Progetti di morte, riti di affiliazione alla ‘ndrangheta con tanto di “santini” bruciati, narcotraffico ad alti livelli e un accordo criminale sull’asse Gerocarne-Nicotera. L’operazione antimafia denominata Jerakarni ha portato ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere anche nei confronti di Antonio Campisi, 35 anni, di Nicotera Marina, figlio del defunto broker della cocaina Domenico Campisi, quest’ultimo ucciso in un agguato nel 2011. Già in carcere per scontare una condanna definitiva per detenzione illegale di armi, Antonio Campisi è stato condannato in primo e secondo grado a 10 anni di reclusione in quanto ritenuto responsabile del tentato omicidio ai danni di Domenic Signoretta. Un fatto di sangue avvenuto il 19 maggio del 2019 a Nao di Ionadi, quando un commando ha aperto il fuoco con armi lunghe e corte contro l’abitazione di Domenic Signoretta (ritenuto vicino al boss Pantaleone Mancuso, detto “l’Ingegnere”), in quel momento affacciato sul balcone e sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari, tentando di ucciderlo.

Le nuove accuse nell’operazione Jerakarni

Ad Antonio Campisi la Dda di Catanzaro contesta ora con la nuova operazione l’accusa di associazione mafiosa. Affiliato alla 'ndrangheta con il ruolo di organizzatore e “azionista spregiudicato particolarmente attivo nell'acquisto e nel reperimento di armi e munizioni, nonché di sostanza stupefacente - del tipo cocaina - ideava e poneva in essere agguati omicidiari, pestaggi, danneggiamenti ed estorsioni, con funzione di assicurare il funzionamento e l'operatività del sodalizio criminale anche attraverso la celebrazione, in prima persona, dei riti di affiliazione di nuovi associati, come in occasione del conferimento di doti a Giuseppe Muzzupappa, suo braccio destro successivamente assassinato, inizialmente legato anche da vincoli di parentela al clan Mancuso, in particolare alla figura di Giuseppe Mancuso, alias Peppe ‘Mbroglia”. Dopo l’omicidio del padre, Domenico Campisi, assassinato a Nicotera nel 2011, Antonio Campisi - secondo l’accusa – sarebbe entrato in aperta contrapposizione con le figure apicali della consorteria Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, e Pantaleone Mancuso alias "l'Ingegnere", per combattere le quali si sarebbe schierato al fianco di un "cartello di clan", proseguendo la propria militanza all’interno della ‘ndrangheta tra le fila del locale di Ariola, avvicinandosi in particolare alla ‘ndrina Emanuele-Idà, con la quale sviluppava un rapporto di “sostanziale immedesimazione organica che gli consentiva di accrescere la propria influenza criminale, implementando il traffico di armi e di sostanze stupefacenti e concertando le strategie criminali più funzionali ad espandere il controllo della cosca sul territorio vibonese, ivi incluso lo scambio di favori nell'organizzazione di attentati ai danni dei propri antagonisti”.

I collaboratori di giustizia

Sulla figura di Antonio Campisi, detto Totò, hanno reso “rilevantissime dichiarazioni in ordine alla sua caratura mafiosa e al fattivo contributo dallo stesso fornito alla cosca Emanuele” diversi collaboratori: Bartolomeo Arena, Andrea Mantella, Raffaele Moscato e Walter Loielo. In particolare Andrea Mantella ha indicato Antonio Campisi quale “affiliato agli Emanuele e componente del commando” organizzato per eseguire l’eliminazione fisica a Nicotera Marina del boss Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni. “Gli Emanuele condividevano con noi il progetto di eliminare i Mancuso – ha dichiarato Mantella – e Antonio Campisi non soltanto era colui che riforniva gli Emanuele di droga, in virtù del suo ruolo nell’ambito del narcotraffico, ma si prestava anche ad azioni omicidiarie in favore di questo gruppo, intendo degli Emanuele-Idà”. Gli stessi rapporti di narcotraffico e favori omicidiari legavano Antonio Campisi al gruppo mio e dei Piscopisani. Ribadisco – ha concluso Mantella – che l’intento di Antonio Campisi è sempre stato quello di vendicare l’omicidio del padre”.
Anche il collaboratore di giustizia, Raffaele Moscato (già killer dei Piscopisani) ha “confermato l’appoggio fornito loro da Salvatore Cuturello e dal nipote Antonio Campisi, il quale in particolare era intenzionato a vendicare l’omicidio del padre Domenico - assassinato a Nicotera in data 17 giugno 2011 - che attribuiva alla responsabilità di Scarpuni”.

