Da settimane scende il gradimento dell’Esecutivo mentre arretra anche l’appeal personale di Giorgia Meloni. La partita si riapre, ma serve un’alternativa politica compiuta
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Ormai è allarme nella maggioranza di governo. I sondaggi continuano a segnalare le difficoltà dei partiti che la compongono e dello stesso esecutivo. Perfino la presidente del Consiglio non gode più del consenso di un tempo. Il governo viene percepito come più debole, più litigioso, bloccato su troppi dossier decisivi per il Paese.
Il calo dei consensi ha assunto una dimensione pienamente politica. C’è un dato che pesa: da settimane scende il gradimento dell’esecutivo e, insieme, arretra anche il consenso personale di Giorgia Meloni. Resta la leader più forte del sistema, ma non è più intoccabile, non è più imbattibile, non è più infallibile. E questo, in politica, segna sempre un passaggio.
Non si tratta di un crollo improvviso, ma del risultato di una somma di fattori che, nel tempo, stanno logorando la maggioranza.
Pesano le difficoltà economiche: una crescita debole, salari sempre più poveri, tensioni sociali diffuse. Ma pesano anche le polemiche, le inchieste, i casi che hanno coinvolto ministri e parlamentari. Tutto questo sta erodendo quell’immagine di compattezza e affidabilità che era stata la vera forza iniziale del governo. Insomma, sarà pure uno dei governi più duraturi della Repubblica, ma piace sempre meno.
A questo si aggiunge il rapporto con Donald Trump, che aveva rappresentato una sponda politica rilevante e che oggi appare incrinato. Incide anche la gestione della politica estera — sempre più accentrata nelle mani della premier — con una presenza internazionale intensa ma dai risultati poco percepibili dall’opinione pubblica. È una domanda che inizia a emergere: che cosa ha portato, concretamente, al Paese questa iperattività diplomatica?
Le ambiguità nella collocazione internazionale dell’Italia stanno producendo effetti anche sul piano interno. Perché la politica estera, soprattutto in questa fase storica, non è mai davvero “esterna”: incide direttamente sulla percezione di stabilità e credibilità di un governo.
I sondaggi registrano un altro elemento nuovo: il centrodestra non è più nettamente avanti. In alcune rilevazioni, il centrosinistra risulta persino in lieve vantaggio.
Ma l’analisi non può fermarsi qui. Il mutamento nei sondaggi non coincide ancora con un’alternativa politica compiuta. Il cosiddetto “campo largo” resta una costruzione fragile e incompleta. Partito Democratico e Movimento 5 Stelle si muovono più per necessità che per convinzione. I centristi restano incerti, divisi, spesso alternativi. Manca una leadership condivisa, manca una linea comune su economia, politica estera, welfare.
Eppure la partita si è riaperta. Il centrosinistra può tornare a sperare. Ma tutto dipenderà da programma, coesione e leadership: elementi che negli ultimi vent’anni sono stati il vero punto debole e che, in molti casi, hanno determinato la caduta dei governi progressisti, a partire dall’esperienza di Prodi.
In ogni caso, il governo non è più nella posizione di forza di un anno fa. La sua capacità di dettare l’agenda si è indebolita. Le difficoltà interne e i segnali di isolamento internazionale stanno producendo un effetto cumulativo che i sondaggi registrano con crescente chiarezza.
Se si votasse oggi, il risultato non sarebbe scontato. Non lo sarebbe perché l’astensione resta il vero partito di maggioranza e mobilitare quegli elettori sarà decisivo. Non lo sarebbe perché il campo largo esiste solo se diventa qualcosa di più di una somma di sigle.
In sostanza: il centrodestra può ancora vincere, ma non è più certo di farlo. Il centrosinistra può vincere, ma non è ancora pronto a governare.
Nel mezzo c’è un Paese che ha iniziato a togliere fiducia a chi governa, senza aver ancora deciso a chi concederla.
È qui che si apre la partita. La prossima fase politica si giocherà sulla capacità delle forze in campo di intercettare questa incertezza e trasformarla in consenso. Chi ci riuscirà per primo, avrà un vantaggio decisivo.
La storia insegna che i governi perdono quando smettono di convincere. Quando appaiono incerti, divisi, incapaci di dare risposte, soprattutto sul terreno dell’economia. Gli elettori votano con il carrello della spesa: ed è lì che si decide il consenso.
Le opposizioni, invece, iniziano a vincere quando smettono di dividersi. Quando costruiscono un progetto credibile. Quando si riconoscono in una leadership autorevole.
Il resto è già accaduto. E può accadere di nuovo.

