La nuova legge elettorale non è ancora definitivamente approvata, la data delle Politiche resta da stabilire e nessuno ha annunciato l’apertura della campagna elettorale. Eppure la partita è già cominciata. Questa mattina il Senato è chiamato alle dichiarazioni di voto e al voto finale sul cosiddetto Melonellum, modificato a Palazzo Madama e destinato quindi a tornare alla Camera. Dietro le regole con cui gli italiani saranno chiamati alle urne si intravede la vera questione politica dei prossimi mesi: chi riuscirà a costruire una coalizione capace di raggiungere il 42% necessario per conquistare il premio di maggioranza? Giorgia Meloni deve affrontare il caso Roberto Vannacci e una Futuro Nazionale accreditata ormai intorno all’8% in diverse rilevazioni; Elly Schlein deve trasformare il campo largo da somma elettorale in alleanza di governo, mentre Giuseppe Conte rivendica l’autonomia del Movimento 5 Stelle e pone al Pd questioni destinate a pesare, a cominciare dall’Ucraina. Nel mezzo c’è un centro frammentato, ma potenzialmente decisivo.

Il Melonellum arriva al voto, poi tornerà alla Camera

Palazzo Madama ha concluso ieri l’esame degli emendamenti e questa mattina passa alle dichiarazioni di voto e alla votazione finale. Il testo, essendo stato modificato, dovrà successivamente tornare a Montecitorio. Tra gli interventi approvati al Senato figurano le preferenze con capilista bloccati, le nuove disposizioni sulla raccolta delle firme, modifiche riguardanti i collegi della provincia di Bolzano e l’estensione del voto fuorisede ai caregiver.

Il cuore politico della riforma resta il premio: alla lista o coalizione più votata che raggiunga almeno il 42% vengono assegnati 70 deputati e 35 senatori aggiuntivi, entro un tetto complessivo di 220 deputati e 113 senatori per chi ne beneficia. Se nessuno raggiunge la soglia, il meccanismo premiale non scatta.

È una formula che spinge i partiti verso coalizioni larghe e rende molto più costoso lasciare fuori forze capaci di spostare anche pochi punti percentuali. Ed è qui che la discussione sulle regole incrocia direttamente quella sulle alleanze.

Meloni davanti al paradosso Vannacci

Per Giorgia Meloni il problema è evidente. Fratelli d’Italia rimane largamente il primo partito del centrodestra, ma l’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega e la nascita di Futuro Nazionale hanno aperto un nuovo spazio politico proprio nell’area dalla quale la coalizione attinge una parte consistente dei propri consensi.

Vannacci è diventato contemporaneamente un concorrente e una possibile riserva elettorale. Lasciarlo fuori significa accettare che una quota importante della destra corra autonomamente; provare a riportarlo dentro comporterebbe invece un problema politico e programmatico, soprattutto nei rapporti con Forza Italia e con la componente più moderata della coalizione.

La questione investe direttamente anche Matteo Salvini. Se Futuro Nazionale dovesse consolidarsi sopra la Lega, come indicano alcune delle ultime rilevazioni, cambierebbero non soltanto i conti elettorali ma anche i rapporti di forza interni al centrodestra. Per Meloni la domanda diventa quindi più complessa del semplice “Vannacci dentro o fuori”: riguarda quale centrodestra si presenterebbe agli elettori dopo un eventuale riavvicinamento.

Sul fondo resta poi la durata della legislatura. Le ipotesi di elezioni anticipate continuano a circolare, mentre la presidente del Consiglio mantiene prudenza e Salvini non ha mostrato particolare entusiasmo verso l’idea di accorciare il percorso del governo. L’approvazione definitiva della riforma eliminerebbe comunque una delle principali incognite sulle regole della prossima competizione.

Schlein cerca l’alternativa, Conte mette sul tavolo l’Ucraina

Sul fronte opposto il problema di Elly Schlein è speculare. Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra costituiscono l’ossatura naturale dell’alternativa, ma una coalizione di governo non nasce semplicemente sommando percentuali. E Giuseppe Conte continua a ricordarlo.

Il terreno più delicato è quello della politica estera. Il presidente del Movimento 5 Stelle mantiene una linea contraria a nuovi invii di armi all’Ucraina e fortemente critica verso il riarmo, mentre nel Pd, soprattutto nell’area riformista e atlantista, il sostegno a Kiev viene considerato un punto politico non negoziabile. È una divergenza che può essere gestita più facilmente tra forze di opposizione, molto meno all’interno di una coalizione che chieda agli italiani di governare il Paese.

