A Pallone e Orsona i volti di chi continua a opporsi allo svuotamento delle aree interne radicandosi a una terra che appartiene loro da generazioni. Scelte di vita che diventano testimonianze di identità. Qui la montagna racconta ancora comunità vive
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Esistono sparuti grappoli di case aggrappati alle pendici del versante sud-ovest della Sila: prendono il nome di Pallone e Orsara. In questi avamposti interni, gli abitanti continuano a opporsi allo spopolamento, radicandosi a una terra che appartiene loro da generazioni.
La loro non è solo una scelta di vita, ma un atto di resistenza eroica. Sfidano a viso aperto le ferree logiche del liberismo, quel meccanismo che agisce come un magnete, risucchiando le anime dalle aree interne verso l'illusione della città. È un processo che svuota paesi interi, condannando all'oblio luoghi che per secoli hanno pullulato di vita, tradizioni e voci.
Ma a Pallone e Orsara il tempo sembra aver trovato un argine. Tra l'ombra fitta dei pini e i castagneti secolari, lo sguardo si apre improvvisamente su campi arati con cura certosina. Qui il paesaggio parla: parla attraverso i comignoli ancora fumanti che profumano l’aria di legna ardente; parla attraverso i panni stesi al vento, bandiere di una quotidianità che non si arrende. È il trionfo della resilienza di chi, nonostante tutto, sceglie di restare in queste terre di frontiera custode della propria storia.
Il viaggio verso Pallone
Per arrivare a Pallone devi percorrere strade di montagna che si arrampicano con pazienza sui fianchi della Sila. Disegnano curve ampie e dolci tornanti che ti fanno guadagnare quota lentamente, quasi a voler preparare lo spirito al paesaggio che cambia.
Una volta superata la soglia dei 1200 metri, è tempo di abbandonare la rassicurante fluidità delle strade statali. Bisogna infilarsi nelle interpoderali: strade d'asfalto rugoso, segnati dal tempo e intervallati da buche che sembrano voler mettere alla prova chiunque tenti di avvicinarsi. Io e il mio piccolo SUV rumeno, però, non temiamo questi percorsi; anzi, per noi sono le strade più belle, quelle che profumano di avventura e di terra vera.
Poi, la strada comincia a scendere bruscamente fino a quota 1000 metri, dove sorge l'abitato. Se alla Treccani volessero spiegare il concetto di "aree interne", basterebbe portare Pallone come esempio. Ne ha tutte le caratteristiche.
Appena arrivi, ti rendi conto che chi vive qui ha scelto una posizione magistrale. Pallone è un anfiteatro naturale baciato dal sole per gran parte della giornata, ma al contempo protetto da vette che lo avvolgono, donandogli un’atmosfera intima e sicura, quasi segreta. Da qui, altre stradine si diramano verso Orsara e la vicina Parenti, mentre la via che ho percorso io arriva da Bianchi, il mio paese natale, adagiato nella confinante valle del fiume Corace.

Francesca e Francesco: Volti della restanza
Francesca Garofalo è nata a Pallone, e anche se oggi vive con la sua famiglia a Parenti, rivendica con orgoglio le sue radici. La sua appartenenza è così viscerale che persino sui social ha scelto di chiamarsi francescagarofalopallone. È lei il mio gancio per la giornata di trekking che sto per condurre in veste di Guida Ambientale Escursionistica. Francesca è una forza della natura, impegnata su mille fronti: anima il territorio con la Pro Loco di Parenti, coltiva zafferano, pratica sport e ama l’escursionismo, il tutto mentre lavora come contabile a Colosimi. È una donna dai modi pacati, ma quando parla della sua terra, traspare una passione ardente. Crede profondamente nel concetto di "restanza" di Vito Teti, che cita spesso nei suoi discorsi.
