Scrittrice e docente, firma di LaC News24, racconta il suo impegno nella riscoperta del femminile cancellato, tra ricerca, scuole e libri: «Il silenzio letterario è una forma di violenza»
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Nuccia Benvenuto è una scrittrice e docente calabrese, molto attiva nella riscoperta e valorizzazione delle figure femminili nella storia della letteratura e della cultura.
Collabora con l'Istituto per il Risorgimento italiano, Comitato provinciale di Cosenza, nella Commissione sulla questione di genere.
Collabora regolarmente con LaC News24, dove firma una rubrica dedicata a figure femminili della Calabria spesso dimenticate o poco conosciute nel canone storico-letterario.
Nel 2025 ha ricevuto il Premio Letterario “Galeazzo di Tarsia” per il suo saggio sul femminismo delle scrittrici calabresi, riconosciuto per la sua linearità, maturità di pensiero e approfondimento critico sulla condizione femminile.
Nel suo ultimo libro, Di tante la voce (Edizioni Clandestine, 2024), raccoglie profili di autrici di ogni epoca e luogo trascurate dalla storia ufficiale, intrecciando biografia, analisi critica e narrazione.
Benvenuto è anche una presenza attiva nelle scuole, dove racconta ai giovani l’importanza della cultura, della memoria storica e della voce delle donne nel panorama culturale e artistico. Di seguito l’intervista che ha rilasciato ai nostri microfoni.
Da dove nasce il tuo impegno nel riportare alla luce le figure femminili dimenticate della letteratura e della cultura?
«Ho sempre covato dentro di me una ribellione che da piccola non comprendevo, che nel corso della mia vita ho zittito, ma che negli ultimi vent’anni è finalmente esplosa. Ecco, questa personale rivoluzione alimenta quotidianamente il mio impegno nella faticosa ricerca del femminile dimenticato».
Che cosa significa oggi parlare di scrittura femminile senza cadere in etichette o recinti culturali?
«Bella domanda. Bisogna partire dal presupposto che le etichette non funzionano (vale anche per la narrativa calabrese) ma che invece vanno apprezzate le differenze. Si tratta di un percorso di conquista dell’identità femminile, e parlarne oggi, significa per me riappropriazione, riscatto, riconoscimento».
Nel tuo lavoro su LaC News24 racconti storie di donne spesso assenti dai manuali: che reazione incontri nei lettori?
«Sono soprattutto reazioni di incoraggiamento a proseguire nella ricerca. E anche di sorpresa e di apprezzamento soprattutto se la scrittrice o la poetessa in questione è del territorio di chi ne legge e non la si conosceva affatto. Devo ringraziare il direttore de LaCnews24 per avermi coinvolta in questa nuova avventura che si è trasformata in una felice collaborazione».
C’è una figura femminile che hai raccontato in questi mesi e che senti particolarmente vicina al tuo percorso umano e artistico?
«Tutte le donne che porto alla luce sono accomunate per lo più dall’oblio e sono tutte care al mio cuore. Di certo mi sento più vicina a quelle che sono uscite dal silenzio e hanno trovato il coraggio di venire alla luce. Non è cosa facile. Ma aiuta a trovare il proprio posto nel mondo, in un mondo che ha sempre escluso le donne e che solo di recente se n’è reso conto. Quella che ho sentito più vicina a me, fra quelle che ho raccontato finora, è Gilda Trisolini, fra tenebre e sogno. Sarà che anche io ho sentito la mia anima in conflitto, la vita spaccata in due e poi risanata dalla scrittura (ho iniziato dalla poesia!)».
Il tuo ultimo libro, Di tante la voce, è un titolo che suona come un manifesto: quale messaggio racchiude?
«Racchiude proprio un messaggio di libertà e soprattutto di consapevolezza. Non bisogna aver paura di esporsi, di manifestare le proprie idee, anche a costo di essere contestate. Noi donne abbiamo il diritto di far sentire la nostra voce, nel bene e nel male. La letteratura e la poesia del passato dimostrano quanto sia costato alle donne affermarsi in una società patriarcale che oggi non vuole più sentirsi definire tale, ma che resta a mio avviso, nel profondo, ne sia consapevole o meno, maschilista e sessista. Il silenzio letterario resta un’ulteriore forma di violenza che gli uomini hanno inflitto alle donne».
