Aveva chiuso Quasi una vita scrivendo che «la favola della vita lo interessava più della vita». Non era vero. La forte tensione morale dei diari si riversava anche, giorno dopo giorno, negli elzeviri che Alvaro pubblicava su prestigiose testate giornalistiche, ‘leggendo’ la nuova società del dopoguerra e decidendo poi di raccoglierli parzialmente, secondo una ben definita linea portante, in Il nostro tempo e la speranza. Saggi di vita contemporanea (1952), titolo che esplicita il contenuto dandone una precisa chiave interpretativa.

Se davvero si rilegge con occhio attento Alvaro, non può sfuggire che Il nostro tempo e la speranza ha una struttura calcolatissima, che si compone di sedici capitoli: otto in più paragrafi titolati e otto unititolati. Guardando più a fondo, si scopre che i primi quattro capitoli (La casa nuova; Che cos’è la felicità; L’eroe del nostro tempo; Morale della moda) sono tutti in più paragrafi titolati, ai quali ne seguono due soltanto unititolati, a segnare uno stacco (Pratica di letteratura e Pratica di teatro). Poi si succedono altri due capitoli plurititolati (Fisiologia del cinema; Siamo ricchi e poveri) e due unititolati (Il mammismo; La bambola), seguiti da altri due con paragrafi titolati (il primo, Cavalli, uomini e analfabeti, ne ha sei; l’altro, Dora, o le spie, due) e, a chiudere, altri quattro soltanto unititolati (Il nuovo giorno; Sulla città al buio; Per nozze; Viaggio), componendo in totale uno schema complessivo che è perfettamente ritmato e geometricamente armonioso (in cifra araba indico i capitoli con paragrafi titolati): 4 - due - 2 - due - 2 - quattro.

Non è un caso (per di più unico) se Alvaro ha perseguito questa architettura saggistica. L'ordinamento è stato effettuato per macrocategorie tematiche: andando a esemplificare, il primo capitolo si incentra sulle realtà elementari del viaggio nella vita (la casa, la donna, il conflitto con il padre, l'essere ragazzi nel presente) e su come questi elementi perenni diventano diversi e complessi in un nuovo tempo epocale. I costumi della nuova e perplessa società sono mutati per le continue guerre, che sono state il seme rivoluzionario della sua attuale configurazione, sempre in assestamento e in mutamento. La violenza permea i giovani e si lavora per il domani con «l'oscura coscienza» che il domani potrebbe non esistere, che il ciclo delle civiltà potrebbe «non avere memoria». Il tempo viene consumato, ucciso, dagli oggetti e dagli avvenimenti; e ci sarà un domani solo se si riuscirà a «saldare il cerchio tra mondo antico e mondo nuovo» e se «rivivrà ancora il passato nel presente».

La felicità è possedere qualcosa, anche un giocattolo dato dalla natura, quando si è infinitamente poveri; e la speranza, se nutrita, può superare «la malattia dell'odio», inoculato dalla dittatura e poi dalla vertigine della libertà, che però non ha avuto la forza di elaborare una nuova società. La dignità umana è stata deturpata e «l'odio fisico della persona umana», i delitti gratuiti, la perdita della solidarietà, la «paura per la paura», la perdita della fede in sé e negli altri sono le manifestazioni di una vigilia della fine. Bisogna lottare contro il male della Storia in un tempo brutale e frettoloso. L'uomo non è più uno scopo e un fine, ma uno strumento e un mezzo; e ha smarrito il senso dell'amore, identificandolo con l'essere amato e non con l'amare. La civiltà occidentale ha attuato una gigantesca fuga dal bisogno, dalla necessità; e la moda è divenuta una ricerca della bellezza come forma di protesta «contro la decadenza, la fine, il logorio, la morte», mentre l'arte astratta non è che un rispecchiare nei suoi «frantumi» e nei suoi colori una «vita frantumata».

Che senso ha allora, in questo mondo, la letteratura? Nel dopoguerra l'influsso clericale ha devitalizzato e orientato la cultura verso una sterile acutezza, rendendola coloniale verso altre culture, ma la letteratura italiana è anche l'unica che ― pur non essendo nazione dominante ― «per molti secoli poté partorire una cultura universale». Dalla profondità della crisi che attanaglia l'Europa ««può nascere un nuovo modo d'essere»» e la nostra letteratura può tornare a dare ai suoi lettori i tre gradi della fruizione. Il primo è l’evasione nell'eterna favola dell'immaginario che «si scrive da cinquemila anni», colorandosi del secolo e della nazione in cui viene prodotta; il secondo è la ricerca normativa di una vita fittizia «per ragguagliarla a sé stessi e farsene un modello»; e il terzo, quello dei capolavori, è la ricerca del segreto delle azioni umane. È indagare che cosa sia il vivere; e allora diviene viaggio, conoscenza, cultura nel senso più alto.

Il teatro è il prolungamento adulto dell'immaginario infantile, mentre le nuove arti, la fotografia e il cinema, hanno rivoluzionato il costume, unificandolo, attraverso la trasmissione delle immagini, statiche o sequenziali, ma dandoci solo l'ombra del reale e facendoci vivere di illusioni «in mezzo ai più vasti drammi della storia umana». Per Alvaro ― che pure è stato anche, e non poco, uno sceneggiatore cinematografico ― quello delle nuove arti meccaniche è un obiettivo che sterilizza la realtà, la falsifica, perché sembra dare un documento che tale non è: il cinema, soprattutto, rende immateriali gli aspetti della nostra vita ( anche le parole, nei film, rimangono pura emissione di voci) e propaga insensibilità agli orrori nella fugacità delle immagini, quasi sempre prive di catarsi emotiva.

