C'è un momento, durante i riti della Pasqua calabrese, in cui il tempo si ferma, il venerdì Santo, il giorno della Passione di Cristo. A Nocera Terinese i Vattienti si flagellano fino al sangue, in un gesto che non è folclore né penitenza privata, ma rito collettivo, antico, necessario. Ad Amantea o Cassano le varette avanzano portate a spalla con una solennità che non ha bisogno di spiegazioni. In decine di altri borghi della Calabria il Venerdì Santo non è una ricorrenza: è una condizione dell'anima. Vale la pena soffermarsi sulla parola che anima questo giorno: Passione. Contiene qualcosa che va ben oltre il calendario liturgico. Contiene, forse, la chiave per leggere questa terra, noi stessi. E per immaginarla diversa.

Il doppio senso di una parola

Il greco antico non separava ciò che noi moderni tendiamo a dividere. Pathos, radice di Passione, era al tempo stesso sofferenza e desiderio intenso, dolore viscerale e amore totalizzante. I greci sapevano che non si può davvero desiderare qualcosa senza essere disposti a pagarne il prezzo. Che l'eros e il dolore condividono la stessa sorgente.

La tradizione cristiana ha poi costruito su questo fondamento l'architettura teologica più potente mai concepita: la Passione come sofferenza consapevole, non subita ma attraversata, che non è fine a se stessa ma condizione necessaria della resurrezione. Cristo non muore e basta. Muore per rinascere. E quella sequenza: Venerdì, Sabato, Domenica, non è solo un evento storico o spirituale. È un modello universale di trasformazione.

I riti calabresi lo sanno in modo innato, meglio di qualsiasi trattato di teologia. Il corpo che si flagella a Nocera, le statue che camminano tra la gente, il lutto collettivo che precede e rende possibile la gioia di Pasqua: tutto questo dice una cosa sola. Che non si può saltare il Venerdì Santo. Che per la resurrezione non c’è una scorciatoia. Che la sofferenza, quando è consapevole e condivisa, ha una direzione.

Il problema è che la Calabria conosce benissimo il Venerdì, ma stenta o non riesce ad immaginare ancora di arrivare alla Domenica.

Una terra che vive il suo Sabato Santo (perenne…)

Proviamo a dirlo senza retorica vittimista, perché questa non è una lamentela. È un'analisi.
La Calabria ha sofferto con una cadenza storica impressionante. La migrazione silenziosa che porta via ogni anno migliaia di giovani. Lo spopolamento dei borghi. La marginalizzazione infrastrutturale, il divario di servizi, la narrazione nazionale che riduce questa terra a problema irrisolvibile o a cartolina di bellezza inerte.

Tutto questo è reale. Ma non è la nostra storia, almeno non tutta.

Perché accanto al dolore, la Calabria ha sempre prodotto passione nell'altro senso: talento, creatività, attaccamento viscerale alla propria terra. Ha generato figure che hanno illuminato il mondo. Ha coltivato comunità tenaci, cooperative, movimenti civici di straordinaria vitalità. Il nodo irrisolto è che questa sofferenza non è mai diventata forza propulsiva. La Passione è rimasta intensa ma circolare, rituale ma non generativa.

Siamo nel Sabato Santo. Nel giorno di mezzo, quello del silenzio e del potenziale ancora chiuso nel sepolcro. Da troppi anni nel silenzio di una politica che non riesce, o non vuole, immaginare cosa ci sia oltre quella pietra.

La geografia non mente e l'Italia farebbe bene ad ascoltarla

Eppure c'è qualcosa che nessuna narrazione vittimistica o “dell’eccellenze” riesce a cambiare. Qualcosa di molto concreto, di molto antico: la posizione geografica.

La Calabria è la punta di lancia dell'Europa nel Mediterraneo. Fisicamente. È il punto dove l'Europa finisce e il Mare Nostrum si stringe, dove le rotte tra Nord Africa ed Europa si incrociano da sempre. Un peso che né Roma né Bruxelles possono continuare a ignorare.

L'Italia ha costruito nei decenni una presenza riconoscibile sull'altra sponda: accordi energetici, cooperazione istituzionale, relazioni culturali stratificate. Non siamo percepiti come potenza coloniale e questa non è cosa di secondaria importanza. Siamo interlocutori affidabili, un paese che dialoga con la logica della partnership. È un capitale di fiducia che vale miliardi, anche se raramente viene contabilizzato.