L’appuntamento è alle 8:45 a Balzata, frazione di Rogliano. Nonostante mio padre, che mi accompagna, non sia del tutto convinto, decido di arrivarci percorrendo le strade interpoderali anziché le comode vie asfaltate. Da buona guida arrivo per primo e attendo Francesca, che giunge insieme al cognato e a due bambini già perfettamente equipaggiati da piccoli escursionisti. Alla spicciolata arrivano tutti gli altri e diamo inizio alla nostra camminata verso Destre Quintieri.
Con noi c’è anche Francesco Sacco, un giovanissimo agricoltore di Balzata. Il sentiero attraversa proprio la sua piantagione di mirtilli neri e lui, con una maturità sorprendente per i suoi venticinque anni, ci apre le porte del suo mondo. Ci parla dei frutti, della scelta di una produzione sostenibile, delle sfide della commercializzazione e delle fatiche quotidiane.
Ma è quando Francesco spiega le ragioni della sua scelta di restare che le sue parole colpiscono nel segno, emozionando tutti i presenti. Sostiene con forza che occorre supportare chi, come lui, mantiene vivi luoghi altrimenti destinati all'abbandono. Francesco è aggrappato con le unghie a quel pezzo di montagna; lui e la sua famiglia sono piccoli eroi che lottano contro i "titani" della modernità. Mentre tanti suoi coetanei cercano fortuna altrove, lui, classe 2000, indossa scarpe da lavoro, guida il trattore e mostra orgoglioso le mani callose: le mani forti di un vero agricoltore resistente.
Più avanti, ad attenderci, c’è Carmine. Se Balzata Monaci ha ancora un’anima, lo deve a lui: ne è il custode silenzioso e instancabile. Il borgo è una sottile striscia di case abbarbicate su un pianoro che si affaccia come un balcone naturale sull’alta valle del fiume Savuto.
Grazie alle cure di Carmine, questo posto appare come un piccolo Eden. Con lo sguardo pieno di memoria, ci racconta che un tempo quelle pietre ospitavano un convento di religiosi; a testimoniarlo resta la minuscola chiesa consacrata alla Madonna dell’Immacolata, un gioiello di devozione che sfida i secoli.
Mentre riprendiamo il cammino, un velo di malinconia accompagna i miei passi. Penso a Carmine e alla dedizione con cui accarezza questa terra. Spero con tutto il cuore che, quando lui non ci sarà più, qualcun altro scelga di dedicare il proprio tempo a curare questo luogo, proteggendolo dall’oblio e mantenendo accesa la fiammella di questa straordinaria bellezza.
Il Convivio a Destre Quintieri e la danza sotto Tramontana
La passeggiata prosegue e, verso l’ora di pranzo, raggiungiamo finalmente Destre Quintieri. È un luogo dove l'asfalto non ha mai trovato spazio: per arrivarci da Balzata bisogna imboccare una sterrata in salita che, in poco meno di due chilometri, ci conduce dai 760 agli 880 metri di altitudine. Un borgo dimenticato da molti, ma non da tutti. Gli abitanti di Pallone e Orsara, infatti, hanno organizzato un evento per far rivivere, almeno per un giorno, questo angolo di mondo.
Destre Quintieri è un manipolo di meno di dieci case, quasi tutte segnate dal tempo e dai crolli, una piccola chiesetta e un antico forno. Tra le rovine, spicca subito all’occhio la graziosa casa patronale, testimone di un passato più florido. Qui la corrente elettrica non arriva, ma è proprio qui che si conclude la nostra camminata e viene imbandita una tavola conviviale, carica di sapori autentici.
Si respira l'aria di una piccola comunità che si riunisce per festeggiare le proprie radici. Al mio arrivo, inizio a salutare i volti noti, tra cui Pino Scalzo e i suoi figli, abitanti storici di Pallone. Pino è un amico di famiglia e mi fermo volentieri a parlare con lui. Con la generosità di chi conosce ogni pietra, mi racconta aneddoti del luogo e mi descrive le antiche mulattiere che solcano la valle. Il suo sogno, quasi una missione, è quello di farle rivivere.
