Dal programma di Futuro Nazionale giungono proposte sui diritti e sull’immigrazione: promesse radicali che sollevano interrogativi sulla loro concreta attuabilità. La sfida, per la politica e per gli elettori, è distinguere tra provocazioni, consenso e rispetto della Costituzione
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C’è una domanda che andrebbe posta a Roberto Vannacci prima ancora di discutere il suo programma: vuole davvero governare l’Italia o spara grosso soltanto per far parlare di sé?
Il programma di Futuro Nazionale non lascia spazio a equivoci. Propone la remigrazione e una stretta sull’immigrazione; l’abolizione delle unioni civili e la famiglia riconosciuta esclusivamente come unione tra un uomo e una donna; il divieto, nella fascia protetta televisiva, di contenuti definiti “genderisti” o omosessuali. E ancora: l’aborto non considerato un diritto, restrizioni alla transizione di genere dei minori, educazione militare nelle scuole, più esercito nelle città, elezione diretta del Presidente della Repubblica.
È un progetto che interviene insieme su diritti civili, identità nazionale, ordine pubblico e assetto istituzionale.
Ma è davvero realizzabile?
Non tutto sarebbe incostituzionale. Molte misure, però, si scontrerebbero con i principi fondamentali della Repubblica, con il diritto europeo e con la tutela dei diritti individuali. Altre richiederebbero profonde modifiche della Costituzione. Non sono proposte traducibili in leggi dello Stato dalla mattina alla sera.
Ed è qui che comincia il problema.
La Costituzione non è un dettaglio. Un governo può cambiare le leggi, ma non può cancellare i principi sui quali si fonda lo Stato di diritto. Non può trasformare una maggioranza elettorale in un potere senza limiti. Non può decidere che i diritti valgano per alcuni e non per altri.
A Vannacci bisogna dunque chiedere non soltanto cosa intenda cambiare, ma come pensa di farlo. Con quali leggi, con quali risorse, con quale maggioranza, attraverso quale procedura costituzionale. E con chi, considerato che le prime distanze sono arrivate proprio dal centrodestra.
È facile promettere la remigrazione. È facile invocare la fine delle unioni civili. È facile stabilire quali famiglie siano “vere”, quali contenuti possano andare in televisione, quali comportamenti debbano diventare reato. Molto più difficile è spiegare come tutto questo possa diventare norma senza violare la Costituzione e gli obblighi europei dell’Italia.
Qui sta la forza della sua comunicazione. Ogni giorno un tema, una frase destinata a diventare titolo, una polemica. Vannacci entra nella discussione politica quotidiana, detta argomenti e linguaggio, costringe gli altri a inseguirlo. Ha di fatto messo in un angolo centrodestra e centrosinistra, che appaiono sconvolti, sconcertati, incapaci di reagire a provocazioni così violente e inattuabili. O meglio: provano a reagire ma il loro messaggio non passa. Perché debole, perché quasi spaventato. Quando invece tutte le forze costituzionali dovrebbero avere il coraggio di dire: i principi e i valori della costituzione, della democrazia europea, della civiltà dei diritti e dei doveri che abbiamo conquistato dopo tanti anni di battaglie e di lottta, semplicemente non si toccano.
Ma Vannacci, nell’epoca dei social sa che anche l’indignazione è pubblicità: se tutti parlano di lui, ha già ottenuto una grande parte del risultato.
La politica diventa così una gara a chi pronuncia la frase più divisiva. Proposte irrealizzabili, slogan da comizio, promesse senza costrutto. E il rischio è che, avvicinandosi il voto, lo seguano tanti altri: partiti ed esponenti di primo piano saranno sempre più tentati di spararla grossa per conquistare attenzione e consenso.
Vannacci trova un terreno fertile: un Paese arrabbiato, impaurito, disorientato, spesso sfiduciato nelle istituzioni. Un paese che sta male, con una crisi economica troppo sottaciuta, con troppe aree del paese che soffrono, con i redditi da lavoro che sono i più bassi d’Europa.
Ma anche un Paese nel quale una parte dell’elettorato fatica a distinguere tra una proposta politicamente radicale e una proposta concretamente praticabile.
Non è un insulto agli elettori. È un problema della democrazia.
Perché la democrazia funziona quando i cittadini conoscono anche i limiti del potere che stanno affidando a qualcuno. Vannacci propone invece una politica di rottura: noi contro loro, italiani contro stranieri, famiglia contro “ideologia”, nazione contro Europa, ordine contro caos.
È una narrazione semplice. E proprio per questo potente.
L’Italia ha già conosciuto leader della rottura e della provocazione costante, uomini che hanno promesso di spazzare via il vecchio sistema, distruggere le vecchie regole, rivoltare il Paese come un calzino. Alcuni hanno raccolto milioni di voti.
Poi è arrivata la realtà.
Perché governare non è provocare. La realtà non funziona come un video sui social. L’economia non obbedisce agli slogan. La Costituzione non obbedisce ai sondaggi.
Vannacci ha tutto il diritto di proporre una destra radicale, estrema, fuori dagli schemi. Ma noi abbiamo il diritto, e soprattutto il dovere, di chiedergli conto delle sue promesse.
E non è un problema soltanto per il centrodestra, al quale può sottrarre molti consensi, spostando più a destra il baricentro della coalizione e costringere gli alleati a inseguirne parole d’ordine e provocazioni.
Ma Vannacci è soprattutto un problema per il Paese. Perché rischia di rendere normale ciò che normale non dovrebbe essere: l’idea che i diritti siano negoziabili, che la Costituzione sia un ostacolo da aggirare, che l’Europa sia un nemico e che la complessità possa essere liquidata con uno slogan.
Se questa politica dovesse trasformarsi in consenso e potere, l’Italia tornerebbe a essere osservata, agli occhi dell’Europa e degli altri Paesi occidentali, come un Paese politicamente fragilissimo, attraversato da pulsioni illiberali e da una crescente sfiducia nelle proprie regole democratiche.
La questione, allora, non è soltanto quanti voti prenderà Vannacci. È quanto il Paese sarà disposto a perdere in credibilità, autorevolezza e qualità democratica inseguendo chi promette soluzioni facili a problemi difficili.


