Dalla telefonata al 911 che accende l’indagine di Palm Beach all’arresto a Teterboro, fino alla morte in carcere e ai file che continuano a inquietare governi e monarchie: l’epilogo del sistema Epstein e delle sue protezioni. Fino ad ora
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Palm Beach, marzo 2005. Una donna chiama il 911.
«Voglio denunciare un abuso su una ragazzina». Dall’altra parte della linea, l’agente di turno si mette in ascolto. La donna racconta che la figliastra minorenne era tornata a casa, poche ore prima, con 300 dollari in tasca. Una sua amica l’aveva convinta a seguirla in una villa famosa, «dove abita un uomo molto ricco», promettendole un lavoro semplice. Un «massaggio», così le aveva detto, ben pagato e senza complicazioni. Ma quell’uomo l’aveva invece toccata e molestata. Poi le aveva messo il denaro in mano.
La mattina seguente la donna si presenta al Palm Beach Police Department e ripete tutto, senza cambiare una virgola. Gli agenti mettono a verbale la denuncia e passano le carte al capo della Polizia di Palm Beach Michael Reiter. Gli elementi per un’indagine ci sono tutti: denaro in cambio di prestazioni sessuali, un meccanismo di adescamento, un indirizzo preciso. Una villa. La casa di Jeffrey Epstein.
La piramide di Epstein
Alla Centrale, a quel punto, c’è da prendere una decisione. Epstein è un uomo tra i più ricchi e potenti della Florida, forse d’America, con amicizie altolocate e un impero in denaro da far tremare i polsi. Reiter, affida il fascicolo al detective Joe Recarey, uno di quelli con la pelle dura.
Recarey si mette al lavoro e si concentra subito sul metodo di «reclutamento» che, settimana dopo settimana, prende la forma di un sistema criminale capillare di proporzioni inimmaginabili. Le ragazzine adescate, tutte minorenni, venivano avvicinate all’uscita di scuola o per strada, non da sconosciuti o brutti ceffi, ma da amiche di cui si fidavano che promettevano soldi facili. Le vittime arrivavano tutte da quartieri malfamati e difficili. La maggior parte di loro aveva un genitore morto, alcolista o dietro le sbarre e una storia fatta di violenze e privazioni. Dopo un primo “massaggio speciale”, venivano invitate a tornare spontaneamente in casa Epstein con la promessa di molti altri quattrini se avessero accettato di fare da reclutatrici. Era questo il nucleo del “sistema Epstein”.
Gli agenti vogliono vederci chiaro, si appostano nei dintorni della villa e notano subito movimenti sospetti di adolescenti che entrano ed escono di continuo dal cancello; vengono passati al setaccio anche i rifiuti della casa, e salta fuori, tra il pattume, persino una pagella scolastica. Ma serve ancora la prova regina che convinca il giudice a firmare un mandato.
La trappola al miele
Il detective Recarey chiede alla matrigna della prima vittima che aveva avuto il coraggio di denunciare, aiuto per mettere in piedi una trappola. La donna acconsente e la figliastra diventa un’esca. La ragazza chiama la reclutatrice, le dice che vorrebbe tornare e collaborare, la lascia parlare. Tutto viene registrato e acquisito agli atti.
I due ganci più fidati di cui si serviva Epstein per adescare le sue vittime, ora hanno un nome e un cognome: Sarah Kellen e Haley Robson, una volta vittime e ora carnefici. Ma sopra di loro, al vertice di quel sistema spaventoso, c’era lei: Ghislaine Maxwell, la gran maitresse.
Epstein era rituale nelle sue abitudini: le ragazze venivano fatte entrare dall’ingresso laterale come da ordine di Maxwell, passavano dalla cucina e salivano, da una scala a chiocciola, al piano superiore. Epstein le attendeva già parzialmente nudo e supino. Chiedeva alle ragazze di cominciare il massaggio, poi le costringeva a spogliarsi e abusava di loro. Infine le pagava dai 200 ai 300 dollari.
La talpa di Epstein
In poche settimane il fascicolo di Recarey diventa un faldone. Le testimonianze cominciano a moltiplicarsi, il personale di Epstein, interrogato, fa muro. Tanti hanno paura, non se la sentono di dire cosa succede in quella casa, ma fanno intendere che “qualcosa” succede. La polizia, finalmente, ottiene un mandato e fa irruzione in casa Epstein.