Conte prepara inoltre “Nova”, la manifestazione nazionale con la quale intende rilanciare identità e programma del Movimento 5 Stelle. Non è un dettaglio nella costruzione del campo largo: il leader pentastellato vuole arrivare all’eventuale alleanza mantenendo un profilo autonomo e una propria agenda, non come componente subordinata al Pd.

A questo si aggiunge lo scontro sulla nuova disciplina per la raccolta delle firme prevista dal Melonellum per le formazioni prive dei requisiti di rappresentanza parlamentare. Conte ha contestato la norma e la questione è diventata un altro terreno di confronto dentro l’area progressista.

Onorato, Renzi e la battaglia per il centro

Proprio contro le nuove disposizioni sulle firme, Alessandro Onorato, assessore di Roma Capitale e promotore di Progetto Civico Italia, ha guidato una manifestazione davanti al Senato alla quale hanno partecipato Giuseppe Conte, Francesco Boccia per il Pd e Angelo Bonelli per Alleanza Verdi e Sinistra. Italia Viva non era presente.

La fotografia è politicamente significativa perché al centro del possibile campo largo si sta aprendo un’altra competizione. Onorato lavora alla costruzione di un’area civica, riformista ed europeista e dialoga con +Europa e Psi; una parte del Pd continua invece a considerare Matteo Renzi un possibile interlocutore dell’area moderata, mentre Conte mantiene fortissime riserve sull’ingresso dell’ex presidente del Consiglio nella coalizione.

Non è soltanto una disputa tra sigle. Per Schlein significa decidere fino a dove allargare il perimetro dell’alternativa e soprattutto come far convivere culture politiche molto differenti. Per Conte significa evitare che la componente centrista condizioni la futura agenda della coalizione. Per Renzi e Onorato significa contendersi uno spazio che, proprio per l’equilibrio tra i due blocchi, potrebbe risultare molto più importante delle dimensioni dei singoli partiti.

I sondaggi confermano l’equilibrio, ma non indicano ancora un vincitore

I numeri servono soprattutto a capire perché queste manovre siano diventate così importanti. La Supermedia YouTrend/Agi del 10 settembre, media ponderata delle rilevazioni di Noto, Only Numbers, SWG, Tecnè e YouTrend effettuate tra il 26 agosto e il 9 settembre, colloca Fratelli d’Italia al 26,9%, il Pd al 21%, il Movimento 5 Stelle al 12,1%, Futuro Nazionale e Forza Italia entrambi al 7,6%, Avs al 6,3% e la Lega al 5,6%. Seguono Azione al 3,7%, Italia Viva al 2,4%, +Europa all’1,4% e Noi Moderati all’1%.

Più che inseguire le differenze tra un istituto e l’altro, è significativo osservare il dato politico che emerge dalle rilevazioni più recenti: Vannacci dispone ormai di un consenso sufficiente a modificare gli equilibri del centrodestra e nessuno dei due grandi schieramenti appare nelle condizioni di considerare superflui gli alleati. Il sondaggio dell’Istituto Noto per Porta a Porta diffuso l’8 settembre, per esempio, ha indicato centrodestra e campo largo esattamente alla pari al 41,5%, con Futuro Nazionale all’8% e fuori dalla coalizione di governo. YouTrend per Sky TG24, nella rilevazione pubblicata il 4 settembre, aveva invece collocato Futuro Nazionale al 7,9%, davanti a Forza Italia al 7,1% e alla Lega al 4,4%.

Sono rilevazioni diverse e non vanno sovrapposte, ma raccontano la stessa fragilità degli equilibri: pochi punti possono cambiare completamente la partita e spiegano perché Meloni guardi a ciò che accade alla sua destra mentre Schlein cerchi contemporaneamente Conte e una componente moderata.

La legge non è ancora definitiva, ma ha già mosso le alleanze

È questo il dato politico che accompagna il voto di oggi. Il Melonellum deve ancora completare il suo percorso parlamentare, ma sta già costringendo i partiti a ragionare non soltanto sulla propria forza, bensì sul perimetro delle future coalizioni.

Meloni deve tenere insieme la vocazione maggioritaria di Fratelli d’Italia, Salvini, Forza Italia e il problema Vannacci. Schlein deve trasformare il campo largo in un progetto credibile di governo, facendo convivere Conte, Avs, l’area riformista del Pd e un centro ancora alla ricerca della propria collocazione. Nel frattempo Conte rafforza la propria autonomia, Onorato prova a costruire un nuovo spazio e Renzi non intende lasciargli campo libero.

Oggi il Senato vota le regole. La partita politica che quelle regole stanno già producendo, invece, è cominciata da tempo.