Parla il direttore del quotidiano: «Noi stiamo provando a raccontare la vita nei borghi e la straordinaria potenzialità che essi esprimono, ma non possiamo ignorare, anzi lo rimarchiamo, che i due nodi insuperabili sono la mobilità e la rete»
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Oggi sarà il momento di “Raccontiamo la Calabria” anche per celebrare i 10 anni di Calabria Live. L'evento previsto a Vibo Valentia alle ore 17 vedrà la partecipazione del sindaco di Vibo, Enzo Romeo, del vescovo mons. Attilio Nostro, della scrittrice e giornalista Giusy Staropoli Calafati, di Giacomo Saccomanno (presidente Accademia Calabria) e di Santo Strati, giornalista e direttore di Calabria.Live. Modera Franco Laratta, direttore del network LaC.
Un tema, “Raccontiamo la Calabria”, solo all’apparenza semplice, ma che implica una responsabilità forte: cambiare il modo in cui la regione viene percepita. Ne abbiamo parlato con il direttore Santo Strati.
«Il mio quotidiano è nato dieci anni fa con l’idea di proporre una narrazione diversa della Calabria. Fino a quindici/venti anni fa la nostra terra appariva sui media nazionali e in quelli di tutto il mondo esclusivamente in occasione di stragi mafiose, maxiprocessi e altre ferali notizie di nera. Con la reputazione arrivata ai minimi termini che continuava ad alimentare pregiudizi e preconcetti. Da qui la voglia di “cambiare” modo di proporre l’informazione della regione: un quotidiano senza cronaca nera che mettesse in luce gli aspetti (positivi) meno noti e ai più (inclusi i calabresi) totalmente sconosciuti. La sfida è stata vinta: e per festeggiare i 10 anni di pubblicazioni, un compleanno – se vogliamo – decisamente importante in una terra difficile come la nostra, ho scelto un tema che tutto è meno che banale. In quanti e quali modi si può raccontare la Calabria, quella più vicina alla realtà?
Non quella del cancro mafioso ancora inestirpato ma curabile, né quella disperata in cui, per esempio la sanità diventa spesso un lusso che troppi calabresi non si possono permettere, né ancora quella caramellosa di “Calabrisella mia” che i nostri emigrati manco più ricordano. Noi con Calabria.Live abbiamo cercato la via del rigore informativo che permesse una narrazione fedele e originale, ma non di parte. Che coinvolgesse anche e soprattutto i non calabresi al fine di far capire quanto sia meravigliosa questa terra. E su questo tema, nel nostro roadshow, confesso che mi diverto molto a fare interviste pubbliche agli ospiti o ai relatori stuzzicando loro anche brillanti esposizioni. E allora il tema è correttamente “raccontiamo”, rigorosamente al plurale, in modo da poter mettere a confronto idee e opinioni e consentire un dialogo trasversale che non guardi alle posizioni politiche o partitiche, ma offra, lucidamente, scenari su cui discutere e ragionare. Un traguardo già sperimentato a Roma, al Palazzo dell’Informazione di Pippo Marra, con molti interventi divergenti però ricchi di idee propositive e valutazioni da non trascurare».
Dopo dieci anni di Calabria Live, qual è oggi l’immagine della Calabria che sente più lontana dalla realtà? E quale invece meriterebbe più spazio nel racconto mediatico?
«C’è, in effetti, una Calabria che sfugge all’analisi dei media: è quella delle aree interne, delle periferie, quella che cerca un riscatto possibile grazie alla tecnologia, ma che si scontra con le carenze stesse dalla tecnologia: nei piccoli borghi molti giovani potrebbero lavorare in smart working, restando a casa propria, tra affetti e amicizie, e il sapore incomparabile e sempre unico del luogo natìo, ma come si realizza lo smart working nelle aree interne se mancano le strutture di rete e la connessione è precaria e spesso inesistente? Come si fa a lavorare in un borgo se mancano i collegamenti con le aree vicine con cui, eventualmente, sviluppare progetti comuni di grande efficacia? Noi stiamo provando a raccontare la vita nei borghi e la straordinaria potenzialità che essi esprimono, ma non possiamo ignorare, anzi lo rimarchiamo, che i due nodi insuperabili sono la mobilità e la rete. Vanno costruite strade e vanno messe in piedi connessioni in ultra banda: quelle che fanno impallidire il digital divide esistente e che superano barriere geografiche. La rete ha reso il mondo più piccolo, a portata di click, ma per i giovani calabresi questa esperienza spesso diventa chimera».