Tutto corrisponde alle descrizione delle ragazze: i quadri di nudi alle pareti, la scala a chiocciola, la cucina, il lettino per i massaggi. Ma qualcuno ha avvertito il miliardario per tempo. Dei computer non c’è traccia, restano solo cavi staccati che penzolano, segno della fretta con cui era stato fatto sparire tutto. Ma questo non basta a Epstein per evitare l’incriminazione. Troppe vittime hanno parlato.
Il miliardario attiva tutte le sue protezioni e riesce a evitare il processo federale con una mossa sorprendente. Si dichiara colpevole per i reati legati alla prostituzione e all’adescamento di minore, sconta circa 13 mesi con un regime di semi-libertà e viene registrato come aggressore sessuale. Caso chiuso.
La sua detenzione è di lusso: stanza privata, televisore, menù ad hoc. Il procuratore Acosta gli aveva concesso un accordo senza precedenti: lieve pena detentiva e un Non-Prosecution Agreement (NPA) che impediva un procedimento federale in Florida in futuro per lui e le sue collaboratrici. Quando Epstein finisce di scontare la pena, si dichiara un perseguitato e continua la sua vita come se niente fosse. Intanto i nomi delle vittime vengono resi pubblici e per loro comincia un altro incubo.
«Era prostituzione, non molestie. Erano ragazze che facevano massaggi. Si trattava di 100 dollari per un massaggio. Ho pagato il mio debito con la giustizia».
Jeffrey Epstein
Nel 1998 Jeffrey Epstein acquista l’isola Little Saint James per circa 7,95 milioni di dollari, un paradiso di circa 72 acri, affondato nel blu profondo delle Isole Vergini Americane, a pochi minuti di barca da St. Thomas.
Nel 2016 compra, in modo molto più discreto, anche l’isola vicina, la Great Saint James, per circa 18 milioni di dollari. Quelle due oasi naturali divennero un inferno per le ragazze e ragazzine portate lì a subire abusi. Tra loro c’era anche Virginia Giuffre, che all’epoca era solo Virginia Roberts.
Chi ha paura di Virginia Roberts?
La vita di Virginia era stata un incubo quasi dall’inizio. La sua famiglia si trasferì in Florida quando lei aveva appena quattro anni e lei crebbe tra il degrado e le violenze. Da bambina fu stuprata; appena adolescente scappò di casa, poi tornò, cercò di raddrizzare una vita che sembrava nata sotto una cattiva stella e, a 16 anni, trovò impiego come assistente negli spogliatoi del club di Palm Beach Mar-a-Lago, detto Winter White House, residenza e proprietà di Donald Trump dal 1985.
La villa sontuosa, in stile Rinascimento spagnolo, prendeva il nome “dal mare al lago”, perché faceva da ponte naturale tra l’oceano Atlantico e la Lake Worth Lagoon. Ghislaine Maxwell, che lì era di casa, notò subito quella ragazza dai capelli biondi e l’avvicinò chiedendole se fosse disponibile a effettuare massaggi terapeutici per un ricco cliente. Sarebbe stata ben pagata.
Virginia accettò di buon grado, ma una volta giunta nella villa di Epstein, scoprì che il suo compito non era quello di dare beneficio alla schiena del miliardario.
La ragazza, minorenne, venne reclutata in modo fisso. Persuadeva amiche e conoscenti a presentarsi nella villa per «massaggi» speciali, ricevendo lauti compensi per la sua attività di adescatrice. Quella routine criminale, col tempo, iniziò a far parte della sua vita quotidiana. In cambio dei suoi servizi riceveva regali, viaggi, attenzione, un malsano senso di protezione che la sua famiglia non era mai stata in grado di offrirle, ma poi c'erano le umiliazioni, le violenze e un senso di colpa che rimaneva sottopelle.
Tante come lei c’erano passate da quella strada cosparsa di chiodi. Alcune, attirate dalla speranza di una vita migliore, avevano ceduto alle lusinghe di Ghislaine Maxwell, ed erano entrate in un tunnel da cui non riuscivano più ad uscire in cui avevano gettato amiche del cuore e anche sorelline appena dodicenni.
