Quando parliamo di comunicazione pensiamo quasi sempre a quella professionale: il modo in cui ci presentiamo, come gestiamo un cliente, una riunione, una crisi, un rapporto con gli stakeholder. In realtà, gran parte del nostro modo di comunicare si forma molto prima: nelle relazioni familiari, nelle amicizie, nei rapporti quotidiani. È lì che impariamo come reagire quando veniamo contraddetti, come chiedere qualcosa, come affrontare un conflitto, come esprimere un bisogno o, al contrario, come chiuderci e non parlarne. Sono comportamenti che poi ci portiamo dietro, anche quando cambiamo contesto.

Ho avuto modo di leggere e apprezzare un intervento della Dott.ssa Emanuela Virardi, psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, che mi ha particolarmente colpito perché, partendo da una situazione così quotidiana come le vacanze e i piccoli conflitti che possono nascere in famiglia, apre in realtà una riflessione molto più ampia sul modo in cui comunichiamo e sulle dinamiche che portiamo con noi anche nelle relazioni professionali.

Il punto che mi ha colpito è molto semplice: spesso non litighiamo per quello che sembra. La scelta del ristorante, il tempo da trascorrere in spiaggia, un programma cambiato all'ultimo momento possono diventare il pretesto per qualcosa che in realtà riguarda altro: il bisogno di sentirsi ascoltati, considerati, aiutati, oppure il bisogno di avere uno spazio personale. Questa dinamica è molto più vicina alla comunicazione professionale di quanto possa sembrare. Anche in azienda, in una squadra o nel rapporto con un cliente, molte discussioni apparentemente tecniche hanno spesso una componente relazionale: “Non mi hai coinvolto” può voler dire anche “non mi hai considerato”; “Non mi hai dato le informazioni” può significare “non mi hai messo nelle condizioni di lavorare bene”; “Decidete sempre tutto voi” può contenere una richiesta di riconoscimento e di partecipazione. Capire questo cambia il modo in cui affrontiamo una conversazione. È una delle differenze tra parlare e comunicare: nel primo caso rispondiamo alle parole che abbiamo davanti; nel secondo proviamo a capire anche cosa c'è dietro quelle parole.

C'è poi un altro passaggio dell'intervento della Dott.ssa Virardi che considero particolarmente utile: quello sul modo di formulare una frase. “Non mi aiuti mai” mette l'altro sulla difensiva; “Mi sento sovraccaricato e ho bisogno del tuo aiuto” racconta invece un bisogno e lascia aperta la possibilità di una risposta. Nel lavoro succede continuamente: “Il cliente non capisce” è molto diverso da “non siamo riusciti a spiegare bene il valore della nostra proposta”; “Il mio collaboratore non fa mai quello che gli chiedo” è diverso da “forse non gli ho dato indicazioni abbastanza chiare”. Non è soltanto una questione di buone maniere: cambiare il modo in cui formuliamo un problema significa anche cambiare la nostra posizione rispetto a quel problema.

E poi c'è il tema della pausa. Nelle discussioni, anche professionali, abbiamo spesso l'idea che fermarsi significhi perdere: dobbiamo rispondere subito, chiarire subito, replicare subito. Non è sempre così. Una mail scritta dopo una riunione andata male, una risposta data a caldo a un cliente, un commento sui social dopo una provocazione possono trasformare un problema piccolo in un problema molto più grande. A volte la comunicazione migliore è rimandare la risposta: non per evitare il problema, ma per affrontarlo quando siamo nelle condizioni giuste per farlo.

Anche il tema dello spazio personale, che nella riflessione riguarda la coppia e la famiglia, ha una sua applicazione evidente nel lavoro. Collaborare non significa essere sempre insieme. Un gruppo funziona anche quando alle persone viene lasciato uno spazio per pensare, decidere, assumersi responsabilità e, quando serve, anche dissentire. Forse è proprio nelle situazioni di maggiore pressione che si capisce davvero come comunica un'organizzazione: una crisi, un cambiamento, una scadenza importante o un conflitto fanno saltare molte delle abitudini quotidiane, ed è allora che emerge il modo reale con cui le persone stanno insieme: chi cerca subito un colpevole, chi si mette sulla difensiva, chi ascolta, chi prova a ricomporre, chi riesce a fare un passo indietro.

È per questo che trovo interessante guardare alla comunicazione familiare anche da una prospettiva professionale. Non perché siano la stessa cosa, naturalmente, ma perché alcuni meccanismi sono gli stessi. La persona che discute a casa è la stessa che il giorno dopo entra in una riunione. Quella che non sa chiedere aiuto, che vive ogni osservazione come un attacco o che ha bisogno di avere sempre l'ultima parola non lascia questi comportamenti sulla porta dell'ufficio. E forse una domanda utile, davanti a molti dei nostri problemi di comunicazione, è proprio questa: sto cercando di risolvere il problema oppure sto cercando di dimostrare che ho ragione? Sono due obiettivi molto diversi.

