Al Citrigno presentata l’opera che riscrive la figura di Giuda: girato tra Cleto, Cosenza, Corigliano Rossano e Caccuri, il film ha visto la partecipazione di più di settanta tra attori e maestranze calabresi
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Cos’è che fa più paura: il Giuda che è in me o il Giuda che è in te? Sembra chiederlo agli spettatori l’Iscariota, nel suo monologo dolente, a volte disperato, a tratti quasi dolce, che racconta “Il Vangelo di Giuda”, il film diretto da Giulio Base presentato al cinema Citrigno di Cosenza.
Il regista e sceneggiatore scava nelle vene scure del personaggio reietto per destino, traditore sì, ma per una volontà superiore che spezza in due la legge del libero arbitrio per deroga divina, introducendolo con sonorità hard rock e titoli porpora.
Giuda è in fuga dal sangue che ancora stilla dalla fronte del Cristo; lui, l’uomo più uomo di tutti, fino all’ultimo istante ha atteso che qualcosa di straordinario accadesse, che il cielo si aprisse, che Dio parlasse, che Gesù scendesse dalla croce e mostrasse l’origine celeste in uno spettacolo angelico da lasciare senza fiato. Ma nulla di questo accade, nessun fulmine, nessun coro, nessun miracolo. Solo l’odore della morte e le lacrime di una madre. Deluso scappa veloce col peso addosso di avere ucciso qualcuno che credeva immortale e invece era solo un un uomo. Come lui.
Nel solco di una versione eretica dei Vangeli, quasi ucronistica, considerando la verità storica divulgata nei secoli, fonti gnostiche, ma anche letterarie (come Borges) e cinematografiche (come “L’ultima tentazione di Cristo” di Scorsese), si sono curate nel tempo di seminare i dubbi, cogliendone poi frutti diversi e per certi versi “scomodi”, perché distanti dalla corrente principale evangelica. Qui, in questo spazio temporalesco, avvolto dalle nubi scure della controcorrente, si fa posto l’opera di Base, coraggiosa anche per lo stilema scelto.
Il regista ha infatti scelto di ammutolire i personaggi per dare spazio pantagruelico alla sola voce narrante di Giuda (affidata all’ipnotico Giancarlo Giannini). L’esperimento, che ha quasi le corde del monologo teatrale, si declina al cinema tra i paesaggi brulli o lacustri di una Calabria travestita da antica Palestina.
Giuda è lo scomodo ospite principale che ora tutti devono ascoltare e si presenta con l’irruenza di chi a lungo è stato costretto al silenzio, dando la sua versione della storia. Ma nonostante sia il protagonista, resta uno spettro senza volto, avvolto da un mantello nero; come un lebbroso che si vergogni a mostrare le sue piaghe lui ha pudore a mostrare i suoi difetti, all’opposto del candido Cristo che lo illumina per contrasto e lo sceglie per compiere la storia.
Giuda lotta contro le sue debolezze, a volte vincendo e spesso soccombendo, gode del dolore di chi non conquista e arranca a piedi scalzi cercando amici che non vuole, in coda ai discepoli dipinti finalmente non come un gruppo baciato dalla luce divina a ogni passo, ma più realisticamente come una comitiva di erranti senza meta, dediti alla musica e anche ai piaceri umani, appagati dalla loro guida e sbandati quasi all’apparire.
Il racconto corsaro di Base, restituisce così una dimensione umana a Giuda, non apologetica, ma reale al punto che viene da affezionarsi a questo pover’uomo che odia talmente sé stesso da provare rabbia e sorpresa quando scopre un amore che crede di non meritare perché l’elevazione è cosa a lui impedita.
E la tenerezza, nei confronti di questo Giuda fragile e colto, che si convince di essere l’unico in grado di decodificare le parole del Cristo a differenza degli apostoli che considera zotici e triviali, è il sentimento che Base racconta di aver provato quando ha cominciato a scrivere il film. E con la stessa amara dolcezza, il regista ci immerge in una contro storia fatta di tanta umanità.
Girato tra Cleto, la Sila, Caccuri, Cosenza e Corigliano Rossano, il film, che vede il supporto della Calabria Film Commission ed è in sala in tutta Italia, ha strappato lunghi applausi in sala nella serata al Citrigno. Forte il cast internazionale scelto: da Rupert Everett, in grande spolvero nei panni di Caifa, a Paz Vega che è una perfetta Maria; poi Abel Ferrara, un Erode iconico, John Savage, Giuseppe, il padre che non fu; Darko Perić (Pietro), Tomasz Kot (Simone).
Ma sono tanti, tantissimi gli attori e le comparse calabresi che popolano il film, su tutti Vincenzo Galluzzo (Gesù) e Carmelo Giordano (l’aiuto di Caifa).
Settantuno tra attori e maestranze calabresi hanno lavorato all’opera incorniciata dalle musiche del compositore Checco Pallone. «Mi sono affidato – ha detto Base – e ho scoperto un grande amore per questa terra che spero sia reciproco».
Il regista ha voluto poi anche tributare un omaggio commosso ed emozionante alla sua casting manager, Francesca Marchese che ha anche una piccola parte nel film, prematuramente scomparsa lo scorso 19 marzo. «È straziante per me che lei non sia qui stasera – ha detto sul palco del Citrigno prima della proiezione -. Con la sua gioia, la sua professionalità mi ha sempre rassicurato e senza di lei questo film non sarebbe nato così. La mia riconoscenza verso Francesca sarà imperitura, eterna».


