I tagli alla salute non sono indolore, ma si ripercuotono sulla vita dei cittadini. In senso letterale e non figurato. Nelle regioni sottoposte a Piano di rientro, la cosiddetta mortalità evitabile è cresciuta del 4 percento. Significa che laddove si procede alla contrazione indiscriminata della spesa sanitaria, ci sono vite umane che si perdono, sacrificate sull’altare del risparmio e della quadratura dei conti pubblici. Il dato emerge da uno studio condotto nell’ambito delle attività di ricerca condotte dal Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università della Calabria.

Cos’è la mortalità evitabile

Senza la medicina e quindi in assenza di servizi di prevenzione, diagnosi e cura della salute, ogni decesso sarebbe da imputare esclusivamente a fattori di carattere genetico, oppure sociale o ambientale. Nel mondo contemporaneo la medicina interviene su questi fattori per modificarne l’influenza applicando ogni rimedio possibile per scongiurare che un soggetto muoia nonostante la disponibilità di adeguati percorsi terapeutici. In sostanza sono ritenute morti evitabili quelle attribuibili ad una disfunzione di uno o più segmenti del sistema sanitario. La fascia d’età considerata è quella compresa tra zero e 75 anni. Alle statistiche relative alla mortalità evitabile si affiancano quelle dei ricoveri evitabili il cui indice misura la capacità del sistema sanitario di offrire servizi di prevenzione e cure primarie efficienti per ridurre il numero dei ricoveri ospedalieri.

Meno spese, più vittime

Questi numeri sono stati messi insieme e analizzati per il nostro network dal professore di scienze delle finanze dell’ateneo di Arcavacata Vincenzo Carrieri, direttore del centro studi interdipartimentale dell’Unical di società, salute e territorio. «L’applicazione delle restrizioni imposte dal Piano di rientro – ha affermato il docente – ha prodotto una sensibile riduzione della spesa in tutte le regioni sottoposte a questo vincolo. A fronte però di questi risparmi, l’analisi di una serie di indicatori tipici di quelle patologie che, se non trattate tempestivamente, portano alla morte, ha rivelato un incremento di decessi che un servizio sanitario efficiente e funzionante, avrebbe potuto evitare. Ad essere penalizzate sono soprattutto le regioni del Sud dove la contrazione dei posti letto ha raggiunto livelli allarmanti».

Equilibrio vizioso

In particolare, nel Mezzogiorno si contano appena 2,7 posti letto ogni mille abitanti tra ospedali pubblici ed aziende private accreditate. Nelle regioni del nord la disponibilità è pari a 3,3 posti letto ogni mille abitanti. Il maggiore fabbisogno non è legato a particolari esigenze di salute. «Le strutture del nord si sono attrezzate per fronteggiare la migrazione sanitaria proveniente dal sud del Paese. Questo processo non è legato solo all’applicazione del Piano di rientro ma viene osservato in generale da quando in Italia è stato avviato il processo di decentramento amministrativo. Al nord servono più posti letto per ospitare pazienti provenienti dal sud dove, al contrario, si riducono gli accessi. Lo svuotamento dei reparti porta alla progressiva chiusura delle strutture al sud ed incoraggia quindi a rivolgersi alle strutture del nord. Si determina così l’effetto del cosiddetto equilibrio vizioso, destinato ad autoalimentarsi se non intervengono misure correttive».

Tagliare sul superfluo

Contenere la spesa non influisce necessariamente sulla qualità delle cure: «In Toscana – informa Carrieri – la Regione ha operato una significativa azione di riduzione del disavanzo senza impattare in maniera negativa sulla qualità dei servizi sanitari. Attraverso una opportuna riforma della stazione appaltante, ha ridotto gli investimenti nei comparti tecnici e quindi negli ambiti della gestione amministrativa, dei servizi di pulizia, del servizio mensa. I tagli quindi, si possono operare in maniera mirata. Sono quelli indiscriminati a generare le distorsioni».

Pericoloso arretramento

Dal 2008, anno in cui la crisi economico-finanziaria è deflagrata anche in Europa, molti Paesi hanno scelto di ridurre lo stanziamento per l’erogazione dei servizi sanitari. L’Italia è quella che ha tagliato di più: «Oggi spendiamo in sanità circa il 6,5 percento del Pil. In passato la quota era del 10 percento. Un arretramento così marcato non si è registrato in nessun paese comparabile al nostro. Francia e Germania continuano a spendere circa il 12 percento del Pil. L’Italia in questa speciale classifica è stata superata da tempo anche da Gran Bretagna e Spagna».

Sono allarmanti i dati di una ricerca dell’Università della Calabria secondo cui nelle regioni sottoposte a piano di rientro sanitario vi è un aumento delle morti evitabili, legate cioè a patologie curabili se correttamente diagnosticate. Nella nostra regione si registra una crescita del 4 percento.