Il 22 e 23 marzo gli italiani saranno chiamati al referendum costituzionale, un appuntamento che ha riportato al centro del dibattito la giustizia e il ruolo di giudici e pubblici ministeri. Nell’ultimo giorno di campagna elettorale parlano (anche) i protagonisti della campagna per il Sì, spiegando in prima persona le motivazioni che spingono verso la riforma.

«Al referendum del 22 e 23 marzo dobbiamo votare Sì, innanzitutto per completare un percorso ordinamentale e costituzionale rimasto incompiuto: principi come il giusto processo e la parità delle parti sono già nella nostra Costituzione e nel nostro ordinamento, ma vanno finalmente pienamente attuati. Poi, per avere una giustizia davvero giusta: giudici realmente terzi, pubblici ministeri autonomi, meno correnti e più merito. E anche per rafforzare la magistratura, perché rafforzarne autonomia e terzietà significa rafforzare la giustizia e, quindi, lo Stato di diritto e i diritti di libertà e di democrazia dei cittadini italiani», ha dichiarato Andrea Gentile, deputato di Forza Italia e componente della Commissione Affari costituzionali della Camera.

«Questa riforma — ha proseguito Gentile — non introduce alcuna forma di controllo politico sulla magistratura. L'articolo 104 della Costituzione è chiarissimo: la magistratura resta un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Al contrario, con questa riforma il giudice diventa pienamente un arbitro terzo, come già previsto dall'articolo 111 della Costituzione. Stiamo dando attuazione a principi già scritti nella Carta, rispondendo a una richiesta che proviene da ampi settori della società italiana. Separare pubblico ministero e giudice significa evitare commistioni e degenerazioni che, in alcuni casi, hanno prodotto vere e proprie ingiustizie».

Dal 1992 a oggi, ha ricordato Gentile, oltre 30.000 persone sono state risarcite dallo Stato per ingiusta detenzione, mentre una quota rilevante dei procedimenti si conclude con assoluzioni: «Segnali di un sistema che troppo spesso si concentra sulla fase dell'accusa e sulle misure cautelari più che sull'accertamento definitivo della responsabilità. Questo sistema va cambiato, perché troppo spesso non premia il merito ma l'appartenenza alle correnti. L'unico modo per superarlo è attuare questa riforma, che non nasce oggi ma è il risultato di un dibattito lungo oltre trent'anni e condiviso da ampi settori della società italiana senza distinzioni politiche di sorta».

Anche il ministro per gli Affari europei e il Pnrr, Tommaso Foti, ha preso posizione, sottolineando la necessità di responsabilità nel dibattito pubblico: «Chi come me viene da una storia di destra non può accettare di sentir dire che chi si batte per il Sì è un mafioso, è una persona non per bene o è un indagato. Se queste parole le dice un imbecille, ci può stare. Se le dice un procuratore della Repubblica di Napoli, mi preoccupa perché mentre nella politica politicante a volte tutti alziamo i toni, da chi ha responsabilità di quel tipo ci si aspetta un altro atteggiamento. Cioè un atteggiamento responsabile».

Foti ha chiarito che il No è legittimo per chi ha convinzioni diverse: «Non dirò mai che chi vota No, sbaglia. Perché se la convinzione è sul tema e non un pregiudizio su chi ha proposto questa riforma è legittimo che uno abbia un'opinione diversa. Il dramma di questa campagna elettorale che non è stata rappresentata alcuna opinione diversa. È stata preparata soltanto una grande propaganda fatta di bugie, perché erano le uniche armi con le quali si poteva cercare di far dimenticare i peccati di origine della sinistra. Non sono traditori quegli uomini della sinistra che sono schierati per il 'Sì'. E ci sono anche gli elettori della sinistra che in parte sono schierati per il 'Sì'. Loro sono dei traditi».

Ritorna anche il tema della separazione delle carriere: «Visto che come diceva prima Gilberto Fratin, in 25 dei 27 Paesi dell'Unione europea c'è la separazione delle carriere, mi può spiegare la Schlein perché lei non vuole stare con l'Europa, ma vuole stare con la Russia e con la Cina che negano la separazione delle carriere? Cos'è un ritorno al rosso antico?», ha aggiunto Foti.

Infine, Mara Carfagna, segretaria di Noi moderati, ha sintetizzato così il significato della riforma: «Il Sì alla riforma è il Sì a un giudice veramente 'arbitro', che giudichi i fatti e le persone con vera equidistanza sia dall'accusa sia dalla difesa. È un Sì al merito dei magistrati bravi, che oggi sono penalizzati nelle loro carriere dai giochi di corrente. È un Sì a un nuovo sistema capace di sanzionare chi non fa bene il proprio lavoro, per dolo o per negligenza».

Alle critiche sulla mancata condivisione del testo in Parlamento, Carfagna replica: «Un minuto dopo la presentazione del testo della riforma, l'Associazione nazionale magistrati lo aveva già bocciato in toto, minacciando uno sciopero, mentre Pd e M5s parlavano di 'demolizione dell'assetto democratico', fingendo di ignorare che analoghe proposte erano state presentate anche da loro autorevoli esponenti. Per carità: opporsi alla maggioranza è un diritto dell'opposizione. Ma non si può prima rifiutare ogni confronto e poi lamentarsi del mancato dibattito. Il rischio di deriva autoritaria? È un argomento che fa presa sull'elettorato di sinistra più estremista, ma è anche il più fragile tra quelli utilizzati in questa campagna. Quasi tutti i Paesi europei hanno separato le carriere dei magistrati e, ovunque, la democrazia non ha subito danni: al contrario, la giustizia è più efficiente e veloce».

La riforma, maturata in oltre trent’anni di dibattito, mette al centro del referendum una domanda cruciale: quale giustizia vuole l’Italia per il futuro?