Alla fine ha vinto il Monza. E sarebbe sbagliato non riconoscerne i meriti. I brianzoli tornano in Serie A dopo appena una stagione in cadetteria, centrando l’obiettivo per cui erano stati costruiti. Ma la finale playoff appena conclusa lascia anche una riflessione che va oltre il risultato e che riguarda il calcio italiano nel suo complesso.

Perché sul campo, nei 180 minuti, il Catanzaro non ha perso. Anzi. Il doppio confronto si è chiuso sul 2-2 complessivo: 2-0 Monza all’andata al “Ceravolo”, 2-0 Catanzaro al ritorno all’U-Power Stadium. Una perfetta parità risolta dal regolamento attraverso il miglior piazzamento ottenuto nella stagione regolare. Una norma prevista e conosciuta da tutti, certo. Ma che oggi appare sempre più difficile da conciliare con il principio sportivo e con la spettacolarità dell’evento. Perché se una finale playoff termina in equilibrio dopo 180 minuti, viene naturale chiedersi perché non debbano essere il campo e altri 30 minuti di gioco a decidere il verdetto. I tempi supplementari non cancellerebbero il valore della stagione regolare, ma garantirebbero a entrambe le squadre la possibilità di giocarsi fino in fondo il proprio destino. E offrirebbero ai tifosi e al calcio uno spettacolo più coerente con il significato stesso di una finale.

Forse è anche per questo che, al di là delle appartenenze, in tanti hanno guardato con simpatia al percorso del Catanzaro. Non per ostilità verso il Monza, ma per quella naturale attrazione che lo sport esercita verso chi parte da più lontano. Un po’ come accade quando Davide sfida Golia. Da una parte una società reduce dalla Serie A e costruita per tornare immediatamente nel massimo campionato. Dall’altra una città che attendeva quel traguardo da 43 anni, una squadra partita senza i favori del pronostico e arrivata a giocarsi tutto contro avversari più attrezzati.

Il Catanzaro ha eliminato il Palermo, ha saputo rialzarsi dopo il pesante 0-2 dell’andata e si è presentato a Monza con un solo obiettivo: vincere. E ha vinto davvero. Lo ha fatto dominando lunghi tratti della partita, segnando due gol e sfiorando un’impresa che sembrava impossibile. Alla squadra di Alberto Aquilani resta l’amarezza per una promozione sfuggita per regolamento. Ma resta soprattutto l’orgoglio di aver rappresentato qualcosa che nel calcio moderno si vede sempre meno: identità, coraggio, sostenibilità, valorizzazione dei giovani e senso di appartenenza. Per questo la sensazione finale è che il Catanzaro abbia perso la Serie A, ma abbia vinto qualcosa di altrettanto importante: il rispetto dell’intero movimento.

E forse il vero tema che lascia questa finale non riguarda chi è stato promosso, ma come vengono decise certe promozioni. Perché quando una finale termina in perfetta parità dopo 180 minuti, il calcio meriterebbe probabilmente un ultimo atto. Trenta minuti in più per stabilire sul campo chi merita davvero di salire. Per il Catanzaro ormai è tardi. Per il futuro, forse, è una riflessione che vale la pena aprire. La Serie A sarà del Monza. Gli applausi, però, sono tutti per il Catanzaro. E la sensazione è che a Monza non abbia perso soltanto una squadra: abbia perso anche un po’ quel calcio romantico che ancora riesce a emozionare.