Su questo capitale si innesta il Piano Mattei per l'Africa: infrastrutture, formazione e tecnologia in cambio di energia, materie prime e sicurezza delle rotte. I paesi del Nord Africa sono e saranno fornitori essenziali di gas per l'Europa. I gasdotti, i terminali di rigassificazione, i cavi sottomarini che portano dati e corrente passano fisicamente davanti alle coste calabresi. La Calabria potrebbe essere consapevolmente l'ombelico energetico d'Europa, se qualcuno iniziasse a trattarla come tale.

Ma l'energia è solo uno dei flussi. L'Africa che cresce chiede anche accesso alla tecnologia, alla digitalizzazione, alle competenze per costruire economie resilienti. E l'Italia ha qualcosa che le grandi potenze non sanno offrire: prossimità culturale, flessibilità, fiducia guadagnata sul campo.

La Calabria potrebbe essere non solo il punto di passaggio di questi flussi, ma il loro luogo di elaborazione e governo.

Una proposta che l'Europa dovrebbe fare propria

Se tutto questo è vero: e i dati, le mappe e la storia dicono che lo è; allora è legittimo porre una domanda che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata visionaria e oggi appare invece semplicemente logica: perché l'Unione Europea non ha ancora una sua presenza istituzionale permanente, una sua agenzia o struttura dedicata al Mediterraneo allargato, localizzata nella sua punta più avanzata verso le coste africane?

Non a Roma, non a Bruxelles, non a Palermo. In Calabria.

Una sede che non sia simbolica ma operativa: un hub per la cooperazione tecnica e digitale con i Paesi dell'altra sponda, un centro di coordinamento per la sicurezza delle infrastrutture energetiche sottomarine, un laboratorio per i programmi di trasferimento tecnologico e formazione che il Piano Mattei e i futuri accordi euro-africani richiederanno. Un luogo in cui la vicinanza geografica alle coste tunisine, libiche e algerine smette di essere un dato neutro e diventa vantaggio competitivo certificato.

L'Italia ha la storia, le relazioni e la credibilità per avanzare questa proposta in sede europea. La Calabria ha la posizione, il paesaggio umano e il potenziale (ancora largamente inespresso) per accoglierla e farne un motore di rinascita reale, non assistita, non retorica. Esperienze già radicate sul territorio, come quella di Harmonic Innovation Group, dimostrano che il capitale umano e progettuale per costruire questo hub esiste. Manca l'infrastruttura istituzionale e sociale che lo amplifichi. Infine, ci vuole, naturalmente, una classe dirigente capace di immaginare, una narrazione che smetta di accampare scusa per l’essere periferia e inizi a rivendicare di essere centrale. Ci vuole, soprattutto, quella parola: passione.

Dopo la Passione, la Domenica

La resurrezione non viene da sola. Non basta aspettare che l'Italia si accorga del Mediterraneo o che l'Europa disegni la sua strategia africana. Il Sabato Santo è il giorno della consapevolezza, non dell'inerzia.

La Magna Grecia non era un'utopia. Era una realtà geografica costruita da uomini e donne che amavano talmente quella terra da scommetterci tutto la propria vita, i propri commerci, la propria intelligenza. Pitagora non scelse Kroton come rifugio: la scelse come palcoscenico. Sibari non era ricca per caso: era ricca perché qualcuno aveva capito dove si trovava e cosa significava starci.

Quella centralità non è scomparsa. È stata oscurata, prima dalla storia, poi dalla politica, poi dalla narrazione. Ma la geografia non mente e non si cancella, ce lo mostra Hormuz, 25km in cui la geografia paralizza e rende inerte l’esercito più potente del mondo.

La parola chiave, per ogni calabrese, non è orgoglio o eccellenza. Non è rassegnazione travestita da realismo. È Passione quella che tiene insieme il patire e il desiderare, la carne dei Vattienti e la mente di chi costruisce. Quella che si consuma nei riti del Venerdì Santo e produce la gioia del mattino di Pasqua.

La Calabria ha già vissuto troppi Venerdì. Il mondo, intorno a noi, sta cambiando più velocemente di quanto le nostre istituzioni siano pronte a riconoscere.

È tempo di meritarsi la Domenica, lasciando spazio alla visione e alla meraviglia.

Questo articolo è dedicato a chi, in Calabria e nel Mediterraneo, sta già lavorando per costruire la Domenica. Buona Pasqua.

*esperto di comunicazione politica