I sondaggi della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, da qualche anno, nello stupore generale, non si schiodano – punto più punto meno - dal trenta per cento. Un dato di sorprendente stabilità. Diciamo che si tratta di un fenomeno nuovo nel panorama politico nazionale, di cui non risulta facile cogliere le motivazioni profonde. In genere i governi, dopo un anno di gestione, qualche punticino lo hanno sempre perduto. Talvolta, in certi casi, di punti, ne hanno perso una marea. Lei resta ferma a quella rispettabile quota. Anzi, rispetto alle elezioni politiche del settembre del 2022, è migliorata di quattro punti. Tentiamo di articolare qualche ragionamento sul tema.

Meloni è la prima donna ad avere raggiunto Palazzo Chigi. Il centrosinistra negli anni passati aveva ogni tanto, in qualche intervista di qualcuno dei suoi leader, assunto l’impegno di puntare su di una donna per quella carica o addirittura per quella di presidente della Repubblica. Il proposito però si è al momento giusto sempre sciolto come neve al sole.

Meloni all’inizio del suo mandato sembrava destinata ad avere vita breve. Proveniva da un mondo che per la prima volta nulla aveva a che fare con una Repubblica antifascista. Il fascino della politica presenta spesso aspetti bizzarri. La sorpresa è tra questi. Le era bastato restare da sola per 14 mesi all’opposizione del governo Draghi perché il suo sogno impossibile – chi fa politica ne ha sempre almeno uno nel cuore – si avverasse.

Bisogna riconoscere che la Meloni all’inizio, sorprendendo tutti, si è mossa bene. Ha affrontato fin dalla prima seduta l’Aula con piglio disinvolto. Come se quel ruolo l’avesse già svolto un’infinità di volte. Certo, dando uno sguardo ai ministri che la circondavano, fatti salvi un paio, la modestia dei personaggi appariva innegabile. D’altra parte, la classe dirigente di cui disponeva era quella che era. Difficile scegliere meglio.

Se però tale elemento per un verso la danneggiava, per un altro l’avvantaggiava. La sua politica, i suoi discorsi, nei tragitti erratici della mente che conservano una naturale vocazione al confronto, apparivano all’esterno inondati di una luce più viva. A tale vantaggio se ne aggiungeva un secondo. Contrariamente a quello che era accaduto a tanti suoi lontani predecessori, parlava le lingue straniere, in particolare l’inglese. Il suo giovanile lavoro di babysitter, ancorché modesto, le aveva conferito nel nuovo più alto contesto una resa smagliante.

Non è un caso che avendo colto il vantaggio di tale qualità, grazie anche ai buoni riflessi di cui dispone, ha deciso di fare all’estero i suoi primi passi da presidente. Meglio, di soggiornare in forma quasi stabile fuori dall’Italia. Faccio qui una riflessione particolare. In certi incontri ufficiali una cosa è parlare attraverso un interprete il quale, per un eccesso di ufficialità e di prudenza, rende gelide le parole, cosa diversa è parlare direttamente la lingua del proprio interlocutore. Una circostanza che in genere stabilisce un clima più caldo e favorevole, specie se a parlare è una donna. Non è un caso che tutti i suoi incontri, cominciando da quello famoso con Biden, sconfinano sempre in baci inconsueti.

Tali gesti all’inizio stupirono la maggioranza degli italiani che immaginava che l’accoglienza, vista la provenienza storica della Meloni, sarebbe stata, dappertutto nel mondo, poco entusiasmante. Avvenne esattamente il contrario. Sia in Europa, sia in America, la presidente Meloni si mosse con inaspettata naturalezza rappresentando al meglio l’Italia.

Veniamo adesso alla parte negativa del suo impegno istituzionale, ai sentimenti di avversione che talvolta suscita. Alcuni suoi gesti di poco conto hanno a che fare con la sua congenita teatralità dissimulata alla perfezione. Quell’ingresso scenografico nella sala del Consiglio con la telecamera che la segue fin dal suo ufficio è qualcosa che ricorda i teatri di periferia. Diversamente, la macchina da presa che per un attimo l’abbandona per inquadrare i ministri disciplinatamente seduti e composti nelle loro poltrone, come in attesa di un sortilegio, sembra una sequenza tratta da un film di Luchino Visconti.

Ancora. Quando parla in pubblico, indipendentemente dal luogo dove si trova, si rivolge alla politica con discorsi quasi sempre polemici, come se a parlare non fosse la presidente di tutti gli italiani, ma di una parte sola: la sua. Riecheggia spesso nelle sue parole la vena dello sconfittismo eroico che il partito delle origini ha per decenni adottato, ma richiama alla memoria anche quella lugubre squadra vestita di nero che alza con immaginario spirito guerriero il braccio in alto, pronunciando all’unisono la parola: «presente!».

Sono ancora tanti i tratti negativi della sua gestualità. Tra i quali negli ultimi tempi quel suo occuparsi di futili cose tralasciando le grandi che angustiano il Paese. Il Sud per primo.

Finisco ricordando però che il suo restante successo lo deve al centrosinistra, sia a quello giornalistico sia a quello partitico. Ma di tale argomento conto di scrivere in un prossimo articolo.