Dalla fisiologia delle immagini Alvaro transita, nell'ottavo capitolo, al tema che gli è più caro: la questione meridionale (Siamo ricchi e poveri). La parte più misera della popolazione, oppressa dalla miseria e dalla malaria e dall'analfabetismo, aspira non alla libertà come diritto civile ma alla libertà dal bisogno avvilente e inumano. A questa dolorosa impellenza ha risposto in passato il tetro silenzio della sua classe dirigente: il ventennio fascista ha prodotto l’isolamento tra i singoli e l’incomunicabilità tra le generazioni. Non è stato senza conseguenze nel presente: altrettanto colpevole consevatorismo è venuto dai partiti politici, che non hanno saputo produrre «un’elaborazione nuova della società». E anzi, tra il 1944 e il ’47, sono stati concordi nell'eliminare molti uomini di una possibile nuova classe dirigente, quelli che ― come aveva scritto Giaime Pintor ― vivevano la cultura come emancipazione degli invisibili; e così sono andate disperse «molte forze di rinnovamento» e ne sono state allontanate «altre che avrebbero potuto diventarlo».

I successivi quattro capitoli hanno un respiro più arioso e spesso narrativo nel cogliere il mutamento dei costumi sociali nell’avvento della nuova era. E quanto la prosa giornalistica sia stata il seme di tante opere alvariane lo dimostra il secondo segmento di Il mammismo, che era apparso con il titolo Il dramma dell’elefante in «La Stampa» del 4 settembre 1948. Lo aveva scritto alla luce di uno spunto offertogli dalla cronaca minuta: un’elefantessa del giardino zoologico aveva tentato di uccidere il suo cuc­ciolo nato in catti­vità. E commentava: «anche al colmo della di­sperazione, il dramma antico non conosce il suicidio, come non lo conoscono, in genere, le belve. L'elefantessa non concepisce di uccidersi, ma capisce che il suo amore di madre sta nel sop­primere il suo nato per sottrarlo alla schiavitù». L’anno dopo, quando Tatiana Pavlova gli chiederà di scrivere una Medea, Alvaro sfrutterà questo episodio per dare un nuovo significato all’infanticidio perpetrato dalla madre, che uccide i figli per salvarli, con disperato amore, dall'odio omicida e razziale della folla impazzita che sta assaltando la sua casa.

Si parla poi di cavalli, del biologo Jean Rostand, di moda femminile e, a più riprese, del significato che il turismo di massa ha assunto nel dopoguerra. In ogni prosa Alvaro dissemina colpi di penna improvvisi e definitori, che coagulano tutta una dimensione (il paesaggio italiano è «il ventre d’oro della natura»). Ma l'accento torna a battere sulla condizione meridionale (Analfabeti): è senza dubbio il paragrafo più incisivo ed emozionale di tutto il volume. L'alfabetizzazione è «l'unico strumento di lotta di classe in una società economicamente oppressa», come metteva in atto l’apostolato di Umberto Zanotti Bianco nei paesi aspromontani più sperduti, superando remore e diffidenze; e Alvaro racconta con accenti indimenticabili una realtà che aveva vissuto da piccolo, quando pastori e contadini analfabeti convergevano di sera in una chiesetta diroccata dal terremoto per imparare. Così come dentro grotte e stalle anguste i bambini frequentavano la scuola in condizioni disumane: spesso nell’inesistenza dei banchi, a piedi nudi nel freddo, ma avendo percepito che lì si realizzava il loro «riscatto morale, sociale, civile».

È il «secolo della paura»: prima nella dittatura e poi nella «disperazione atomica». In Il nuovo giorno, che congiunge più ‘pezzi’ giornalistici, Alvaro delinea una sintesi della nuova civiltà occidentale (americanismo, tecnicismo, collettivismo, economicismo), in cui le «tremende armi moderne» hanno distrutto le idee ― un tempo sacre ed elaborate in duemila anni ― delle libertà e dei diritti civili. È un «secolo suicida»: può avere fine la «speranza nella posterità, nella discendenza, nella continuità dell'uomo». Si è pervasi da un nevrotico «dubbio sulla continuità del mondo»: «oscura, inconfessata, esiste soltanto la preoccupazione della sopravvivenza fisica» e «qualcosa è distrutto e per sempre». Sono note intense e sgorgano dall’incubo della guerra fredda, da una profonda disperazione della vita e dell’avvenire. Ma forse, nello sperpero della vita umana, l'ultimo giorno potrà essere anche «l'alba del nuovo giorno di una rinascita»; e «il legame con il passato» può preservare la fede e la speranza, come emblematicamente ribadisce la cifra autobiografica e memoriale degli ultimi tre brevi capitoli.

Se si prescinde dalle pur interessanti pagine sulla letteratura, sul teatro e sul cinema, Il nostro tempo e la speranza è costituito tutto dalla registrazione delle fenomenologie e delle patologie che i mutamenti epocali hanno prodotto nella nuova civiltà occidentale del dopoguerra. Con potenza di stile Alvaro smaschera il dilagare dell’egoismo e del consumismo, l’umiliazione e la violazione della personalità, l’avvilimento della paura che si perpetua, poiché ― fin quando continua ad essere possibile schiavizzare un individuo o un popolo ― «il fascismo non è finito». È la ‘poetica’ giornalistica di un attento testimone e scrutatore e interprete del costume contemporaneo. Attraverso elementi ‘indiziari’, con acume antropologico, lo scrittore racconta la modernità in tempi di sconvolgimenti, ricerca significati di resistenza vivendo tra crisi e novità confuse, nell’incupirsi del suo pessimismo sul futuro della civiltà.