Giuseppe Conte non sembra disposto a rinunciare al ruolo di protagonista e continua a coltivare l’ambizione di tornare a Palazzo Chigi. Due leadership forti, due legittime aspirazioni, ma anche due progetti politici che faticano a fondersi.
Ogni tanto riaffiora l’idea di una figura capace di tenere insieme tutte le anime dell’opposizione, una personalità autorevole sul modello di Romano Prodi. È uno scenario suggestivo, ma oggi appare assai meno praticabile rispetto al passato. Le leadership personali pesano molto più di vent’anni fa e difficilmente Schlein o Conte accetterebbero di fare un passo indietro.
Ma se il convitato di pietra del centrodestra si chiama Roberto Vannacci, a sinistra si chiama Beppe Grillo che con Di Battista sta preparando uno scherzetto al Campo Largo. Se quest’operazione elettorale va in porto, per il centro sinistra saranno guai. Ma ancora tutto è aperto.
Così il Paese resta sospeso.
Il centrodestra deve decidere come gestire la sfida rappresentata da Vannacci senza compromettere la propria identità e senza perdere la componente moderata della coalizione. Il centrosinistra, invece, deve ancora dimostrare di essere qualcosa di più della semplice somma dei partiti che lo compongono.
L’impressione è che la politica stia vivendo una fase di transizione nella quale nessuno controlla davvero gli eventi. Tutti aspettano la prossima mossa dell’avversario, ma nessuno sembra avere una strategia definitiva.
L’estate sarà quella delle trattative, dei contatti riservati, delle verifiche interne e dei calcoli elettorali. L’autunno, invece, potrebbe trasformarsi nella stagione della verità. Sarà allora che i nodi verranno al pettine e che le coalizioni saranno costrette a scegliere se diventare davvero alleanze politiche oppure restare semplici cartelli elettorali.
Perché questo è il vero problema dell’Italia. Non è soltanto capire chi vincerà le prossime elezioni. È capire se chi le vincerà sarà davvero in grado di governare un Paese che attraversa una stagione delicatissima sul piano economico, sociale e internazionale.
Finché questa risposta non arriverà, l’Italia continuerà a camminare nella nebbia. E nella nebbia non si costruisce il futuro: ci si limita, spesso, a sperare di non uscire di strada.