Scacco alla corte d’Inghilterra
Il principe Andrea, fratello di re Carlo, era un grande amico di Epstein da anni e gli era rimasto vicino anche dopo la prima condanna. All’epoca, i soggiorni nelle residenze del finanziere, i numerosi voli sul suo jet, le fotografie in dolce compagnia, vennero archiviati come leggerezze mondane. Dopo il 2019, però, con la morte di Epstein e la riapertura dei fascicoli, tutto assunse un altro peso.
Nel 2002 Virginia Roberts lasciò gli Stati Uniti e si trasferì in Australia riuscendo a sfuggire dall’orbita di Epstein. Secondo quanto raccontò in seguito, a darle il coraggio di spezzare quel legame malato, fu una inquietante richiesta della Maxwell. Lei ed Epstein volevano un figlio e Virginia sarebbe stato il loro utero in affitto. La ragazza era terrorizzata e prese tempo. Disse che prima desiderava conseguire il diploma come massaggiatrice professionista in un famoso centro in Thailandia, e poi avrebbe assecondato i desideri della coppia. Una volta giunta in Thailandia conobbe un istruttore di arti marziali di origini italiane, Robert Giuffre. Insieme pianificarono la fuga. Lui la portò con sé in Australia, si sposarono e misero su famiglia e lei fece perdere le sue tracce.
Nel 2005, quando scoppiò la prima indagine a Palm Beach contro Epstein, l’FBI aggiunse alla lista dei testimoni da ascoltare anche il nome di Virginia che venne contattata e vuotò il sacco.
La ragazza rilasciò una dichiarazione giurata in cui affermava di essere stata costretta ad avere rapporti sessuali con molti uomini in incontri organizzati da Ghislaine Maxwell e Jeffrey Epstein. Tra questi c’era anche il principe Andrea, che aveva abusato di lei quando aveva solo 17 anni. Tra le prove presentate dalla ragazza c’è la famosa fotografia che li ritrae insieme, con la Maxwell sullo sfondo. La notizia fece tremare l’Inghilterra come una scossa del decimo grado.
La disastrosa intervista alla BBC e l’arresto
Nel novembre 2019 Andrea decise di difendersi concedendo un’intervista alla BBC, nel programma Newsnight. Dichiarò di non ricordare di aver incontrato Giuffre e affermò di non rimpiangere l’amicizia con Epstein, se non per l’«imbarazzo» che aveva causato. Fu un autogoal clamoroso.
Pochi giorni dopo, il principe annunciò il ritiro dagli incarichi pubblici. Nel gennaio 2022 la regina Elisabetta II gli revocò i titoli militari onorifici e il patronage reale. Andrea perse di fatto il ruolo operativo nella monarchia e non poté più utilizzare pubblicamente il titolo di “Sua Altezza Reale”.
La fotografia che ritrae Andrea a quattro zampe su una ragazzina, spuntata nell’ultima pubblicazione diffusa dal DOJ, ha riacceso gli animi in Inghilterra. Re Carlo si è detto molto preoccupato per le accuse che continuano a emergere nei confronti di suo fratello Andrea e ha affermato che il Palazzo è pronto a collaborare con le autorità se verrà formalmente coinvolto nelle indagini. L’ex principe Andrea è stato arrestato nella sua residenza di Sandringham.
Un uomo solo
La valanga era ormai inarrestabile. Le vittime si facevano scudo a vicenda, le confessioni di Virginia Giuffre erano blindate, le prove contro il miliardario sembravano ormai schiaccianti. Nessuno stavolta avrebbe potuto salvare Jeffrey Epstein. Neanche Trump in persona.
Il 2 luglio 2019 la United States Court of Appeals for the Second Circuit decise che una parte consistente dei documenti della causa civile tra Virginia Giuffrè e Ghislaine Maxwell dovesse essere desecretata. Era l’ultimo argine. Si trattava di migliaia di pagine di deposizioni, email, interrogatori e riferimenti a nomi che per anni erano rimasti sotto sigillo. Quattro giorni dopo, Jeffrey Epstein disse addio alla sua libertà per sempre.
