La guerra in Medio Oriente e la chiusura di fatto dello strategico Stretto di Hormuz stanno iniziando a farsi sentire anche nei cieli europei. La dipendenza dell’Europa dai flussi di petrolio e prodotti raffinati provenienti dal Golfo Persico — che normalmente soddisfano una quota significativa del fabbisogno di jet fuel del continente — ha esposto la catena di approvvigionamento a vulnerabilità concrete.

In Italia, le prime restrizioni nella distribuzione di carburante per l’aviazione sono già state avviate. Air BP Italia ha emesso Notam — avvisi ufficiali per le compagnie — che segnalano una disponibilità limitata di jet fuel in alcuni scali del nord del Paese, tra cui Bologna, Milano Linate, Treviso e Venezia, fino almeno al 9 aprile.

I rischi sono anche di prospettiva e così c’è già un primo elenco delle tratte meno sicure se la crisi dovesse peggiorare. Si tratta di quelle a basso traffico, comprese isole minori del Mediterraneo, scali secondari in Grecia, Spagna e Croazia e alcune destinazioni nel Sud Italia. Il discorso coinvolge, secondo quanto riporta il Messaggero, anche gli aeroporti calabresi: tra i voli in bilico per il futuro ci sono Genova-Lamezia Terme e Torino-Reggio Calabria, oltre a Pisa-Comiso e Verona-Trapani. Si tratta di servizi che rischiano di subire riduzioni o cancellazioni principalmente per motivi economici legati all’aumento del costo del carburante, non per scarsità di forniture. Al contrario le tratte verso l’Asia sono più vulnerabili e già subiscono limitazioni reali di approvvigionamento di cherosene dal Golfo Persico.

Le limitazioni prevedono una distribuzione contingentata del carburante, con priorità garantita ai voli sanitari, di Stato e a quelli di lunga percorrenza, mentre per le rotte più brevi si applicano tetti di rifornimento specifici. Questo è uno dei primi segnali concreti che la crisi energetica legata alla guerra in Medio Oriente sta iniziando a incidere concretamente sulle operazioni aeroportuali in Europa.

Le compagnie aeree sono già in allerta. Secondo recenti dichiarazioni di vertici come il Ceo di Ryanair, Michael O’Leary, i timori di interruzioni delle forniture di carburante potrebbero concretizzarsi tra maggio e giugno se il conflitto non si attenua e lo Stretto di Hormuz rimane effettivamente impraticabile. Al di là delle disponibilità nel breve periodo, la vera preoccupazione riguarda la stagione estiva e i piccoli aeroporti meno attrezzati per fare scorte o ricevere rifornimenti alternativi.

Per molti scali minori, che già operano con margini di carburante più risicati rispetto ai grandi hub, qualsiasi prolungata carenza di cherosene può tradursi in tagli di voli, riduzioni di frequenze e cancellazioni, con un impatto significativo sui collegamenti regionali e sul turismo locale. Il rischio cresce soprattutto se la guerra si trascina a lungo e i prezzi del petrolio — già fortemente aumentati — restano elevati.

Finora le limitazioni italiane non parlano ufficialmente di “carenza” legata al conflitto, ma la tempistica e il contesto internazionale indicano chiaramente che le ripercussioni della crisi energetica hanno iniziato ad abbattersi sul sistema di distribuzione del jet fuel.

Le istituzioni e il settore dell’aviazione monitorano la situazione, mentre si valutano possibili strategie di attutimento dell’impatto, inclusi accordi con fornitori alternativi e misure per contenere i consumi nei mesi critici. Ma l’allarme lanciato dagli operatori fa capire che, se la guerra in Medio Oriente continua, i piccoli scali aeroportuali potrebbero essere tra i primi a subire riduzioni di servizi e voli a causa della scarsità di carburante.