Quanto è importante uscire dalle redazioni e incontrare le comunità? Cosa emerge dal contatto diretto con le persone rispetto al racconto giornalistico tradizionale?
«Uno degli obiettivi di questo roadshow (che, a Dio piacendo, toccherà venti tappe in Calabria) è quello di ascoltare il territorio, incontrare i lettori, farsi raccontare le loro storie. Parlare con gli anziani e fare da interpreti della loro esperienza con le nuove generazioni. Il capitale umano dei giovani in Calabria è inestimabile: i nostri ragazzi sono ambiziosi, hanno capacità e talento e cercano opportunità che permettano loro di far vedere quanto valgono. Il giornale, a questo proposito, si fa voce portante delle istanze giovanili e della memoria storica degli anziani con grande attenzione e massima trasparenza. Abbiamo rubato il futuro ai nostri giovani, è tempo di ricominciare a restituirglielo, possibilmente con gli interessi. Non abbiamo onorato la cambiale del futuro e oggi troviamo una inarrestabile fuga di cervelli che lasciano, molto malvolentieri, la propria terra, amici, affetti familiari, spesso anche amori con la speranza di poter disegnare un domani positivo e ricco di soddisfazioni».
Il convegno mette insieme istituzioni, Chiesa, cultura e informazione. È questa la chiave per costruire una nuova narrazione condivisa della Calabria?
«Il coinvolgimento di istituzioni, chiesa e associazioni culturali, permette in un mix straordinario di interessi di affinare i desideri dei giovani e soppesarli con le modeste chances che la politica tenta di offrire. Allora bisogna coniugare aspettative e risposte sempre mantenendo alto il livello del confronto. La Chiesa è l’unica a essersi accorta che con la cultura si recuperano i giovani, si sottraggono alla facile lusinga del malaffare – che dalle nostre parti è un’insidia perenne – e si possono formare nei valori della vita civile. Indicando percorsi e soluzioni che aiutino nelle scelte che determineranno il tracciato delle singole vite. I giovani hanno bisogno di riferimenti, e per troppo tempo, questa istanza formativa è stata disattesa e rigettata con insufficienza o, peggio, con indifferenza. Abbiamo saltato una o due generazioni e il dialogo basato sui valori è diventato un sogno impossibile. Ma non bisogna essere pessimisti: i nostri ragazzi hanno fame e sete di conoscenza, cercano strumenti per crescere e formarsi, ma anche per informarsi. I media hanno oggi una grossa responsabilità nei loro confronti: far capire loro come districarsi tra fake news e verità, tra mondo reale e mondo surreale, e soprattutto educando (è la parola giusta) a essere informati non soltanto dalle poche righe dei social. Serve far comprendere il valore dall’approfondimento e la ricchezza che da esso può derivare. Non è un’impresa impossibile, una buona mano la può dare la scuola. Ma resta senza risposta una domanda chiave: chi forma i formatori?».
Spesso si parla di “restanza” e di ritorno ai territori. Lei vede davvero un’inversione di tendenza o siamo ancora nella fase dei segnali isolati?
«La parola restanza coniata dall’antropologo Vito Teti e abbinata a “partenza” indica una scelta di vita – a volte coscientemente folle – di chi investe su ciò che ha: la terra, gli affetti, gli amici. Da loro – se si verificano le giuste concordanze tra aspettative, opportunità e lavoro reale – si può legittimamente pretendere un futuro felice e non disgraziato. Già perché i disgraziati non sono i senza lavoro, ma quelli – per esempio i giovani insegnanti – che vanno a lavorare nel Milanese o in Piemonte a 1400 euro al mese e spendono 1000 euro per una monocamera da film horror: senza l’aiuto da casa non ce la farebbero. E, oggi, purtroppo, con i giovani che se ne vanno – sconfitti, delusi, avviliti da una madre matrigna che fa partire i propri figli – si aggiungono genitori, nonni, parenti che andranno a tenere i bambini, i nipoti, che i loro figli non saprebbero come crescere nelle realtà metropolitane o subperiferiche. Allora, mi permetto di suggerire un ulteriore termine che il Covid ha fatto esplodere: la tornanza. Durante l’epidemia, con università e fabbriche chiuse in molti sono tornati, in tanti non sono più ripartiti. Sviluppando un’idea d’impresa, coinvolgendo altri amici e conoscenti e realizzando progetti che si sono rivelati vincenti. Non mancano ai nostri ragazzi, oltre al talento e la capacità, l’estro creativo e la voglia di rischiare: allora bisognerebbe pensare a sostenere la tornanza e a chi intende percorrerla con convinzione».