Campisi e i riti di affiliazione

Le emergenze investigative dell’operazione Jerakarni hanno poi portato alla luce il “battesimo” nella ‘ndrangheta di Giuseppe Muzzupappa (successivamente ucciso in agguato mafioso a Nicotera Marina da Pasquale Megna, divenuto collaboratore di giustizia) ad opera di Antonio Campisi nel covo degli Emanuele. “Le intercettazioni descrivono minuziosamente il rito in atto – spiega il gip distrettuale – che prevedeva di provocare una ferita da taglio sulla mano, con fuoriuscita di sangue e di bruciare l’immaginetta di San Michele Arcangelo recitando la formula di affiliazione alla ‘ndrangheta”. Nello specifico Antonio Campisi, dopo aver chiesto la mano di Giuseppe Muzzupappa, avrebbe provocato allo stesso una ferita per far fuoriuscire del sangue dove poi avrebbe fatto bruciare l'immaginetta di San Michele Arcangelo continuando successivamente a pronunciare la formula 'ndranghetistica. Da ricordare che Giuseppe Muzzupappa era stato condannato per la detenzione illegale della pistola ad un anno e sei mesi. Muzzupappa, oltre ad essere cugino di Antonio Campisi, era anche parente dei più noti Cuturello, a loro volta legati da rapporti di sangue alla famiglia Mancuso.

Walter Loielo nel “mirino” di Campisi inizia a collaborare

Antonio Campisi sta attualmente scontando una condanna definitiva a 2 anni per il reato di detenzione illegale di armi. E’ stato invece assolto dall’accusa di tentato omicidio ai danni di Giovanni Nesci e altri soggetti vicini al clan Loielo di Ariola di Gerocarne (nella specie di Alex e Walter Loielo). Nella prospettazione accusatoria, Antonio Campisi e Giuseppe Muzzupappa si sarebbero portati nelle Preserre vibonesi – a Gerocarne per la precisione dove a Campisi e Muzzupappa sono anche stati sequestrati un giubbotto antiproiettile, un passamontagna e un’auto blindata con sirena bitonale – al fine di eliminare i Loielo e agevolare così il clan Emanuele. Dall’operazione Jerokarni si apprende ora un particolare del tutto inedito, vale a dire che proprio la “consapevolezza di essere il destinatario di un ulteriore progetto omicidiario ha determinato la scelta di Walter Loielo di avviare un percorso di collaborazione con la giustizia”.

I Mancuso volevano uccidere Campisi

La collaborazione con la giustizia di Walter Loielo (rampollo dell’omonimo clan di Gerocarne da anni in lotta contro la cosca Emanuele-Idà) ha quindi permesso agli investigatori di venire a conoscenza di un altro piano inedito, vale a dire l’organizzazione di un’azione omicidiaria ai danni di Antonio Campisi e Giuseppe Muzzupappa. Nel verbale reso in data 28 settembre 2020, il collaboratore Walter Loielo ha "riferito in merito al progetto – poi mai concretizzato – afferente ad un’ulteriore azione di fuoco da “porre in essere da parte di Giuseppe Salvatore Mancuso in danno di Campisi e Muzzupappa. Nello stesso tempo Alex Nesci gli aveva portato una carabina di precisione, quella che gli avete trovato al momento dell’arresto – precisa nel verbale Walter Loielo – che gli serviva per uccidere Campisi e Muzzopappa”. Sia Alex Nesci di Sorianello, quanto Giuseppe Salvatore Mancuso non sono indagati nell’operazione Jerokarni per tale progetto di morte svelato dal collaboratore Walter Loielo. Giuseppe Salvatore Mancuso altri non è che il figlio del boss Pantaleone Mancuso, detto “l’Ingegnere”, nonché fratello del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso.

Il traffico di stupefacenti

Nell’ambito dell’operazione Jerokarni, Antonio Campisi è infine accusato di aver rifornito di stupefacenti la cosca Emanuele-Idà di Gerocarne. Avrebbe poi partecipato ad una rapina al fine di “appropriarsi di 60 chili di stupefacente, in parte poi confluito nelle mani di Franco Idà” e per il gip la “gravità indiziaria con riferimento a tale vicenda criminosa emerge in maniera cristallina dal materiale captativo e, in particolare, dalla viva voce di Antonio Campisi che, esprimendosi in termini inequivocabili, si è assunto la paternità dei delitti in questione, coinvolgendo anche Franco Idà”.