La riflessione della Dott.ssa Virardi parte dalla sdraio, dalla famiglia e dalle vacanze, ma arriva, secondo me, molto più lontano. Ci ricorda che comunicare bene non significa soltanto scegliere le parole giuste, ma soprattutto capire cosa sta succedendo nella relazione con l'altra persona. Ed è una competenza che serve tanto in famiglia quanto nella sala riunioni.

Dalla sdraio si vede tutto: perché in vacanza aumentano i litigi? Come gestirli? Basta osservare una spiaggia per qualche minuto per accorgersi che, insieme alle valigie, in vacanza portiamo anche le nostre dinamiche relazionali. Dalla sdraio si vedono coppie che ridono, famiglie che giocano, bambini che corrono, ma si osservano anche discussioni, musi lunghi, genitori esasperati e partner che sembrano non sopportarsi più dopo pochi giorni di ferie. La vacanza, che immaginiamo come una parentesi di benessere, può diventare invece un momento di particolare vulnerabilità per le relazioni. Perché? Perché cambia il ritmo della vita, la routine si trasforma, diminuiscono gli impegni esterni e aumenta il tempo trascorso insieme. E quando abbiamo meno possibilità di rifugiarci nella routine, ciò che durante l'anno riusciamo a tenere sullo sfondo può diventare più evidente.

Non litighiamo necessariamente per quello che sembra. “Dove andiamo a cena?”, “Quanto tempo restiamo in spiaggia?”, “Perché dobbiamo sempre fare quello che vuoi tu?” sembrano discussioni banali, ma spesso, dietro un conflitto apparentemente insignificante, ci sono bisogni molto più profondi: sentirsi considerati, avere spazio, ricevere collaborazione ma soprattutto sentirsi ascoltati. Il problema non è quindi sempre ciò che accade, ma il significato che attribuiamo a ciò che accade.

Un consiglio? Fermare l'escalation. Quando la discussione sale di tono, continuare a parlare non sempre aiuta. A volte la scelta più adulta è fermarsi: “Ne parliamo dopo, adesso siamo troppo arrabbiati.” Una pausa non significa evitare il problema, significa creare le condizioni per poterlo affrontare senza ferirsi.

È importante parlare del bisogno, non dell'accusa. “Non mi aiuti mai” può diventare “Mi sento sovraccaricato e ho bisogno del tuo aiuto”; “Non vuoi mai fare niente con me” può diventare “Mi piacerebbe avere un po' di tempo solo per noi.” Cambiare il modo di formulare una frase può cambiare completamente la risposta dell'altro.

Tenere presente sempre che stare insieme non significa fare tutto insieme. Anche in vacanza abbiamo bisogno di spazi personali: un'ora di lettura da soli, una passeggiata, un bagno in mare, un'attività diversa possono essere piccoli gesti di prevenzione del conflitto. Avere bisogno di spazio non significa amare meno; spesso significa semplicemente avere bisogno di ricaricarsi.

La vacanza perfetta non esiste, e le aspettative spesso possono essere un potente generatore di frustrazione. Pensiamo di dover essere felici perché siamo in vacanza, e proprio questa aspettativa può renderci ancora più irritabili quando qualcosa va storto. La vacanza reale non è quella dei social: è fatta di imprevisti, stanchezza, momenti bellissimi e qualche momento difficile.

E i bambini? Anche loro risentono del cambiamento di ritmo: orari diversi, sonno alterato, caldo, stimoli nuovi e maggiore permanenza con i genitori possono aumentare irritabilità e oppositività. In questi casi, più che chiedere continuamente ai bambini di “comportarsi bene”, può essere utile chiedersi: “Di cosa hanno bisogno in questo momento?”. E la stessa domanda, forse, dovremmo rivolgerla anche agli adulti.

Dalla sdraio, allora, possiamo imparare qualcosa. Osservare le altre famiglie può essere divertente, a volte persino rassicurante, ma la vera osservazione interessante è quella che facciamo su noi stessi: Come reagisco quando sono stanco? Come gestisco una delusione? So chiedere aiuto? So lasciare spazio all'altro? So fermarmi prima di dire qualcosa che ferirà?

La vacanza non mette necessariamente in crisi una relazione: può semplicemente mostrarci come funziona quando vengono meno le distrazioni della quotidianità. E forse questo è il suo valore più interessante, perché una buona vacanza non è quella in cui non si litiga mai, ma quella in cui, anche dopo un litigio, si riesce a tornare dalla stessa parte.

Vorrei ringraziare la Dott.ssa Emanuela Virardi per questo contributo e, più in generale, per il lavoro prezioso che porta avanti ogni giorno, soprattutto con i giovani. Perché alcune persone fanno il proprio lavoro; altre, attraverso quello che fanno, lasciano qualcosa agli altri. E credo che questo sia proprio il caso della Dott.ssa Virardi.

Buona comunicazione a tutti.