Il peso della crisi si fa sentire nella vita quotidiana e alimenta un malessere sempre più diffuso. Servono interventi capaci di sostenere il tessuto produttivo e tutelare le fasce più fragili. La Regione annuncia di aver stanziato 15 milioni: ma sono una goccia nel mare dei rincari
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C’è vento di rivolta in Calabria. Un vento che arriva dalle campagne, attraversa le imprese, entra nelle case e racconta una verità che non possiamo più ignorare: la gente è stanca, le aziende sono in ginocchio, le famiglie non riescono più a sostenere il peso di una crisi che sembra non avere fine.
Gli agricoltori sono allo stremo. Dopo le emergenze climatiche, le alluvioni, la siccità e i danni alle produzioni, devono fare i conti con il caro carburante. Pagare quasi due euro per un litro di gasolio non può essere considerato una conquista. Soltanto un anno fa costava 70-80 centesimi in meno. E qualcuno dovrebbe spiegare come si possa continuare a lavorare, produrre e mantenere un’azienda agricola in queste condizioni.
Ieri pomeriggio con un reel il presidente Occhiuto ha annunciato un provvedimento che stanzia 15 milioni di euro contro il caro carburante. Bene.
Ma occorre ricordare che per la Cgia il caro carburanti costa ai calabresi circa 43 milioni di euro al mese in più.
43 milioni di euro in più al mese! Una cifra mostruosa. Quindi 15 milioni sono una goccia in un mare di rincari. Si poteva fare di più? Si doveva fare prima? Certamente.
Ma occorre capire cosa prevede il provvedimento e vedere come la Regione intende spendere questi soldi prima di dare un giudizio definitivo.
Ma la protesta non è soltanto economica. È una rivolta di dolore, di rabbia, di delusione. È la disperazione di chi vede svanire il proprio lavoro e non intravede alcuna prospettiva.
Le guerre, le tensioni internazionali, le scelte dei grandi protagonisti della politica mondiale continuano a produrre conseguenze devastanti anche sulle nostre comunità. Dall’aggressione russa all’Ucraina alla tragedia di Gaza, fino alle tensioni in Medio Oriente, il mondo sembra incapace di trovare una via d’uscita. E a pagare il prezzo più alto sono sempre i cittadini, le famiglie, le imprese.
La Calabria, però, non può permettersi un’altra crisi. È una terra già fragile, con troppe aziende in difficoltà, salari bassi, servizi insufficienti e migliaia di giovani che continuano a partire.
Non possiamo raccontare ai calabresi che tutto va bene, che l’economia cresce, che siamo sulla strada giusta. Non possiamo farlo davanti a famiglie che faticano persino a fare la spesa. Davanti a imprenditori che non sanno come pagare le bollette. Davanti ad agricoltori che rischiano di perdere tutto.
E poi ci sono i Comuni. Scuole, trasporti, riscaldamenti, servizi essenziali: costi energetici fuori controllo rischiano di travolgere bilanci già insufficienti. Anche le amministrazioni locali potrebbero trovarsi nell’impossibilità di garantire prestazioni fondamentali.
Il rischio è una tensione sociale sempre più forte. E sarebbe irresponsabile sottovalutarla. Ma è anche un errore dire che ci sono infiltrazioni malavitose, perché si rischia di incendiare le piazze. Se infiltrazioni ci sono, vanno individuate e colpite, ma la protesta nasce dalla disperazione, non da altro.
Il vento della protesta soffia in tutta Europa. La Francia, terra delle grandi mobilitazioni popolari, conosce bene il linguaggio della piazza. Ma oggi il malessere attraversa generazioni diverse: lavoratori, agricoltori, studenti, famiglie, giovani senza futuro. È la rabbia di chi sente che il proprio sacrificio non basta più a garantire una vita dignitosa.
Il governo, le istituzioni, devono ascoltare. E soprattutto devono intervenire. Servono misure concrete, immediate, incisive. Non dichiarazioni rassicuranti, non promesse, non celebrazioni di una crescita che tanti cittadini non riescono a percepire nella propria vita quotidiana.
Perché quando un agricoltore protesta, quando un’impresa chiude, quando una famiglia rinuncia a qualcosa di essenziale, non siamo davanti a episodi isolati. Siamo davanti a segnali di un disagio che può diventare esplosivo.
Ci auguriamo che le guerre finiscano, che si riaprano finalmente le strade della diplomazia e della pace. Ma nel frattempo non possiamo aspettare passivamente che il mondo cambi.
Una regione già povera non può permettersi di diventare ancora più povera. Una terra già ferita non può essere lasciata sola davanti a una nuova emergenza.
Il vento della rivolta è arrivato anche in Calabria. Sarebbe un errore gravissimo non sentirlo.



