Le tensioni tra Washington e Roma rivelano una trasformazione profonda degli equilibri euroatlantici, destinata ad avere conseguenze nelle rivalità e nei nuovi assetti nel panorama politico italiano
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La durezza dello scontro esploso tra Donald Trump e Giorgia Meloni non può essere liquidata come l’ennesima intemperanza verbale del presidente americano né ridotta alla dimensione, per quanto clamorosa, di un deterioramento personale tra due leader che fino a pochi mesi fa si riconoscevano reciprocamente come punti di riferimento del conservatorismo occidentale, perché le parole pronunciate in queste ore, i toni utilizzati e perfino i silenzi che ne sono seguiti sembrano piuttosto il sintomo di una trasformazione più profonda, di una ridefinizione degli equilibri dell’Occidente e dei rapporti tra Europa e Stati Uniti destinata ad avere conseguenze che andranno ben oltre il rapporto tra Roma e Washington.
Nella concezione politica di Trump, infatti, la lealtà precede perfino le procedure diplomatiche e il rapporto personale tra i leader assume un valore quasi strategico, al punto che l’autonomia rivendicata da un alleato ideologicamente affine viene inevitabilmente percepita come una forma di discontinuità, se non addirittura di tradimento; nella visione di Meloni, al contrario, l’amicizia politica non può mai derogare alle ragioni di Stato, agli accordi internazionali e alla sovranità nazionale, ed è proprio questo diverso modo di intendere la leadership e le relazioni internazionali ad aver trasformato una divergenza tattica sul Medio Oriente in una frattura politica molto più profonda e significativa.
Sarebbe tuttavia un errore fermarsi alla dimensione internazionale del problema, perché ogni grande mutamento geopolitico produce inevitabilmente conseguenze all’interno dei singoli Paesi e l’Italia, già attraversata da profonde tensioni politiche e da evidenti processi di riallineamento, potrebbe essere uno dei primi laboratori di questo nuovo disordine occidentale.
La premier ha investito una parte significativa del proprio capitale politico nella costruzione di una centralità internazionale che l’ha portata ad essere percepita, in molti ambienti conservatori occidentali, quasi come una sorta di testimone di nozze dello sposo, la leader europea chiamata a certificare e accompagnare l’unione tra il nuovo conservatorismo americano incarnato da Trump e una parte della destra continentale. Ma mentre la presidente del Consiglio era impegnata a consolidare il proprio profilo internazionale e a ritagliarsi un ruolo da protagonista sul palcoscenico globale, la politica italiana sembrava vivere una dinamica che richiama, per certi aspetti, una delle più antiche metafore bibliche.
Come accadde quando Mosè salì sul Sinai per ricevere le Tavole della Legge e, ai piedi della montagna, le tribù d’Israele ripresero a muoversi in ordine sparso, lasciandosi sedurre dai propri interessi e dalle proprie debolezze, così anche il sistema politico italiano, durante la lunga stagione della proiezione internazionale della premier, ha progressivamente ricominciato a vivere di dinamiche autonome, di ambizioni personali, di nuovi banchetti politici e di crescenti appetiti di potere, in un quadro nel quale ciascuno ha iniziato a guardare soprattutto al proprio destino e sempre meno alla stabilità complessiva della coalizione.
Ora, però, il leader scende dalla montagna e trova un Paese diverso da quello che aveva lasciato.
Trova un centrodestra nel quale la crescita di Roberto Vannacci ha introdotto un elemento di competizione permanente e di imprevedibilità politica che non riguarda più soltanto la Lega, ma investe l’intera maggioranza; trova un’area moderata, liberale ed europeista nella quale si torna a discutere apertamente della necessità di un nuovo centro politico, del ruolo di Forza Italia, dell’autorevolezza di Gianni Letta e perfino della possibilità che Marina Berlusconi possa rappresentare il punto di riferimento morale e culturale di una futura aggregazione riformista; trova, soprattutto, un sistema politico che appare sempre meno disposto ad attendere passivamente gli sviluppi della scena internazionale e sempre più orientato a prepararsi ad una nuova fase di competizione.
Il vero “mostro”, probabilmente, deve ancora partorire.
Perché il conflitto tra Trump e Meloni non produce soltanto un incidente diplomatico e neppure soltanto una crisi nei rapporti tra due leader; esso accelera processi già in corso, apre nuovi spazi politici e costringe tutti gli attori del sistema italiano a ridefinire il proprio posizionamento, in una fase nella quale il sovranismo è chiamato a ridisegnare i propri confini, il moderatismo cerca una nuova rappresentanza e il centrodestra, per la prima volta dopo molti anni, rischia di trovarsi contemporaneamente sotto la pressione di una destra identitaria in espansione e di un nuovo polo moderato ed europeista in fase di costruzione.
Ed è in questo quadro che il Mezzogiorno potrebbe assumere una centralità inedita.
Il Mediterraneo è tornato ad essere il punto di incontro e di frizione delle grandi questioni del XXI secolo, dalle rotte energetiche alla sicurezza, dai rapporti con l’Africa alla gestione dei flussi migratori, fino alla ridefinizione dei rapporti tra Europa e Stati Uniti, e proprio il Sud d’Italia, per collocazione geografica e per necessità storica, potrebbe diventare il laboratorio di nuove formule politiche, nuove classi dirigenti e nuove opportunità di sviluppo.
Le parole di questi giorni, dunque, non sono schermaglie e non sono semplici polemiche tra leader dal carattere forte. Sono posizionamenti veri. E i posizionamenti, nella storia delle democrazie occidentali, hanno sempre preceduto le grandi ricomposizioni politiche. Il nuovo disordine dell’Occidente è già cominciato e le sue conseguenze, molto prima di quanto oggi si possa immaginare, arriveranno anche alle nostre latitudini.




