Un’organizzazione sempre meno visibile, sempre più integrata nel tessuto economico e istituzionale, capace di operare come un vero attore imprenditoriale. È questo il quadro delineato dal procuratore di Crotone, Domenico Guarascio, intervistato nel format Lo Stato siamo noi del programma Dentro la notizia di LaC Tv, condotto da Pier Paolo Cambareri.

«La 'ndrangheta, soprattutto la 'ndrangheta crotonese, – ha spiegato Guarascio – ha avuto un percorso evolutivo di mimetizzazione all'interno della società civile. Parliamo dei plessi istituzionali, economici. È stata, ed è, una 'ndrangheta capace di rendersi silente e di rendersi sistema. Quando dico questo significa che la 'ndrangheta crotonese ha una vocazione imprenditoriale molto spiccata, cioè dota veri e propri plessi aziendali che vengono condotti da soggetti anche plenipotenziali, della cosca o della ‘ndrina di riferimento. E ha questa capacità di dialogare con tutti gli attori del sistema civile e economico del territorio di riferimento. Penso poi anche alla capacità di questa 'ndrangheta di installarsi in territori come il Nord Italia e anche in territori europei come la Germania e la Svizzera».

Un’organizzazione che, dunque, non si limita più al controllo territoriale tradizionale, ma si presenta con i tratti di un’impresa moderna, capace di muoversi nei circuiti legali e di interagire con interlocutori istituzionali ed economici.

«Sostanzialmente ci si presenta – spiega il procuratore riferendosi agli ‘ndranghetisti – come degli imprenditori ben dotati, con una storia imprenditoriale anche importante, si riesce a dialogare con pezzi delle Istituzioni, ci si propone come finanziatori di progetti imprenditoriali anche, diciamo, di pregio, e questa capacità di infiltrarsi, di sistematizzarsi all'interno dei territori le permette una crescita, una prosperosità che diventa di difficile rilevazione investigativa. I sistemi di investigazione devono essere sempre più avvertiti, capaci di comprendere le modifiche del territorio, capaci di leggere anche i flussi elettorali, capaci di capire anche le modifiche del sistema bancario, ad esempio di quel territorio, il sistema del credito».

Secondo Guarascio, la trasformazione della ‘ndrangheta impone anche un cambio di paradigma nelle indagini. Non basta più l’approccio tradizionale: servono competenze trasversali, capaci di leggere fenomeni complessi: «È una investigazione, quella anti 'ndrangheta, oggi molto complessa e che deve avere un approccio anche multidisciplinare, tanto è vero che noi lo sappiamo, anche i nostri investigatori si attrezzano ad avere anche una sensibilità, diciamo, non più di natura classica di polizia giudiziaria, ma anche una sensibilità di natura un po' più estesa, più eclettica».

Particolarmente insidiosa è la cosiddetta “zona grigia”, quell’area in cui attività legali e illegali si sovrappongono, rendendo difficile distinguere responsabilità e condotte criminali.

«La zona grigia è una zona particolare. Cosa intendiamo per zona grigia dal punto di vista criminale? Intendiamo ad esempio delle zone che non sono regolamentate nel settore economico. Tutta la tematica delle monete, per esempio le monete virtuali, è non regolamentata o, meglio, ha una regolamentazione del tutto scarna e ha una regolamentazione che impedisce di leggere chi sono i titolari, i creatori di monete virtuali che possono essere le più disparate. Ecco, in queste zone la ‘ndrangheta investe. Investe – afferma il magistrato che per dieci anni è stato in Dda applicato proprio al territorio crotonese – anche nel campo delle transazioni economiche, estero su estero, che permettono il riciclo, il passaggio di capitali, investe anche in tutta una sistematica di mezzi fraudolenti capaci di orchestrare truffe bancarie milionarie su banche estere. Noi abbiamo avuto esperienza giudiziaria in cui gli ‘ndranghetisti erano capaci di falsificare delle vere e proprie veline bancarie che attestavano trasferimenti o garanzie bancarie di milioni di euro, capaci di alterare addirittura i codici bancari che assistono le transazioni digitali. Quindi stiamo parlando di qualcosa di veramente inquietante».

Alla base di tutto resta la necessità di reinvestire enormi capitali accumulati nel tempo, soprattutto attraverso il narcotraffico e altre attività illecite: «Perché il problema della ‘ndrangheta è quello di reinvestire reimpiegare enormi capitali che nel tempo si sono stratificati grazie soprattutto agli introiti del narcotraffico, ma non solo, attraverso un'attività predatoria, anche di corruzione, un’attività di depauperamento economico dei propri territori di riferimento. Un'attività che ormai è quasi centenaria e quindi questa grande liquidità deve essere in qualche modo investita. Non deve soltanto essere investita per essere nascosta, ma viene investita per produrre e moltiplicarne i profitti. Quindi si comprende come in questa zona grigia, che già non ha regolamentazione amministrativa, l'attività investigativa di polizia giudiziaria diventa sempre più complessa perché non abbiamo dei parametri di riferimento illegali da poter subito intelleggere».

Le parole del procuratore restituiscono l’immagine di una criminalità evoluta, capace di adattarsi ai cambiamenti economici e tecnologici e di sfruttare ogni spazio di ambiguità normativa. Una sfida che richiede strumenti investigativi sempre più sofisticati e una consapevolezza diffusa per riconoscere ciò che, sempre più spesso, si nasconde dietro una facciata di apparente legalità.