Il carboncino di Picasso gratta sulla carta, rapido, nervoso. Parigi, 1949. Lui guarda lei, Rita Pisano, la “pasionaria” di Pedace, e ci vede dentro un’arcaicità che brucia. Non è solo un volto ma è una terra intera che ha deciso di smettere di abbassare lo sguardo. Quel ritratto, “La jeune fille de Calabre”, non è estetica. È un avvertimento. Ho passato molto tempo a scartabellare libri e archivi che puzzano di umido e di rabbia repressa, convinto che l'8 marzo in Calabria non possa essere quella messinscena di mimose stantie e cene fuori a prezzo fisso. L’8 marzo è un’altra cosa. È il rumore delle ossa che si spezzano e della dignità che si ricompone.

Polvere. Grida. Il ventre di Giuditta Levato squarciato nel 1946. A Calabricata non si scherzava con il latifondo. Giuditta non era una teorica del diritto agrario. Era carne, sangue e sudore che reclamava il diritto di non morire di fame. Una contadina colpita a morte perché la terra, in questa punta dello stivale, è sempre stata una questione di vita o di estinzione. E mentre Roma discuteva di nuovi assetti, tra le colline del catanzarese una donna diventava il primo sasso scagliato contro un sistema che masticava i poveri per sputarne i resti. Dicono che siamo la periferia del mondo. Cazzate.

Basta guardare Concetta Pontorieri, che nel 1921, quando i medici erano ancora convinti che l'utero fosse una specie di zavorra per l'intelletto, si infilava la corona d'alloro in Medicina. La prima in Calabria. Immaginatevela, tra i corridoi dell'università, con quegli occhi che dovevano pesare come macigni su colleghi che la guardavano come un'aliena. Non era una “conquista sociale” da manuale di sociologia, ma era una testata contro un muro di gomma.
La stessa testata che, qualche decennio dopo, Caterina Tufarelli Muir avrebbe dato al potere locale diventando la prima sindaca d'Italia a San Sosti. Nel '46, mentre l'Italia intera provava a capire come si maneggiasse una scheda elettorale senza sporcarla di vergogna monarchica, Caterina prendeva le redini di un comune. Senza chiedere permesso. Senza i “gentili riguardi” che oggi la politica riserva alle quote rosa come se fossero una specie protetta dal WWF.

C'è un filo rosso, sporco di grasso e di inchiostro, che lega queste donne alla Resistenza. Teresa Talotta Gullace. Se chiudete gli occhi, vedete Anna Magnani che urla in “Roma città aperta”. Ma la voce originale, quella che si è spenta sotto il piombo nazista nel '44 per un pezzo di pane lanciato a un marito prigioniero, arrivava da Cittanova. Un’ostinazione calabrese trapiantata tra i sampietrini romani. Un gesto che non ha nulla di eroico nel senso plastico del termine, ma è l'istinto animale della protezione che si fa politica universale.

Poi, il silenzio. Quello delle aule di Crotone, venticinque secoli fa. Teano, la moglie (o figlia, qui le fonti si accapigliano come vicine di casa) di Pitagora. Mentre il mondo fuori pensava che le donne servissero solo a tessere la lana e a tacere, lei governava i numeri e le anime della grande scuola pitagorica. Una continuità intellettuale che oggi, se abbiamo il coraggio di alzare lo sguardo dai nostri smartphone, ritroviamo, per esempio, in Sandra Savaglio. Una che ha guardato le stelle da Cosenza, ha conquistato la copertina di “Time” fuggendo negli States e poi, con una mossa che ha del folle e del sublime, è tornata. È tornata nella nostra Università della Calabria per insegnare che il genio non ha bisogno di passaporti, ma di radici che sappiano bere l'acqua amara di questa regione, di questa terra.

Ma non illudiamoci. Non c’è solo la gloria. C’è anche il fango. C'è Lea Garofalo. Non riesco a scrivere il suo nome senza sentire un sapore amaro in bocca. Lea è la negazione dell'omertà intesa come destino biologico. Ha guardato in faccia il mostro, quello che aveva i lineamenti di chi avrebbe dovuto amarla, e gli ha sputato addosso la verità. La sua fine, quella cenere dispersa, è il punto più basso e allo stesso tempo più alto della storia recente. Non è una “vittima della mafia” (detesto queste etichette da lapide ministeriale). È una donna che ha deciso di rompere il codice genetico del potere criminale. Una rivoluzionaria solitaria che ha pesato più di un intero reggimento di carabinieri. Eppure, continuiamo a raccontare la Calabria come il luogo del "non si può fare".

Guardate Adele Cambria. Reggina, giornalista, penna che tagliava come un rasoio. Ha fondato il femminismo italiano non stando chiusa in una ztl di Roma o Milano, ma portandosi dietro l'inquietudine di chi sa che la libertà è un muscolo che va allenato ogni giorno. 

O Jole Giugni Lattari, che nel '63 entrava in Parlamento portando una cultura che non chiedeva sconti. Erano donne che non avevano bisogno di “visioni” o “missioni”. Avevano la necessità fisica di esistere in uno spazio che non fosse una cucina o un confessionale.

Ho visto foto di Rita Pisano che sorride a Picasso. In quel sorriso c’è tutta la spocchia di chi sa di essere più forte del pennello che la sta ritraendo. C'è l'orgoglio di una sindaca che si faceva espellere dal partito perché non accettava ordini da nessuno, men che meno dai burocrati col sigaro in bocca che pensavano di poter gestire la Sila da una scrivania di via delle Botteghe Oscure.

L’8 marzo in Calabria dovrebbe essere il giorno della memoria corta che si riallunga. Dovremmo smetterla di stupirci se una donna comanda, se una donna scopre una galassia o se una donna decide di morire pur di non essere complice. La Calabria è femmina non per qualche stramba teoria mitologica, ma perché sono state le donne a tenerla in piedi quando gli uomini partivano con la valigia di cartone o si perdevano nei labirinti di una violenza inutile.

Ora, uscendo da questo archivio che mi ha prosciugato, mi chiedo quante altre Giuditta Levato stiano lottando oggi, senza telecamere, contro i nuovi padroni di questa terra. Quante ragazze, nei laboratori dell'Unical o nelle redazioni di provincia, stiano affilando le unghie per graffiare il presente. Non mi servono conclusioni rassicuranti. Non ne abbiamo bisogno. Abbiamo solo bisogno di sapere che questo fuoco, che parte da Teano e arriva a Lea, non è un caso clinico della storia. È la nostra unica, vera riserva di energia. Resta solo da capire se saremo capaci di non bruciarci di nuovo, o se continueremo a preferire il profumo innocuo di un fiore reciso alla puzza benefica della rivolta.

*Documentarista Unical