La fine tra le sbarre
6 luglio 2019. Un aereo privato atterra poco dopo il tramonto. L’estate del New Jersey è pesante, appiccicosa. C’è un’aria di attesa febbrile. Teterboro è uno scalo piccolo, un corridoio d’ingresso dei jet privati verso New York. Il velivolo che sta planando è un jet privato – uno dei Gulfstream di Jeffrey Epstein – proveniente da Parigi Le Bourget.
Gli agenti federali, coordinati tra FBI e autorità federali del Southern District of New York, aspettano che la scaletta venga abbassata. Il jet rulla lentamente verso l’area parcheggio. I motori si spengono. Epstein scende e non oppone resistenza.
«Jeffrey Edward Epstein, lei ha il diritto di rimanere in silenzio -. L’agente sciorina la formula senza emozioni -. Qualsiasi cosa dica può e sarà usata contro di lei in tribunale. Ha il diritto a un avvocato. Se non può permettersi un avvocato, ne verrà nominato uno per lei».
L’uomo che per anni aveva frequentato scienziati, ex capi di governo, banchieri, servizi segreti, era finito agli arresti come un delinquente comune. L’accusa a suo carico era di traffico sessuale di minori.
Gli ultimi giorni dell’imperatore
«Fatemi uscire, subito» tuonò Epstein al suo team di legali. Il finanziere caduto in bassa fortuna, era perseguitato dal pensiero che qualcosa di terribile poteva accadergli se fosse rimasto dietro le sbarre. La difesa si mise al lavoro, cercando ogni cavillo potesse aiutare il loro assistito eccellente, e propose al giudice una cauzione di 100 milioni di dollari. La richiesta fu respinta. E forse la ragione risiedeva in ciò che gli agenti trovarono nel grande appartamento di Epstein a New York.
La cassaforte a Manhattan
Mentre a Teterboro gli agenti federali chiudevano le manette ai polsi di Epstein, a Manhattan un altro gruppo di agenti entrava nella lussuosa townhouse dell’Upper East Side.
In una stanza blindata venne individuata una cassaforte. Al suo interno c’erano 48 diamanti, circa 70mila dollari in contanti, hard disk, CD, fotografie di minorenni nude, tre passaporti statunitensi e un passaporto austriaco intestato a “Marius Robert Fortelni”.
La fotografia su quel documento, però, era quella di Jeffrey Epstein. Data di nascita: 1954 (non 1953). Luogo di nascita: Vienna. Residenza: Dammam, Arabia Saudita. Il documento risultava rilasciato nel 1982 e scaduto nel 1987.
Il passaporto austriaco riportava timbri di ingresso e uscita da diversi Paesi tra il 1982 e il 1983, quando Epstein cominciò ad allargare i suoi affari verso il Medio Oriente grazie a Douglas Leese, un appaltatore della difesa britannico e Adnan Khashoggi, un trafficante d'armi saudita che faceva parte del suo portafoglio clienti.
Secondo ricostruzioni basate su documenti declassificati del Dipartimento di Giustizia, l’aeroporto di Parigi sarebbe stato un punto nevralgico dei transiti misteriosi di Epstein nelle vesti di Fortelni; sul passaporto austriaco compaiono anche timbri di Orly e di Nizza, con soggiorni a Londra e Malaga nell’autunno 1982. È indicato anche un visto rilasciato dal consolato dell’Arabia Saudita nel maggio 1982.
Nel 2022, il Ministro degli Interni austriaco ammise che non c’erano registrazioni di questo passaporto nei registri nazionali.
Negli anni, emersero anche richieste di Epstein di secondi passaporti statunitensi “per motivi di sicurezza” e denunce di smarrimento o furto: un documento risultò perso in un taxi a Londra, un altro sottratto da una tasca al ristorante. Una costellazione di identità e movimenti sospetti che portano tutte allo stesso volto: Jeffrey Epstein.
Gli avvocati dell’ex consulente d’oro di Wall Street spiegarono al giudice che non era insolito per un uomo d’affari ebreo viaggiasse con più passaporti, per questioni di sicurezza personale, ma quella versione non convinse affatto Richard M. Berman che definì Epstein un "pericolo per la comunità" e a rischio di fuga a causa delle sue ingenti risorse.