Quanto è stato difficile ricostruire storie cancellate o marginalizzate dalla narrazione ufficiale?
«Molto più difficile ricostruire le storie delle scrittrici calabresi. Contatto i loro discendenti, eredi, estimatori, cerco nelle biblioteche pubbliche e private, ma di molte è difficile reperire notizie e testi. In quel caso ricorro alla mia sensibilità e le immagino nel loro mondo di carta.
Per quanto riguarda le figure della letteratura italiana e mondiale, invece, spesso inciampo in pregiudizi e mancati riconoscimenti di valore. Per non parlare di quelle rimaste come ombre dietro i loro mariti, compagni, amanti. In questo caso la documentazione è fin troppo vasta ma necessiterebbe di tempo per approfondire».
La Calabria che emerge dai tuoi scritti è spesso una terra di resistenza culturale: quanto conta il Sud nella tua scrittura?
«Una terra di resistenza culturale, ma capace sempre di ispirarmi, a cominciare dai grandi scrittori del passato. Una terra che non ho mai desiderato lasciare, al di là di ogni inutile retorica, che sento nella mia essenza per un legame viscerale con la sua natura: il mare soprattutto, la familiarità del paesaggio, l’intimità dei borghi nascosti. La Calabria è una grande casa alla quale la mia penna ritorna sempre».
Che rapporto vedi oggi tra le nuove generazioni e la lettura, soprattutto quando si parla di memoria e identità?
«La mia generazione, che non aveva altro, ha cercato nei libri un mondo migliore nel quale riconoscersi e non sempre ci è riuscita bene. Ha saputo però coltivare la memoria come strumento di crescita. Un’educazione sentimentale fatta di musica, poesia, cinema, teatro, arte, politica, letteratura. La lettura era un bisogno, un’urgenza, un antidoto, una panacea. Oggi i rimedi che i giovani cercano al nuovo ma sempre vecchio spleen non sono i libri. Molti hanno la memoria già piena e nessuna voglia di resettare, ricominciare, per esempio leggendo, scrivendo, dialogando. Sento che molti vagano nel vuoto e avverto un senso di impotenza crescente verso questo disagio giovanile. L’identità, in una società come la nostra non più liquida ma fluida, è ancora più complicato trovarla. Io ho iniziato a leggere da bambina e non ho mai smesso, per me la memoria ha un valore determinante e la mia identità di donna si è finalmente definita: sono una persona».
Secondo te, qual è oggi il principale ostacolo alla piena affermazione delle donne nel mondo culturale ed editoriale?
«Premesso che spesso il successo di un libro non coincida con il suo valore letterario ma quello commerciale, credo che oggi non esistano più, il disprezzo elargito a Sibilla Aleramo o l’emarginazione subita da Goliarda Sapienza, anzi che più si vada contro corrente e maggiore attenzione editoriale si riceve, a eccezione dei grandi nomi già consolidati.
C’è una interessante riscoperta dei classici femminili della letteratura mondiale in corso. Il problema è la ripubblicazione che procede con lentezza, ma si sa, l’importante è iniziare… almeno, il grande ostacolo dell’essere giudicate in quanto donne, credo sia stato in parte superato».
Su cosa stai lavorando adesso e che futuro immagini per il tuo percorso di ricerca e narrazione?
«Sto lavorando su più fronti: ho finito un romanzo, anzi due, forse tre, che spero di pubblicare presto. Sto preparando un convegno sulle donne del Risorgimento, dal quale nascerà sicuramente un piccolo saggio. Continuo a scrivere le pillole sul mio blog che ha sempre più lettori. Ho in mente già da un po' una nuova idea sulla quale voglio mantenere la suspense. E naturalmente continuo a cercare, per tutta la Calabria, le nostre scrittrici e poetesse per ricostruire il potente spirito femminile che le accomuna. Un unico afflato nel corso dei secoli, la voce possente delle donne chiuse in casa, ma con la penna in mano, costrette al convento o al matrimonio, ma con le loro idee in testa, che formano, come auspicava ai tempi della rivoluzione francese, Olympe de Gouges, un corpo unico. Del quale mi sento parte».