Pino è il prototipo dell’agricoltore di montagna. Insieme alla sua famiglia gestisce un’azienda che trasforma i frutti della loro terra e le eccellenze del sottobosco. È un’attività vibrante, che resiste a ogni avversità seguendo un’agricoltura rispettosa della natura e dei suoi cicli lenti. Loro non "forzano la mano" producono ciò che la terra offre, con una dignità d'altri tempi. Tutta la famiglia collabora al funzionamento dell'azienda, attirando collaboratori anche dai paesi vicini.
Mantenere la vita in un luogo così remoto è una sfida quotidiana. Eppure, queste persone lottano per vivere e lavorare esattamente dove sono nate. È una magia che si rinnova da generazioni e che, oggi, abbiamo avuto il privilegio di toccare con mano.
Mi congedo da Pino mentre la festa entra nel vivo. Ognuno ha portato qualcosa da condividere: è una vera sagra di sapori autoprodotti. Salsicce, soppressate e formaggi, nati da mani diverse, offrono un viaggio alla scoperta di piccoli segreti gastronomici. Ognuno ha portato anche il proprio vino fatto in casa e io mi diverto a saggiarne diversi tipi, ognuno con il suo carattere.
Una signora di Balzata mi consegna un enorme piatto di pasta, fagioli e pancetta, cucinata magistralmente; è così buona che non posso fare a meno di chiedere il bis. Mentre nell’aria sale l'invitante profumo della carne arrostita, esplode la musica. Chitarra Nicola Veltri, tamburello Marcello Garofalo e organetto Simone Perri intonano la base per la voce di Gabriele Domanico, marito di Francesca, che canta la “Strina” alla parentese.
Partono subito danze coreografiche. Se c’è una cosa che proprio non so fare è ballare: è servita tutta la costanza di Katiuscia Rizzo, arrivata da Scigliano, per trascinarmi in una sgraziata danza popolare. Per fortuna, il vino ha aiutato a celare il mio imbarazzo, trasformandolo in risate.
La festa prosegue fino a sera. Mentre il sole cala dietro le vette della Catena Costiera, molti iniziano a scendere verso casa. Si accendono allora i cippi di legno per illuminare la notte e riscaldare l’aria, improvvisamente sferzata da una tesa e fredda tramontana di primo maggio.
Il Ritorno e il senso della Lotta
Per me è tempo di salutare tutti, ringraziare e rimettermi sulla strada di casa. Porto con me la felicità della giornata trascorsa, ma anche un bagaglio di interrogativi. Tra un ballo e un bicchiere di vino, sono finito in una "rolla" di anziani agricoltori: parlavano delle cose del mondo con una sapienza e una consapevolezza disarmanti. Persone semplici, eppure portatrici di una cultura immensa, come Pietro, il papà di Francesca. Penso a loro mentre rientro in macchina. Penso a tutti quanti, a questo popolo caparbio che, andando controcorrente, mantiene il battito vitale di questi luoghi. Mi chiedo cosa ne sarà di Orsara e Pallone se un giorno non dovessero più esserci agricoltori resistenti come loro. Nella mia mente, le immagini della festa si intervallano a quelle delle case vuote, ormai assediate dai rovi, e per un attimo la tristezza prende il sopravvento. Ma oggi è un giorno di festa: scaccio i cattivi pensieri e riprendo a sorridere, ancora contaminato dalle belle vibrazioni della giornata.
Vale la pena lottare al fianco di persone così per ridare dignità alle aree interne. Per noi non è una questione politica di facciata, né una moda radical chic. Per noi è una questione di appartenenza viscerale a luoghi che hanno forgiato il nostro modo di essere.
In un momento in cui si fa un gran parlare di aree interne, di strategie partorite in stanze asettiche di città lontane — dove il territorio viene trattato in modo omogeneo, come se fosse tutto uguale — il miglior modo di far sentire la nostra voce rimane questo: tentare ostinatamente di esistere.

