Poteva e doveva essere un ragionamento in punto di diritto, sul delicatissimo tema non tanto dell’immunità parlamentare quanto delle intercettazioni oggi diventate perno centrale di quasi ogni indagine. Invece si è tramutato in una cagnara politica, dove identificare i torti e le ragioni diventa molto complicato.

Stiamo parlando del dibattito di ieri alla Camera sull’autorizzazione, chiesta dalla Procura di Roma, di acquisire le chat fra l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro (non indagato) e Mauro Carroccia, detenuto da febbraio scorso per una condanna a quattro anni con l’accusa di intestazione fittizia di beni con l’aggravante mafiosa. Come noto il filo che lega i due personaggi è la famosa “Bisteccheria d’Italia” ristorante del quale Delmastro aveva alcune quote poi cedute alla figlia di Carroccia.

La Camera era chiamata quindi a discutere su un tema molto delicato come l’autorizzazione all’acquisizione delle chat e il dibattito era partito in maniera anche interessante, soprattutto grazie a Forza Italia che, fedele alla linea del garantismo e dei diritti civili voluta da Marina Berlusconi per marcare le differenze politiche con gli alleati, rimarcava i punti deboli della richiesta dei procuratori romani. Punti deboli che riguardano non solo il deputato Delmastro, ma tutti i cittadini. Difatti il deputato forzista, Davide Bellomo ha evidenziato come la procura di Roma ha inviato alla Camera una richiesta di acquisizione delle chat del tutto generica, cioè «priva dei requisiti di necessità, determinatezza, selettività e proporzionalità» richiesti dalla Costituzione.

Nella sua richiesta la Procura non aveva neanche indicato l’arco temporale delle conversazioni che intende acquisire (pur essendo noto che Delmastro è stato socio con Caroccia nel ristorante da dicembre 2024 a novembre 2025) né ha precisato le ragioni per le quali il sequestro è necessario (e perché, invece, per esempio non è sufficiente il sequestro della documentazione societaria, contabile e finanziaria).

«Il nostro codice non consente sequestri indiscriminati ed esplorativi - ha affermato Bellomo -. L’autorità giudiziaria non può chiedere il sequestro dell’intero contenuto di un archivio digitale, confidando che al suo interno possa emergere qualche elemento utile alle indagini. Una simile impostazione invertirebbe la logica del processo penale: la prova deve essere ricercata perché già individuata o almeno individuabile, non perché altrimenti rinvenibile all’esito di un’acquisizione indiscriminata. Lo dice la suprema Corte di cassazione».

Insomma una serie di riflessioni giuridiche di certo non campate in aria e valide al di là dello status di parlamentare di Delmastro. Invece è finita in caciara, appunto.

La minoranza ha agitato telefonini gridando “fuori le chat”, si è bendata gli occhi, ha accusato il Governo di collusione con la mafia con Giuseppe Conte in particolare che dice che il centrodestra vuole intralciare le indagini su un clan mafioso. Ma è sulla memoria di Paolo Borsellino che si scatena la bagarre. Elly Schlein ha detto ai meloniani di non essere più degni di pronunciare il nome del magistrato, vera e propria icona della destra italiana post fascista. Al che il capogruppo di FdI Galeazzo Bignami ha un po’ perso la brocca. Ha accusato il centrosinistra di non aver votato Borsellino presidente e avergli preferito Oscar Luigi Scalfaro che «liberò 330 mafiosi».

Ha parlato di un attacco a Delmastro che ha come obiettivo la Meloni, «ma prima di arrivare alla Meloni - ha detto - dovrete colpirci tutti, uno a uno». Insomma questo il clima in cui con 206 voti a favore e 133 contrari, l’Aula della Camera ha negato alla fine l’acquisizione delle chat. Le ragioni giuridiche e di garantismo che Forza Italia cercava faticosamente di portare avanti sono scomparse.

Un’occasione persa quindi, ma che apre anche il rischio di uno scontro fra poteri dello Stato. La Procura di Roma, infatti, è convinta che solo dall’esame delle chat è possibile capire se parte dei soldi investiti nel locale provenga dal clan Senese. Per questo ha intenzione di presentare ricorso davanti la Corte Costituzionale contro il no all’acquisizione dei tabulati. Per il momento si attende di conoscere le motivazioni della giunta per le autorizzazioni per vedere come abbia argomentato, dal punto di vista giuridico, il suo no. Subito dopo verrà presentato il ricorso che rischia di diventare, dopo quello con la Corte dei Conti, l’ennesimo scontro che questo Governo sta alimentando fra poteri dello Stato.