Il vento era decisamente cambiato. Sembrava che tutte le protezioni, tutti i vecchi clienti e gli amici si fossero dileguati mentre cominciava la gara nel prendere le distanze da quel miliardario ormai caduto in bassa fortuna.
“La procura ha dimostrato con prove chiare e convincenti che Jeffrey Epstein rappresenti un elevato rischio di fuga, date le sue risorse, i jet privati e i contatti internazionali. Qualsiasi pacchetto di cauzione non può superare il pericolo che Epstein rappresenta per la comunità”.
Il giudice Richard M. Berman
Le fantôme Jean-Luc Brunel
Alla corte di Epstein in tanti avevano pascolato: nei milioni di file (e ne restano ancora altrettanti da svelare) ci sono foto di lui con i cervelloni dell’high tech, mail scambiate con medici, autori, attori, pezzi grossi, hacker (tra cui Vincenzo Iozzo, di origini catanzaresi), che si incrociano con quelle di Jean-Luc Brunel, detto «le fantôme», il fantasma, l’agente di modelle francese che si vantava di aver lanciato top come Jerry Hall, Milla Jovovich, Sharon Stone e Christy Turlington e che trasformava alcune ragazze reclutate da Epstein in arma di ricatto per i potenti.
Brunel si impiccò in carcere il 19 febbraio 2022, nella prigione della Santé.
«Tutti sapevano che non solo molestava le ragazze da lui rappresentate, ma le forniva anche ad altri uomini. Epstein si vantava di aver fatto sesso con oltre cento giovani procacciategli da Brunel. Una volta, mi raccontò, gli aveva mandato tre dodicenni francesi (credo fossero tre gemelle) per il suo compleanno. Aveva fatto sesso con loro, poi le aveva rimandate in Francia su un aereo».
Virginia Giuffre
“L’uomo che sapeva troppo”
È il 23 luglio 2019, al Metropolitan Correctional Center, Manhattan il caldo fa sudare le pareti di cemento. Sono già trascorse più di due settimane dall’arresto di Jeffrey Epstein. Il miliardario è detenuto nell’ala di sicurezza speciale, una struttura decisamente diversa da quella privilegiata della prima detenzione del 2009. L’edificio è vecchio, sovraffollato, le luci sfarfallano.
Quella mattina Epstein viene trovato riverso sul pavimento, semi-incosciente, con segni sul collo. Fonti anonime parlano subito di tentato suicidio. Altri riferiscono che Epstein avrebbe detto di essere stato aggredito dal compagno di cella. Non si saprà mai con esattezza cosa è avvenuto. Il detenuto eccellente viene messo sotto osservazione perché ritenuto a rischio suicidio. Ma è una decisione che viene revocata a stretto giro.
Epstein viene trasferito nella Special Housing Unit. Niente più controlli h24, ma ogni trenta minuti.
Arriviamo così al 9 agosto 2019. È un venerdì sera. Due guardie sono assegnate al reparto, ma i controlli obbligatori non vengono effettuati come da protocollo. La telecamera piazzata nel corridoio, non funziona correttamente. Nelle testimonianze successive salta fuori che era fuori uso già dalla fine di luglio. Nelle prime ore del mattino del 10 agosto, Epstein viene trovato privo di sensi nella sua cella. È morto. Il medico legale capo di New York stabilisce: suicidio per impiccagione. Il 9 agosto 2019, il giorno prima del suicidio, il primo lotto di documenti dell’inchiesta era stato desecretato.
Chi ha visto Ghislaine Maxwell?
Nelle ore successive all’arresto di Jeffrey Epstein, i giornalisti iniziano a cercare la sua spalla da sempre, la sua amica del cuore, colei che era sempre al suo fianco: Ghislaine Maxwell. La sua complice.
Ma sembra dissolta nel vento.
La stampa britannica prova a intercettarla a Londra. Alcuni reporter sostano davanti alla residenza della madre Elisabeth. Ma di lei non c’è traccia. Fonti anonime suggeriscono che si stia muovendo tra la East Coast e la California.