Qual è oggi il ruolo del giornalismo locale in una regione complessa come la Calabria? Può ancora incidere nel cambiamento o rischia di essere marginale?
«Credo di poter dire che il giornalismo, quello vero, fatto con rigore, con il controllo delle fonti, con passione, arguzia e intelligenza non potrà mai esser marginale. Bisogna, però, formare nuove classi di giornalisti, insegnare il “mestiere” ai giovani educandoli al rispetto del vero più vero, senza farsi intrappolare dai sensazionalismi di notizie che non sono giornalismo. E, a maggior ragione, in una terra “complessa” coma la Calabria. Sono convinto che ci sia terreno fertile per far germogliare positivamente idee e proposte che possano, agevolmente, contribuire al cambiamento, possano costituire elementi determinanti per la crescita e lo sviluppo».
Calabria Live compie dieci anni: che bilancio fa di questo percorso? E quali sono le sfide per il futuro dell’informazione regionale?
«Quando ho cominciato dieci anni fa, la mia appariva ai più una scommessa persa in partenza e non c’era l’evoluzione tecnologica di cui si dispone adesso. Oggi il bilancio in termini di autorevolezza e di diffusione è largamente in attivo: siamo partiti con poche migliaia di mail e di numeri di whatsapp, oggi – come da certificazione dell’Università di Ginevra – ci seguono ogni giorno 1.351.000 lettori. E la stessa cifra (maggiorata di un 5%, perché piace anche ai non calabresi) la rivela il supplemento domenicale che da qualche mese vive con una testata propria (Calabria Domenica) pur continuando a essere un supplemento di Calabria.Live. In poche parole il sistema Calabria.Live si muove su piani diversi: il web per la strettissima attualità, il quotidiano digitale per il racconto giornaliero di fatti, persone, avvenimenti della regione, il domenicale per l’approfondimento di temi e il racconto di persone e personalità che danno lustro alla propria terra. Far conoscere le eccellenze e raccontarne i successi, le fatiche, le amarezze e gli entusiasmi, servono a costruire un modello di riferimento per le nuove generazioni.
Un esempio calzante di chi ha vinto la sfida ed è uscito vincitore. Un percorso da emulare e da utilizzare come bussola per le proprie scelte. Sono soddisfazioni quando chiama un neodiplomato appena iscritto all’Università (ovviamente cin Calabria) e ci racconta di avere scelto una certa facoltà dopo aver letto una storia del nostro domenicale. Questo significa contribuire al far crescere il capitale umano del territorio, affrontando senza riserve difficoltà e ostacoli a volte davvero complessi.
Il futuro dell’informazione dovrà tenere conto di tutte queste cose: l’idea vincente, a mio avviso, è sfruttare la tecnologia, con buon uso anche dell’intelligenza artificiale. per costituire un’offerta informativa dalle molte sfaccettature: digitale, web, radio e tv. Ovvero un’informazione declinata sui vari media, perché – sia chiaro – cambia la fruizione e il modo di acquisire conoscenza, ma la notizia rimane sempre al primo posto: purché sia tale, controllata e verificata, degna di essere veicolata e diffusa.
Se dovesse indicare una storia simbolo della “nuova Calabria”, quale racconterebbe domani a Vibo Valentia?
«È di questi ultimi giorni il provvedimento regionale che assegna agli studenti virtuosi (quelli che prendono almeno dal 27 in su) un salario da 500 a 1.000 euro al mese: è il riconoscimento che qualcosa sta cambiando e il merito nella scuola (come nella vita) può e deve essere valorizzato. È un incentivo per restare nella propria terra dove, sono certo, cominceranno davvero a fiorire opportunità di lavoro per uno sviluppo non più rinviabile».