All’improvviso sulla stampa appare una sua foto a Los Angeles: è seduta all’aperto, con un libro in mano, secondo il New York Post è "The Book of Honor: The Secret Lives and Deaths of CIA Operatives", un saggio sulle agenzie di intelligence. Sembra quasi una provocazione. O un messaggio. Il 10 agosto 2019 Jeffrey Epstein viene dichiarato morto. Ghislaine Maxwell allora rientra nell’ombra e non partecipa neanche ai funerali. I giornalisti la braccano, ma lei non dice una parola, è consapevole che il cerchio si sta stringendo. Cambia residenza. Riduce al minimo i contatti.
Viene formalmente incriminata il 2 luglio 2020. Le accuse sono di adescamento di minori, traffico sessuale di minori, cospirazione. L’FBI la rintraccia a Bradford, nel New Hampshire. La casa è isolata, circondata da alberi, acquistata tramite una LLC che non riportava il suo nome. Gli agenti bussano alla porta, ma nessuno apre. Allora forzano l’ingresso, hanno un mandato. Ghislaine Maxwell è all’interno della casa, non tenta la fuga, si consegna. Gli investigatori riferiranno che aveva nelle mani un telefono avvolto nella stagnola nel goffo tentativo di non essere localizzata.
Il processo si tiene a New York tra il novembre e il dicembre 2021. La giuria la dichiara colpevole e viene condannata a 20 anni di carcere federale.
Ha promesso che darà la sua versione dei fatti soltanto se Trump le concederà la grazia.
Il “quasi” miglior amico Trump
Il presidente Usa compare un milione di volte nelle email rese pubbliche. L’amicizia tra Epstein e Trump era antica, quasi affettuosa. Condividevano l’interesse per i soldi e le donne. E non ne facevano mistero.
Tra la fine degli anni ‘80 e primi del 2000, Trump ed Epstein sguazzavano nello stesso ecosistema che girava intorno ai lussi tra Palm Beach e Manhattan. La loro esistenza era scandita da club, feste, modelle e proprietà immobiliari che si contendevano a suon di milioni. Melania, la futura signora Trump, scambiava già all’epoca email affettuose con Ghislaine Maxwell, come fosse una sua cara amica chiamandola «tesoro».
Nel caravanserraglio delle email e dei documenti (con video e foto) pubblicati in prima tranche, c’è molta carne al fuoco. Troppa. La sensazione è che si sia dato in pasto al pubblico mondiale qualcosa di gustoso e commestibile, tralasciando il vero materiale scottante. Epstein è morto e tutta l’infamia delle sue azioni continuerà a riversarsi sul suo nome, ma i suoi sodali, i fiancheggiatori, i potenti che ancora siedono al loro posto, restano avvolti nell’ombra.
Peter Mandelson, figura storica della politica britannica e per breve tempo ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti, è stato costretto a dimettersi dal Labour Party e ha perso incarichi di rappresentanza dopo che i documenti hanno rivelato rapporti continui con Epstein, inclusi pagamenti e scambi diretti di informazioni. La principessa Sofia di Svezia ha confessato le sue occasionali interazioni sociali con Jeffrey Epstein quando aveva vent’anni, dopo che il suo nome è emerso nei documenti pubblicati dal DOJ. Pesci piccoli.
Donald Trump, su pressioni anche dello stesso movimento MAGA, ha dovuto abbozzare e firmare il disegno di legge che dava il disco verde all’Epstein Files Transparency Act, presentato alla Camera dei Rappresentanti per obbligare il governo a rendere pubblici i materiali in possesso del Dipartimento di Giustizia relativi al caso Epstein. Ma i file non sono completi e molti di quelli pubblicati recano pesanti omissis.
Le accuse più gravi riferite a Trump arrivarono nel 2016 quando una donna, nota con lo pseudonimo di Jane Doe, accusò il presidente degli Usa e Jeffrey Epstein di averla violentata nel 1994, quando era un’aspirante modella di 13 anni. La causa andò avanti fino a quando, improvvisamente, la donna decise di ritrattare. L’avvocato disse che era stata minacciata di morte.
«Conosco Jeff da 15 anni. Ragazzo fantastico. È molto divertente stare con lui. Si dice addirittura che gli piacciano le belle donne tanto quanto me, e molte di loro sono più giovani», parole pronunciate da Donald Trump, lo stesso uomo che oggi, invece, cerca di prendere le distanze da quell’amico diventato per lui pericoloso anche da morto. (Fine)























